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pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Archivio per la categoria “viaggiare leggera”

Partire per incontrare se stesse

in partenza

Non c’è viaggio che non mi abbia cambiata, e non conosco modo migliore di imparare che preparare una borsa leggera e muovermi, meglio ancora se da sola, ma con la ferma intenzione di incontrare altre persone.

I miei viaggi da ventenne nascevano spesso con la scusa di andare a trovare amici lontani: mi ospitavano loro, dovevo pagarmi solo il treno, che finanziavo coi soldi messi da parte lavorando d’estate e facendo economie sul mio esiguo bilancio da studentessa fuorisede.

Un’estate me ne andai da sola in Irlanda, e da lì, dopo dieci giorni di pioggia e tristezza, decisi, di nascosto dai miei genitori, di volare in Olanda, dove mi aspettavano il sole e un ragazzo conosciuto in campeggio l’anno prima. Fu una settimana di passione, sensi di colpa e scoperte, in cui presi le misure di quanto potevo camminare sulle mie gambe e cavarmela improvvisando soluzioni senza rete.

Qualche anno più tardi scoprii la Sicilia andando a trovare un “amico di penna” – ci si scriveva fra sconosciuti anche prima dei social network, io avevo incontrato il giovane architetto palermitano sulla bacheca di Linus e ci eravamo scritti per mesi, le sue lettere fitte di disegni meravigliosi. Con sua grande delusione, non mi innamorai di lui ma di Palermo, che pettinai avanti e indietro a piedi passando spesso attraverso quartieri off-limits, riempiendomi gli occhi di barocco e la pancia dei pranzi pantagruelici cucinati da sua madre.

Da quella volta, la Sicilia diventò una delle destinazioni predilette dei miei viaggi da sola, e fu in una piazza di Taormina che incontrai due scrittrici australiane di libri per bambini insieme alle quali girai l’Etna e le gole dell’Alcantara; già i maschi locali, vedendomi sola, mi abbordavano in inglese, tanto valeva calarmi del tutto nella parte di viaggiatrice straniera.

Le due scrittrici mi invitarono ad andarle a trovare a Melbourne e scoprire l’Australia e l’idea mi piacque subito. Avevo un sacco di ferie arretrate, chiesi all’ufficio personale l’intero mese di febbraio del ’95, comprai il biglietto e, due settimane prima della partenza, con trepidazione feci la mia prima telefonata intercontinentale per avvisare Pamela dell’orario del mio arrivo.

Con mio grande sconcerto, non mi rispose Pamela ma un gentile signore che mi spiegò che sì, Pam l’aveva avvisato che io sarei arrivata presto a Melbourne, no non poteva passarmela perché al momento Pam era a San Diego per lavoro e gli aveva lasciato in custodia la casa, e sì, sarebbe venuto lui a prendermi all’aeroporto e mi avrebbe ospitata nella casetta di legno in mezzo alla foresta sulle colline di Melbourne.

Fosse oggi, l’avrei già saputo, anzi saremmo stati già amici su Facebook – ma 21 anni fa io mi trovai a partire per un appuntamento al buio, con la prospettiva di convivere con uno sconosciuto che mi avrebbe ospitata in una casa isolata dall’altra parte del mondo; per quanto ne sapevo poteva trattarsi dell’assassino della mia amica che, dopo averla fatta a pezzi e stivata nel freezer, si apprestava a fare lo stesso con me.

Invece Trevor si rivelò una persona meravigliosa, con cui passai ore a parlare – di mio padre, che avrebbe avuto pochi anni più di lui ed era morto all’improvviso tre anni prima, di suo figlio che aveva da poco trovato il coraggio di fare coming out, della vertigine che dà l’Australia a chi arriva dall’Europa ed è abituato a paesaggi densi di tracce umane e di storia.

Dopo avermi fatto da ospite impeccabile nella casetta di legno in mezzo alla foresta, mi propose di trascorrere insieme un weekend lungo la Great Ocean Road, così partimmo sul suo fuoristrada – che in Australia ha senso guidare un Land Rover Defender, non come qui per portare i bambini a scuola; non avrei potuto desiderare una guida migliore.

In certi momenti rimpiango di non aver scritto di più, di non aver scattato più foto, di aver perso le tracce e in certi casi anche i nomi di tante persone incontrate; viaggiare oggi è ancora più bello, ora che posso riassaporare i colori e i ricordi ogni volta che voglio.

Poi penso che ci sono ancora tante mete da esplorare, e tanti incontri da cui farmi cambiare, e sono felice.

[Questo testo l’ho scritto per la guida di viaggio di Destinazione Umana, un progetto che ho visto nascere e a cui ho sempre piacere di contribuire, sia per lavoro che, come in questo caso, per amicizia]

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Tre giorni in Appennino, fra La Calla e Camaldoli

Era un po’ che meditavo di portare mio figlio a fare un’escursione a piedi passando qualche notte fuori, e finalmente l’ho fatto, scegliendo un percorso che è un vero e proprio classico per chi come me ha iniziato a fare trekking in Romagna: il sentiero La Calla – Camaldoli.

L’itinerario corre in gran parte sul crinale, lungo il sentiero 00 detto in questo tratto La Giogana, perché era il percorso lungo il quale i buoi “aggiogati” trainavano i tronchi tagliati nella foresta.

Impossibile perdersi perché il sentiero è largo e ben tracciato e, come molti sentieri di crinale, facile da seguire; ne trovate la descrizione su tantissime guide nonché nel pannello all’inizio di ogni tappa. Se volete documentarvi, consiglio di acquistare, in uno dei tanti Centri Visita del Parco, la guida “A piedi nel Parco“, e comunque di partire con una buona carta escursionistica 1:25.000.

Così, la mattina della vigilia di Ferragosto, io Guido e l’ingegnere siamo partiti da Ravenna (con la solita ora di ritardo rispetto alla mia tabella di marcia ideale) diretti verso il Passo della Calla (mt. 1320), dove abbiamo lasciato l’auto per metterci sul sentiero alle 11 del mattino. In un’estate normale, sarebbe stato meglio partire un po’ più di buon’ora, ma quest’anno la stagione è quella che è, e quel giorno il crinale era spazzato da raffiche di vento freddo che ci hanno tormentato per tutto il giorno.

Il sentiero corre in mezzo alla foresta, una splendida faggeta bella in tutte le stagioni: l’ho percorsa in autunno ammirando i colori delle foglie, e d’inverno stregata dalle sculture gelate della galaverna, e ne è sempre valsa la pena.

sulla Giogana

Verso l’una, prendendocela comoda – che non siamo più abituati a camminare con lo zaino carico – siamo arrivati a Poggio Scali, il punto più alto di quel tratto di crinale (mt.1520); la cima si raggiunge per una deviazione dal sentiero (rispettate le indicazioni, ché siete nel mezzo di una riserva forestale integrale!), e da lì si può ammirare tutto il crinale, e, nelle giornate limpide, vedere perfino il mare.

poggio scali

Dopo quasi tre ore di cammino dalla Calla, dal crinale si stacca sulla destra il sentiero no.68 che scende ripido verso Camaldoli. Quasi subito il bosco cambia e la faggeta lascia il posto agli abeti bianchi, altissimi e fitti: una foresta curata nei secoli dai monaci che ne hanno gestito i tagli e le piantumazioni, creando un ecosistema apparentemente “naturale” ma in realtà modellato dagli uomini e dalla storia.

E io, sarà perché sono i sentieri in cui ho iniziato a fare trekking, sarà perché è la mia terra, sarà perché ho sentito tante volte raccontare le storie di questi boschi e la vita delle persone che li hanno abitati fino a poche decine di anni fa, ecco io ogni volta me ne innamoro di nuovo: di un amore forse più usato e domestico di quello per le cime spettacolari delle Dolomiti, ma non per questo meno profondo.

La discesa verso Camaldoli è ripida, e le ginocchia già provate chiedono attenzione, così ci prendiamo un po’ più tempo dei 20′ previsti, ma non importa. Il bosco è tanto fitto che fino all’ultimo momento il muro dell’Eremo resta nascosto nella foresta, e te lo trovi davanti a sorpresa: ecco, qui gli escursionisti “tosti” fanno tappa e tornano indietro in giornata lungo lo stesso percorso, invece noi facciamo una piccola sosta – siamo troppo stanchi e sudati per visitare l’Eremo adesso – e proseguiamo in discesa, verso il Monastero.

Fra l’Eremo e il Monastero potete scendere o lungo la strada asfaltata, leggermente più lunga ma meno accidentata, o per il sentiero che taglia i tornanti e segue in molti punti il tracciato dell’antica mulattiera (noi, trascinati da un instancabile Guido evidentemente bene allenato dopo le due settimane di Alto Adige abbiamo fatto il sentiero). In tre quarti d’ora si arriva al Monastero e qui ci sono il Centro Visite, un paio di alberghi-ristoranti-bar e una focacceria dove potete rifornirvi in abbondanza per il pranzo al sacco del ritorno.

Albergo Camaldoli

Sia l’Eremo che il Monastero hanno una foresteria, dove ovviamente vengono ospitati gruppi o, più raramente, persone singole, motivati da una spinta religiosa o dal bisogno di ritirarsi in meditazione, o partecipare a una delle iniziative di preghiera del Monastero (che, nei secoli, ha sempre funzionato come struttura di ospitalità a supporto e tutela della quiete dell’Eremo).

Io stessa, saranno ormai passati più di trent’anni, ho dormito all’Eremo insieme agli scout, e ne ho un ricordo bellissimo, nonostante l’inverno e il freddo patito durante la notte. Oggi che sono diventata una viandante laica e senza dio ho prenotato all’albergo Camaldoli; l’altra opzione è la Locanda Tre Baroni (attenzione, le foto che vedete nel sito sono di un’altra struttura, quella deluxe a Poppi, mentre l’albergo di Camaldoli è del tutto simile a quello dove abbiamo dormito noi), o, se siete eroici e vi siete portati la tenda sulle spalle, il campeggio più sotto.

L’albergo è vecchiotto ma confortevole, i pavimenti delle camere sono tavolati di abete annerito dal tempo, da cui nelle primissime ore del mattino filtra il profumo dei dolci cotti nel forno al pianterreno.

A cena potete recuperare tutte le calorie consumate sui sentieri, ribaltandovi di tortelli, porcini, tagliata, formaggi e salumi del Casentino: dignitoso anche il vino della casa, prodotto nelle vigne dei monaci, e da assaggiare gli amari, sempre prodotti nella distilleria del monastero.

tagliata con funghi porcini

Il nostro programma era di passare due notti a Camaldoli, per fare un po’ di pausa fra l’andata e il ritorno a piedi; in realtà durante il secondo giorno tutto abbiamo fatto tranne che stare in pausa, anche perché intorno al monastero c’era la bolgia dei gitanti di Ferragosto da cui volevamo tenerci il più lontano possibile.

Così, di prima mattina, abbiamo visitato il Monastero e la sua antica Farmacia, con alambicchi, mortai, vasi e mirabilia, e una piccola ma molto interessante biblioteca di manoscritti e libri antichi. La tappa è altamente consigliata – l’unica cosa che ci ha trattenuti dal fare incetta di liquori e creme è stato il pensiero che avremmo dovuto portarli indietro in spalla, ma ci torneremo.

antica farmacia dei monaci di camaldoli

Poi siamo scappati su per il sentiero natura, un percorso circolare di un’ora e mezza circa che mostra vari aspetti del bosco, dall’abetina al bosco misto di aceri e querce, fino a un antico castagneto dove ancora resiste il monumentale Castagno Miraglia, età stimata dai 400 ai 500 anni – e ce ne sono altri, altrettanto belli.

il Castagno Miraglia

Mangiata la nostra schiacciata nei pressi del Castagno Miraglia e terminato il sentiero natura, siamo risaliti all’Eremo, assediato dalla bolgia di Ferragosto, a cui ci siamo accodati per fare una delle brevi visite guidate all’interno.

Eremo di Camaldoli

L’Eremo è un luogo che riesce, perfino il 15 di agosto, a comunicare un senso di pace e liberazione attraverso il silenzio. Mi è sembrato del tutto naturale scoprire che, una volta alla settimana, uno dei monaci tiene sessioni di yoga e meditazione, e leggere, nelle note distribuite all’ingresso, un’introduzione al concetto di vita monastica ed eremitica che accosta fra loro esperienze anche molto lontane dai confini del cattolicesimo.

Quando ero una scout, una delle giornate che mi piacevano di più al campo estivo era quando ai più grandi (15-16 enni) veniva prescritta la “giornata del silenzio”, che ciascuno di noi avrebbe dovuto trascorrere esplorando da solo il bosco, pranzo al sacco e quaderno per gli appunti. In molti baravano e si davano appuntamento un po’ lontano dal campo, magari fra morosi; io invece me ne stavo felicemente da sola, non per senso del dovere (col moroso dell’epoca ci imboscavamo la notte, uscendo di nascosto dalle tende), ma perché camminare da sola mi dava un senso di impagabile libertà. Non potrei vivere sempre in eremitaggio, ma quando incontro la solitudine scelta e vissuta consapevolmente è sempre come se il mio respiro si facesse più ampio e profondo.

Insomma alla fine nella nostra “giornata di pausa” abbiamo camminato per più di tre ore, ma è andata benissimo così. Ero un po’ preoccupata dal ritorno, che in genere prende più tempo perché la salita dagli 800 del Monastero ai 1.300 circa del crinale è lunga, ma per nostra grande fortuna quest’anno una piccola cooperativa di Stia ha iniziato a sperimentare un servizio di bus navetta per escursionisti, attivo nei weekend (il prossimo sarà l’ultimo, quindi se volete approfittarne partite al volo!).

Il bus fa la spola fra il monastero di Camaldoli e Badia Prataglia passando per l’Eremo e per varie tappe sul percorso di crinale: noi ci siamo fatti lasciare a Prato alla Penna, sul crinale 00, un ottimo punto per riprendere la Giogana in direzione La Calla.

Prato alla Penna è un po’ oltre il punto in cui all’andata si scende verso Camaldoli, ma partendo da qui vi risparmiate 500 mt di dislivello in salita, e fate tutto il ritorno sul falsopiano del crinale; e poi in questo punto il bosco è veramente splendido, perché ai faggi si alternano gli aceri – tornare in autunno, senz’altro!

Partiti alle 11 da Prato alla Penna col sole, dopo un’ora di cammino siamo entrati in una nuvola che in pochi minuti si è trasformata in pioggia, sottile ma tenace: per qualche oscuro motivo, questo inconveniente ha “caricato” Guido, che ha fatto tutto il sentiero senza mai lamentarsi o reclamare una pausa. Abbiamo “tirato” oltre Poggio Scali, e ci siamo fermati all’una e venti in un punto in cui alcuni enormi massi di arenaria creano una piccola grotta: qui abbiamo mangiato velocemente, mentre fuori dalla grotta per fortuna la pioggia iniziava a calare.

pranzo in grotta sul crinale

L’ultimo tratto del sentiero l’abbiamo fatto quasi di corsa, più che altro per riscaldarci, e infatti siamo arrivati al Passo della Calla nelle tre ore e 20′ previste dalle guide; un debole sole bucava le nuvole, ma il termometro dell’auto segnava 10°C, a memoria che in montagna, anche sul domestico Appennino, bisogna sempre partire attrezzati per ogni possibile scherzo del tempo.

Viaggiare a piedi ti fa entrare una terra dentro, come tutte le esperienze che ti impegnano il corpo e non solo la mente. Se c’è una cosa che mi rende felice è vedere che sta cominciando a piacere anche a Guido, magari è fortuna, e magari per una volta abbiamo avuto abbastanza pazienza da provarci.

 

Vita al maso

Siamo da una settimana in Val Casies, ospiti del maso Haus Hilda di cui ho più volte scritto nell’altro mio blog.

Quest’anno al nostro arrivo non c’erano altri bambini, ma Guido ha trovato subito modo di tenersi impegnato seguendo il giovane Daniel e Frau Hilda in tutte le incombenze della stalla. Così ora, quando torniamo a casa nel pomeriggio dopo una camminata, si precipita a indossare gli stivali di gomma e sparisce alla nostra vista, perché c’è da seguire la mungitura delle mucche, spettacolo evidentemente più avvincente dei cartoni animati di Rai YoYo (mai chiesto di accendere la televisione da quando siamo arrivati).

Ogni giorno ci ragguaglia sullo stato dei vitelli appena nati, dei quali è informatissimo; questo weekend sono arrivati il bimbo dell’anno scorso con due cugini, e li ha subito portati in visita nella stalla.

L’altro ieri, dopo una conversazione con Hilda sull’alimentazione dei maiali (al maso ne allevano due per produrre ogni anno lo speck per il consumo casalingo), è arrivato in appartamento e ha detto che non dovevamo più buttare via le bucce della frutta e delle patate, perché voleva portarle ai maiali; così abbiamo praticamente azzerato la frazione organica della nostra raccolta differenziata.

Ieri sera, verso l’ora di cena, è apparso in casa mezzo fradicio e tutto puzzolente, annunciando che aveva avuto “un piccolo problema dando da bere ai maiali” e che pensava fosse ora di fare il bagno.

Mai stata così contenta di fare un bucato.

Un giro in Valle Baiona a fare birdwatching con Giacomo Benelli

Proprio dietro a Marina Romea si trova la Pialassa Baiona, una zona umida salmastra che fa parte del più vasto sistema delle valli del Delta del Po.

Passeggiare lungo i sentieri che attraversano la valle, a piedi o in bicicletta, è bellissimo, in tutte le stagioni (in estate, non senza essersi spalmati di antizanzare ;-)), e io ci porto spesso mio figlio, soprattutto quando facciamo base nella casa del mare dei nonni che è proprio attaccata alla valle.

Nei giorni scorsi ho conosciuto Giacomo Benelli, guida naturalistica e appassionato di birdwatching, che fra le altre cose organizza dei tour in barca fra i canali e i chiari della Pialassa Baiona. Dato che [disclaimer] sto lavorando per la Proloco di Marina Romea, cercavo un po’ di informazioni proprio sulle opportunità di turismo naturalistico in zona, così Giacomo è stato tanto gentile da accompagnarmi in uno dei suoi giri.

Ne ho approfittato per arricchire un po’ il mio set Flickr sulla Valle Baiona, e per girare un breve video.

Se volete anche voi fare un salto da queste parti per fare birdwatching e scattare foto migliori delle mie, trovate tutte le info sulla pagina del sito della Proloco dedicata al birdwatching a Marina Romea.

Un giro facile in Campigna (anche per bambini)

Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, e, quando abitavo a Forlì, quasi tutti i fine settimana me ne andavo su per la Valle del Bidente, spesso con amici più esperti di me, a camminare per sentieri.

Poter raggiungere il crinale appenninico in poco più di un’ora è una delle cose che mi manca di più ora che vivo a Ravenna; alla lontananza si aggiunge poi la pigrizia mattutina dell’Ingegnere, causa di innumerevoli litigate festive, che rende praticamente impossibile essere su un sentiero a un’ora decente.

Tuttavia, mentre in primavera-estate vale la pena mettersi sul sentiero la mattina presto, in pieno inverno sono le ore centrali della giornata quelle migliori per stare fuori. Così quest’inverno abbiamo ripreso in mano gli scarponi, e continuato il nostro lavoro di educazione del piccolo alla montagna.

Portare un bambino a camminare non è una scommessa facile: da una parte io sono convinta che sia necessario “forzare” un po’, senza spaventarsi ai primi capricci (e nemmeno ai secondi), abituandolo a camminare sulle sue gambe e a stare in mezzo alla natura; dall’altra, cerco di fare tutto gradualmente e di non esagerare, per evitare di fargli diventare odioso quello che invece voglio fargli amare.

Abbiamo cominciato con passeggiate facili facili, sentieri natura alla portata di pensionati, percorsi con dislivelli minimi; poi, in Dolomiti, l’abbiamo portato su vie più alte, con alterno successo: a volte la camminata andava liscia, altre volte invece ogni salita era un calvario di frigne e contrattazioni.

In realtà non è una questione di energia fisica: i cuccioli ne hanno a dismisura, molto più di noi anziani genitori, e sono in grado di correre e saltare in misura più che sufficiente per scalare una montagna. Il problema è che su un sentiero tendono ad annoiarsi, e, quando non sono ancora abbastanza grandi per apprezzare gli aspetti naturalistici del percorso, non è facile trovare spunti per tirarseli dietro.

Oggi, con la Campigna innevata e previsioni del tempo ottime, ho deciso di provare un percorso sulla neve, con partenza dal Passo della Calla. Siamo arrivati su con la solita ora di ritardo sulla “mia” tabella di marcia, e ci siamo messi sul sentiero a mezzogiorno, dopo aver fatto due chiacchiere col mio amico Lello che prendeva il sole, rilassandosi in attesa della ciaspolata prevista per il pomeriggio.

Dal Passo della Calla abbiamo preso il sentiero 00, che, arrampicandosi sul versante nord in mezzo al bosco, porta alla Burraia. C’era molta neve, ma il sentiero era abbastanza battuto da riuscire a salire anche senza ciaspole; la salita è un po’ dura, ma siamo arrivati al pratone della Burraia in poco più di un’ora (la durata prevista per il percorso è di 40 minuti, ma sono tempi da adulti e senza neve). Un po’ di incontri e qualche fantasia sulla possibile presenza di folletti silvani ci hanno fatto passare il tempo.

camminando nella neve
La giornata era veramente splendida, e sul crinale non c’era quasi vento, condizione perfetta per pranzare al sacco dopo aver steso il poncho sulla neve. Visto che il ragazzo sembrava in forma, ho deciso di non tornare indietro dallo stesso sentiero, ma di allungare il percorso facendo un anello intorno al Monte Gabrendo. In questo modo, avremmo potuto goderci il sole che scaldava il sentiero di crinale.

Siamo saliti in cima al prato e abbiamo preso il sentiero no.86 in direzione del Monte Gabrendo. La neve in vetta era meno battuta, il che rendeva più difficoltoso camminare senza ciaspole, ma, dopo un primo strappetto in salita, il percorso era tutto in discesa (abbiamo rinunciato alla deviazione verso la vetta del Gabrendo per non esagerare, tanto il panorama era bellissimo anche dai prati). Guido si lamentava un po’, più che altro perché ogni dieci passi affondava nella neve, ma, con un po’ di pazienza, siamo riusciti a portarcelo dietro.

Dopo circa quaranta minuti di crinale, abbiamo lasciato il sentiero no.86 per imboccare il no.82, che, tenendosi quasi in quota in mezzo alla faggeta, torna verso la Calla. Il sole si stava abbassando verso il crinale, e il bosco era immerso in una splendida luce dorata.

sul sentiero no.82 verso il Passo della CallaIl ragazzo iniziava a stancarsi, ma farlo andare avanti su un sentiero che si tiene quasi in quota è più semplice che tirarselo dietro in salita 😉 Il rientro, dai prati di Burraia al Passo della Calla, è durato quasi due ore (probabilmente camminando a un passo normale avremmo impiegato un’ora e venti), senza capricci né crisi.

Guance abbronzate, polmoni ripuliti, siamo risaliti in auto proprio mentre il gruppone dei ciaspolatori, una sessantina almeno!, imboccava il nostro stesso sentiero, al seguito di Lello. Un sabato perfetto.

cielo in campigna

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