gennaio

1 febbraio 2010

Gennaio come al solito è un mese lunghissimo. Le feste sono passate, fa freddo e lo farà ancora per un bel pezzo, i propositi per l’anno nuovo mostrano tutta la loro fragilità. Quest’anno tuttavia il mio gennaio ha avuto un sapore diverso, perché, invece di rituffarmi nel quotidiano, mi sono presa il lusso della libertà e della pausa.

Sono particolarmente contenta di aver mantenuto alcuni propositi:

  • mantenere a zero la mia inbox – pace per gli occhi e per la mente
  • cominciare ogni giornata facendo qualche esercizio di stretching e yoga – la schiena ringrazia
  • essere tornata in milonga – a ballare tango come se non avessi mai smesso

Sono un po’ contenta, un po’ spaventata, da altri inizi:

  • il progetto Common Sense Dispenser, che ogni settimana mi fa combattere con un certo pudore nello scrivere cose che certamente si trovano anche da mille altre parti (ma non è così per tutto, ormai?)
  • quest’idea di pubblicare una foto al giorno, che non è che ogni giorno ci sia la luce, l’idea, il tempo e la voglia, ma ancora per un po’ continuo a portarla avanti, troppo presto per mollare
  • ora che sono ufficialmente tornata una freelance, ho alla fine deciso di usare come URL da mettere sul biglietto da visita il mio dominio www.alessandrafarabegoli.it, e installarci il mio primo WordPress non comodamente ospitato su wordpress.com, ma installato e minimamente personalizzato in proprio. Grazie anche a un paio di aiuti al volo (l’ingegnere e Sartoni), alla fine ho avuto la meglio del file .htaccess e dei feed, e sono piuttosto soddisfatta del risultato: ora posso iniziare a spammare i miei clienti..

La prossima settimana sarò per qualche giorno a Milano, a trovare un po’ di gente e a partecipare al board della Pitch Academy che si terrà il 4 al Web Design Festival; la settimana successiva, inizierà un mio seminario su come costruire e tenere una buona presentazione, tre serate a Lugo organizzate dall’associazione EconomicaMente.

Sto anche cercando di costruire un equilibrio sostenibile fra il dedicare tempo ed energie a me stessa (progetti, letture, relazioni) e l’essere una madre passabilmente brava. Non è semplice, soprattutto quando qualcuno mi dice “ah, ora che sei più libera potrai stare di più col tuo bambino!”, e io sento la mia faccia spalancarsi in un’espressione da “che stai dicendo?”, e cambiamo discorso che è meglio. Mi consolo ripetendomi che tutte le infanzie sono difficili, in un modo o nell’altro, e che alla fine anche Guido crescerà e diventerà responsabile in proprio dei suoi difetti, e avrà modo di apprezzare un paio di cose che una madre meno matta di me non gli avrebbe fatto fare.

Oggi pomeriggio ho partecipato a un evento organizzato dall’Unione Industriali di Parma, su Enterprise 2.0 e Social Media Marketing. Sala piena (con saletta laterale per i ritardatari), nomi sicuramente molto validi sul palco: Massarotto, Camisani Calzolari, Zamperini, Quintarelli, Pepe Moder, Jacona, Grimaldi, Pallera..

Incredibile comunque vedere che, su quasi 20 persone invitate in qualità di esperti, non ci fosse neppure una donna. Una su 20, capite? In Italia non esiste una sola donna che si occupi di Social Media Marketing o di Enterprise 2.0 con competenze tali da essere considerata invitabile? O piuttosto ci sono ancora ambienti in cui la cooptazione fra simili genera un’automatica selezione per sesso?

Altra nota: non è realistico pensare di far parlare così tante persone in un pomeriggio, senza neppure dieci minuti di pausa per riossigenare il cervello e sgranchire le gambe. Verso la fine della giornata, il grado di cottura del pubblico era esagerato, e ciascuno dei concetti espressi dal palco era stato ripetuto da almeno due (quando non tre) relatori. Non sarebbe stato meglio ridurre il numero, o quantomeno coordinare gli interventi in modo da renderli più brevi e meno ripetitivi?

Degno di nota il saluto di apertura dei lavori da parte del direttore generale dell’Unione Industriali, Cesare Azzali; ve lo riassumo: “Io sono ottocentesco, e questo genere di fenomeni mi è completamente estraneo. Mi rendo però conto che ormai il mondo va in questa direzione, e se il mondo va da una parte, tu impresa non puoi andare da un’altra. Se la tendenza è che ci siano sempre piu coglioni [ndr, il termine "coglioni" non me lo sono inventato, l'ha pronunciato veramente], toccherà prenderne atto, e regolarsi di conseguenza. Ovviamente noi industriali veniamo da una cultura diversa, in cui conta il fare, non il fingere di fare propagandando il lavoro di altri. Però, visto che questo tipo di realtà è ormai imperante, speriamo almeno di poterci avvalere di professionisti decenti, e non di venditori di tappeti. Do quindi la parola agli illustri relatori..” Ciò detto, l’imponente direttore ha atteso che il primo relatore prendesse la parola, ed è scomparso per sempre dalla sala.

Quando si dice un caloroso benvenuto :-D

Post-scriptum: sono molto contenta di aver finalmente conosciuto di persona Barbara-Woman :-)

Post-post-scriptum: per chi volesse sentire con le sue orecchie l’intervento di Azzali, c’è la registrazione dello streaming; riascoltandolo, noterete che il mio sunto non è stato proprio una trascrizione letterale, ma il senso c’è tutto.

Visto che secondo i miei buoni propositi dovrei godermi un (più o meno) breve periodo sabbatico, non faccio altro che riempirmi le giornate di cose da fare (maledetto horror vacui).

Così, ho aperto un nuovo blog, in cui scriverò consigli utili per l’uso della rete, destinati non tanto agli esperti digital social new media strategist che frequento quotidianamente su FriendFeed, ma a chi per lavoro fa altro, quindi avrebbe tantissimo bisogno della rete, ma non sempre sa come usarla. Insomma, per farla corta, i clienti di una che fa il mio lavoro.

Così quando darò in giro le mie nuove MooCard non rischierò di farli arrivare su post troppo… vabbè, avete capito.

Il blog si chiama Common Sense Dispenser, e il primo post l’ho dedicato a Yammer, uno degli esempi migliori di applicazione semplice e utile (le due cose spesso sono legate).

Agli esperti digital eccetra: voi sapete già tutto di quel che scriverò di là, e ogni vostro commento / suggerimento / link sarà per me un regalo apprezzatissimo.

A chi (forse per fortuna sua) è esperto di qualcos’altro: se trovate di là qualcosa di utile, ne sarò felicissima, fatemelo sapere; se avete suggerimenti su argomenti che potrei trattare, suggerite pure, vedrò quel che si può fare.

coworking @ La Pillola

8 gennaio 2010

Il Cowo La Pillola è uno dei posti più interessanti che ho visto negli ultimi mesi. Hanno uno stile, un focus (sostenibilità, riciclo, consumo consapevole), e, come tutti i Cowo, un rapporto prezzo/servizi fantastico. Fra l’altro, è a due passi dalla Stazione FFSS, e ben raggiungibile anche in auto, quindi se, come me ieri, siete in viaggio e avete bisogno di una base a Bologna, rappresenta una soluzione molto comoda. L’ufficio è bene organizzato, e, nonostante sia un openspace, silenzioso; il bar mette a disposizione tutto il necessario per una pausa caffè, ma anche per un vero e proprio pranzo. Brave ragazze!

Non è che all’apparenza sia cambiato molto, solo che cammino più distesa, e cancello dalle mie todolist una riga dopo l’altra, senza neppure affrettare troppo il passo.

Sto cercando di fare attecchire abitudini quotidiane migliori – qualche esercizio di stretching appena sveglia, fare i backup, una foto al giorno, tornare a dormire otto ore per notte, controllare la posta meno spesso, inbox rigorosamente zero – perché per fare progetti a lungo termine mi servono energia, solidità e disciplina.

L’ho aspettato tanto a lungo negli ultimi mesi, questo 2010, che oggi non m’importa della pioggia, né di aver passato le feste e il Capodanno senza far nulla di particolare.

Preparo le mie liste di cose da fare, i libri da leggere, le persone da chiamare. Non mi do scadenze, ma non ho intenzione di star ferma. Ho molte smagliature da riprendere, cose che avrei dovuto studiare meglio e non ne ho avuto tempo, scuse da spazzare via.

Mi sono data alcuni esercizi da fare: una foto al giorno è il primo; tornare almeno una volta al mese in milonga il secondo; gli altri non li scrivo per scaramanzia.

Grazie a tutte le persone meravigliose che ho conosciuto in questi anni, in rete e grazie alla rete, vorrei avervi avuti anche in altri momenti della mia vita. A volte invidio mio figlio, che darà questo e altro per scontato, ma in altri momenti sono felice di apprezzare la differenza fra questa infinita possibilità di connessione che abbiamo oggi e com’era la vita senza.

new year’s resolution

31 dicembre 2009

this year I will dance

Annunciata con largo anticipo, e del resto largamente prevedibile a fine dicembre, è arrivata la neve anche a Ravenna. Non si parla di nevicate epocali, tipo quella del ‘95 che seppelì la Pianura Padana sotto un metro di neve, ma di un’intensa nevicata, durata alcune ore e seguita da un’ondata di freddo.

I primi fiocchi hanno iniziato a cadere venerdì sera, e sabato mattina tutti ci siamo svegliati con la città imbiancata. Visto che io e l’ing. eravamo a casa da soli (Guido aveva dormito dai nonni, perché il programma della serata prima, andato a monte causa neve, prevedeva un’uscita mondana), siamo scesi di sotto e, in poco più di un’ora di lavoro, abbiamo spalato tutta la rampa che porta ai garages del condominio, il marciapiede davanti a casa e il vialetto d’accesso fra il cancellino pedonale e il portone. Nessuno dei nostri vicini di casa (abitiamo in un condominio di nove appartamenti) si è fatto vivo per darci una mano, e i due che sono rientrati in casa mentre stavamo finendo hanno fatto finta di niente.

Poi siamo andati a piedi a casa dei miei suoceri, che abitano a poco più di un chilometro da noi. La strada per arrivare da loro attraversa la periferia residenziale di Ravenna, in gran parte edificata a piccoli condomini e case mono o bifamiliari, una zona dove se parcheggi l’auto davanti a una casa che non è la tua il proprietario ti guarda storto. Con queste premesse, mi sarei aspettata di incontrare un sacco di formichine al lavoro, ciascuno a spalarsi il marciapiede davanti a casa: invece, sarà stato pulito un tratto su dieci.

Abbiamo perfino visto un signore che spalava la neve dal suo passo carraio, e, invece di ammucchiarla in un punto dove non desse fastidio, la buttava in mezzo alla carreggiata (suppongo dalla parte opposta alla direzione che prende lui quando esce di casa..)

Al ritorno, nel pomeriggio, i due metri di marciapiede che non eravamo riusciti a finire erano ancora innevati; così l’ing. è rimasto giù con Guido, e ha terminato il lavoro.

In compenso, il campione di paternalismo che amministra questa città ha emesso – di sabato mattina – un’ordinanza di chiusura di tutte le scuole per lunedì. Visto che nessuna delle previsioni meteo che ho consultato in questi giorni prevede nuove nevicate, mi sembra quantomeno esagerato dichiarare default dei servizi per otto centimetri di neve, a meno che il fine non sia quello di  mandare la gente a recuperare un po’ dello shopping natalizio saltato questo sabato.

Mi chiedo cosa faranno domani mattina i genitori che, sprovvisti di nonni a pieno servizio o semplicemente non raggiunti in tempo dalla notizia, arriveranno a scuola coi loro figli trovandola chiusa. Speriamo che prendano i bambini e vadano a spalare un po’.

tempo di bilanci

19 dicembre 2009

Con la fine del 2009, lascerò, dopo otto anni, il mio posto di amministratore delegato in Wafer.

Fino a un anno fa, questa era l’ultima cosa che mi sarei immaginata: Wafer è stata per me una specie di bambino, che ho fatto nascere e crescere, cercando di farlo somigliare a me nei miei pregi, e di non fargli pesare i miei difetti. Ha assorbito e generato pensieri, passione, progetti, energia; come un figlio, mi ha cambiata, resa orgogliosa, fatta arrabbiare.

In questi otto anni ho imparato che le cose non sempre riescono come vorresti, perché ci sono tanti fattori che le influenzano oltre al lavoro e all’impegno che ci metti tu. Qualche volta, di fronte alla sfiga, ho pianto – come quando abbiamo trovato la sede svuotata dai ladri – e poi mi sono soffiata il naso e ho ripreso a sorridere, perché lamentarsi è un pozzo che succhia energia, e di energia ne serve tanta, invece.

Ho imparato, ogni giorno di più, che bisogna chiamare le cose col loro nome e guardarle in faccia, senza raccontarsela e senza rimandare le decisioni. Ho anche sperimentato più volte quanto serva cambiare punto di vista, e guardare le stesse cose in un modo diverso.

Così a un certo punto, a inizio di quest’anno, ho riconsiderato la mia vita e il mio lavoro, e ho capito che una stagione si stava chiudendo, e che non avevo più voglia di continuare a lungo. Ci sono varie vicende che hanno contribuito a questo spegnersi della passione: patti non scritti che negli anni sono stati malcompresi o malrispettati, storie che potevano e dovevano andare in modo diverso e invece sono finite male, fatica di crescere e tenere insieme i numeri in un mercato asfittico e senza regole, compromessi e diplomazie che mi venivano chiesti, e che non volevo più accettare; e infine la crisi globale, che ci sta mettendo tutti di fronte alla necessità urgente di cambiare.

Mi guardo indietro, e mi dico che è stata una gran palestra e una gran scuola. Ho indossato quasi tutti i cappelli che ci si può mettere in un’agenzia web, dai ruoli operativi a quelli manageriali; ho lottato con la mia difficoltà a delegare, e ho scoperto quanto mi sia difficile gestire i conflitti.

Alla fine, quel che penso mi sia riuscito meglio – oltre ad alcuni lavori di cui sono davvero fiera – è motivare le persone, creando un ambiente di lavoro in cui ciascuno avesse la possibilità di crescere, di prendersi delle responsabilità, di imparare. Poi non tutti l’hanno fatto in misura uguale, o con risultati eccellenti, ma ci sono state sorprese e soddisfazioni, e Wafer è stato un posto di lavoro dove non ti si spegne il cuore quando entri in ufficio. Sono stati otto anni di open space, in tutti i sensi: trasparenza su obiettivi e conti, impegno a distribuire il più possibile le informazioni, incoraggiamento allo scambio di conoscenze, analisi aperta degli errori con l’obiettivo di non ripeterli.

Ma ora ho bisogno di ritrovarmi da sola. Voglio prendermi tempo, per studiare e sperimentare. Ho un po’ di idee, le voglio esplorare senza il peso di dover gestire (in Italia) un’azienda di otto persone, e il vincolo di dover rendere conto a dei soci che non hanno la più pallida idea di quello che faccio.

Cambierò il mio status FriendFeed, non più “mordo il freno”, ma qualcosa che devo ancora pensare. Sono sicura che il prossimo bilancio sarà molto migliore.

ma ci credete veramente?

8 dicembre 2009

Mettendo un po’ d’ordine nella carta accumulata di recente, mi è capitato sottomano un “Telextra news” che non so se sia arrivato in ufficio o a casa; una newsletter di due fogli, scritta e diffusa da una delle tante aziende che vendono elenchi di indirizzi.

Non so perché, dopo aver tolto il cellophane, invece di archiviarla direttamente nello scatolone della carta da macero l’ho aperta, e l’occhio mi è caduto sulla “lettera a Babbo Natale”, in cui tal Marilena (suppongo si tratti di Marilena Tramarin, direttore responsabile del libello) chiede (purtroppo già accontentata in anticipo) di trovare sotto l’albero il ritorno dell’opt-out.

Ve ne trascrivo alcune righe, perché da questo sgrammaticato e patetico delirio emerge, secondo me, un dramma umano: quello di chi vende merda, e si preoccupa seriamente che altri facciano gli schizzinosi rifiutandosi di assaggiarla.

.. non si tratta di lobby del Telemarketing che bussano in Parlamento per ottenere favori,

[noooo]

ma di un’intera sezione dell’economia italiana che non sa come affrontare il proprio futuro, inoltre per questo tipo di lavoratori non esiste la cassa integrazione.

[leggi: poi non lamentatevi se diamo un calcio in culo ai precari che finora abbiamo usato nei callcenter, o ai "liberi professionisti consulenti" che prendono la partita IVA per farci da agenti]

Mi fanno sorridere coloro che si dichiarano paladini della libertà di sedersi sul proprio divano senza rischiare di alzarsi per una telefonata disturbo,

[ah quindi vi rendete conto che rompete i coglioni a mia madre tutti i giorni, cercando di venderle roba che non le serve o che ha già?]

non hanno neppure idea di quanto spam riceviamo noi aziende quotidianamente nelle nostre caselle email,

[eh, infatti, anche in azienda vorrei essere lasciata in pace dai vostri serial caller]

ma forse non hanno neppure conoscenza del vero significato della parola privacy (letteralmente: riservatezza) ed enfatizzano un minimo disagio dimenticando le informazioni che vengono consegnate ad imbonitori su malati terminali o a situazioni ancora più delicate.

[questa non l'ho capita: cosa c'entra a chi si raccontano i fatti propri?].

Di fatto la parola privacy un Italia è diventata una scusa dietro la quale tutti si nascondono per non eseguire il loro lavoro o non svolgere attività che non li aggradano,

[il delirio ormai è alle stelle, e si infilano parole al vento una dietro l'altra. Signora mia, si stava meglio quando si stava peggio!]

per di più, nelle quotidiane funzioni aziendali, ci troviamo sempre più clausole e complicazioni da rispettare la cui inosservanza è oggetto di ammende non eque.

[e qui un po' di ragione ce l'avresti anche, ma a questo punto ti sei bruciata tutti i punti quindi la situazione è irrecuperabile]

Io credo che viviamo in due universi paralleli. Queste sono persone – e aziende – convinte che comunicare sia un’attività a una direzione: ti inseguo dovunque tu sia, e ti ripeto le mie proposte di vendita fino allo stremo, contando sulla legge dei grandi numeri e sul fatto che prima o poi qualcuno interessato lo troverò (perfino i figli degli ex dittatori africani trovano qualcuno che gli apre il portafoglio..). Ascolto, dialogo, conversazione, sono concetti bizzarri e stranieri.

Nel mio universo, parlare a uno che non è interessato è un errore, che cerco di evitare per quanto possibile, o di correggere, se mi capita, appena me ne accorgo. Sono disposta a cedere l’anima ai demoni onniscenti di Google, pur di farmi presentare contenuti che mi possono interessare, risparmiandomi la fatica di scansare ogni volta informazioni per me irrilevanti.

Sarebbe mille volte più economico e funzionale, invece di chiamarmi all’ora di cena per provare a vendermi quello a cui non stavo pensando, farmi trovare le informazioni che mi servono, quando mi servono (i siti delle compagnie telefoniche, per dire, sono mediamente inusabili, e mi condannano nove volte su dieci alla tortura del callcenter).

Si chiama rispetto, si chiama intelligenza.