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[ricette veloci per madri snaturate] il salame di cioccolata

salame di cioccolata

Dopo aver partecipato a una serata della “Scuola di Alta Cucina Kenwood” e aver molto ammirato la maestria delle pasticcere che montavano creme, spremevano meringhe e sfornavano deliziose lingue di gatto, sono tornata ai miei dolci-lampo da madre snaturata, la cui massima prestazione annuale è organizzare una festa di Halloweeen-compleanno incastrata fra mesi di viaggi da una parte all’altra d’Italia.

I pezzi forti della festa – a parte la torta che o si compra o si affida alla santa nonna – sono ormai consolidati: la pizza, il castagnaccio e il salame di cioccolata: un dolce-salvavita, che ti fa fare bella figura anche se non hai voglia di cucinare.

Il salame di cioccolata è talmente facile da fare che è impossibile che venga male: l’unica attenzione necessaria è di prepararlo in tempo, perché deve stare una giornata almeno in freezer (ma questo lo rende ancor più utile perché non va a intasare la todolist delle ultime ore prima di un compleanno, o di una cena).

Essendo un dolce semplice, la sua bontà è direttamente proporzionale alla qualità degli ingredienti: io cerco il burro altoatesino, le uova di galline allevate a terra e il cacao fondente equo e solidale, che è profumatissimo e squisito. Gli ingredienti sotto sono per 6-8 persone:

  • 100 g di burro
  • 200 g di biscotti secchi (tipo Petit)
  • 100 g di zucchero
  • 50 g di cacao amaro in polvere
  • 50 g di noci e/o pinoli
  • 1 uovo freschissimo
  • 2 cucchiai di marsala

In una ciotola mescolo zucchero e cacao; aggiungo il burro lasciato intiepidire fuori dal frigo e tagliato a cubetti e l’uovo, e mescolo forte, cercando di sciogliere il burro. Sbriciolo i biscotti (non è un problema se restano alcuni pezzetti un po’ più grandi), sguscio le noci e le trito un po’; aggiungo biscotti e noci all’impasto, mescolando in modo da distribuire bene tutto.

A questo punto, viene la parte divertente: prendo un foglio di carta d’alluminio e ci verso sopra qualche goccia di marsala, stendendola bene in modo che poi l’alluminio non si attacchi al salame. Poi prendo il blob cioccolatoso, lo metto sul foglio di alluminio e modello uno o due salami, avvolgendoli nell’alluminio; metto in freezer a rassodare, e mi lecco voluttuosamente dita e ciotola.

[Dato che in classe con mio figlio c’è una bimba celiaca, alle ultime feste ho sostituito i biscotti petit con un pacchetto di frollini per celiaci e controllato che il cacao non contenesse glutine: risultato ottimo comunque!]

Quando è ora di mangiarlo, lo tiro fuori dal freezer, tolgo l’alluminio e taglio a fette – attenzione, dà dipendenza! Nel caso improbabile in cui ne resti un po’, potete rimetterlo tranquillamente in freezer e tirarlo fuori nei momenti di sconforto.

Il mese dei sensi di colpa, da uccidere

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Di solito non mi succede, ma in questi giorni viaggio in pena, coi cani dei sensi di colpa che mi mordono i polpacci.

Molte cose che vanno bene, benissimo, molto viaggiare che mi apre il cuore e i pensieri e mi fa bene, molti incontri e occasioni. E, a fianco di tutto questo, i mille pensieri che mi vengono quando osservo mio figlio, e mi sento ribollire dentro pensieri e sentimenti opposti.

Da una parte ne sono innamorata e fiera; dall’altra, quando mi scontro con la sua testardaggine, con certe pigrizie, con le scuse che accampa per non fare o rimandare, gli spaccherei la testa a mazzate, per vedere cosa c’è dentro.

In certi momenti penso di essermi presa un impegno troppo grande facendo un bambino: forse, per come sono fatta io, che amo varare i progetti e farli navigare da soli appena sono in grado di stare in piedi, un figlio è un impegno troppo a lungo termine, troppo definitivo, troppo esigente. So anche che questa esperienza mi ha fatto imparare cose di me e della vita che altrimenti mai avrei capito, e che in qualche modo anch’io, come tanti genitori imperfetti, posso trovare una mia strada ogni giorno.

Questo inizio di anno scolastico è stato molto faticoso; è coinciso con due mesi in cui sono stata spesso via, e, per quanto l’ingegnere sia nel primo percentile dei padri presenti e affidabili, ci sono state forse troppe ore-nonni, o troppe poche ore-mamma. Sì, è importante la qualità del tempo speso insieme, certo, però è capitato che tornassi a casa stanca, e probabilmente molto del poco tempo passato insieme è stato tempo di stanchezza e di impazienza.

Fatto sta che ci siamo trovati a metà ottobre in mezzo ai litigi, ai pomeriggi di tortura coi compiti, all’escalation dei ricatti, alle litigate mattutine per arrivare in tempo a scuola. Sono ripartita col magone, mi porto dietro il magone da settimane, e non l’ho ancora smaltito tutto.

A un certo punto, dopo la crisi peggiore, ho deciso di darmi una calmata e di abbassare l’asticella, a me e a lui. Mi sono riaperta un credito di pazienza e ho deciso di lasciar da parte un po’ di impegni, almeno per un po’. Sta funzionando, anche se è faticoso. Stiamo facendo pace, e stiamo trovando alcuni piccoli trucchi per non litigare e per divertirci insieme. Siamo un po’ meno agitati, e un po’ alla volta certi eccessi e certe ribellioni rientrano, ed esce fuori di nuovo il bambino meraviglioso che è Guido.

In background mi disturbano altri sensi di colpa: la scrittura del libro che va a rilento, la rinuncia a partecipare ad alcuni eventi a cui avrei voluto contribuire (i primi che mi vengono in mente: gli incontri su Agenda Digitale Ravenna, la Leopolda questo weekend, le Ravenna Future Lessons in cui sono riuscita solo a fare un passaggio veloce per salutare gli amici), gli arretrati di lettura… e anche la consapevolezza chiarissima di non essere fatta per fare la madre a tempo pieno (“There is nothing more boring for an intelligent woman than to spend endless amounts of time with small children. I felt I wasn’t the best person to bring them up. I would have ended up an alcoholic or a frustrated intellectual like my mother” – grazie Sara per la citazione di Doris Lessing).

Ne verrò fuori, un passo dopo l’altro, troveremo una strada. Riuscirò anche ad ammazzare questi sensi di colpa, ne scrivo per farli arretrare, non mi servite a niente, succhiasangue che non siete altro. Ho bisogno di energia, di vita, di passione, ho bisogno di dormire bene, ho bisogno di ridere di cazzate e di sentire che sto facendo qualcosa di buono. Non ho il fisico per il costume da Wonderwoman.

di feste del papà e di farsi avanti

La festa del papà è una di quelle feste commerciali un po’ farlocche che non ho mai amato, ma che inevitabilmente respiri perché su Facebook ogni tre post ce n’è uno di auguri. Oggi poi tanti dei miei amici si sono messi a pubblicare foto di loro da bambini, coi rispettivi padri, e insomma un po’ di nostalgia mi è caduta addosso.

Allora sono andata anch’io a riaprire l’album, per rivedere me bambina 40 anni fa, al mare con mio babbo.

io e il babbo

Un babbo sorridente e fiero, che ci ha lasciate troppo presto ma che è stato forse una delle persone che più mi ha fatta diventare quel che sono.

Mi veniva in mente in questi giorni, in cui sto leggendo un bel libro che consiglio a tutti: “Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire” di Sheryl Sandberg: un libro che parla di come le donne debbano superare prima di tutto i limiti che loro stesse si pongono, e imparare ad alzare la mano più spesso, a prendersi delle responsabilità, a impegnarsi duro.

Mio padre per tutta la vita mi ha sostenuta, convinto che avrei potuto fare tutto quello che mi fossi messa in testa di voler fare.

Non è una cosa scontata per una figlia femmina, nemmeno oggi, e tanto meno lo era 40 anni fa: ma io, da lui, ho assorbito ogni giorno la consapevolezza di poterci provare, senza preoccuparmi né del fatto di essere una femmina né di venire da una famiglia modesta.

I miei mi hanno sempre detto “sei brava, se hai voglia di impegnarti noi faremo tutti i sacrifici che servono per farti studiare”. Entrambi avevano dovuto smettere di andare a scuola alla fine delle elementari, e, soprattutto per mio padre, questo era stato un enorme dolore; nonostante questo, avevano ben chiaro che continuare a studiare doveva essere una scelta mia, non un modo per compensare una loro mancanza.

È mio padre che mi ha insegnato a farmi avanti: lui che aveva compensato con l’esperienza e la lettura quello che non aveva potuto imparare sui banchi di scuola, e che non si sentiva in imbarazzo di fronte a nessuno: dottori, professori, dirigenti, politici. È da lui che ho imparato a contare sulle mie qualità e a impegnarmi per realizzare le cose in cui credo. È da lui che ho imparato a non stare zitta, a prendere la parola, a non aver paura di essere io il capo.

Ora io non ho figlie femmine a cui trasmettere questo senso di sé, ma a mio figlio cerco di insegnare l’impegno e il rispetto, e il non dare nulla per scontato. A casa nostra ci dividiamo le responsabilità e i compiti, e nostro figlio cresce – a giudicare dai suoi disegni – con un’idea molto aperta di ciò che possono fare uomini e donne.

Come scrive Sheryl Sandberg nel suo libro, “la rivoluzione avverrà una famiglia per volta“; nella mia, è iniziata almeno una generazione fa.

Vita al maso

Siamo da una settimana in Val Casies, ospiti del maso Haus Hilda di cui ho più volte scritto nell’altro mio blog.

Quest’anno al nostro arrivo non c’erano altri bambini, ma Guido ha trovato subito modo di tenersi impegnato seguendo il giovane Daniel e Frau Hilda in tutte le incombenze della stalla. Così ora, quando torniamo a casa nel pomeriggio dopo una camminata, si precipita a indossare gli stivali di gomma e sparisce alla nostra vista, perché c’è da seguire la mungitura delle mucche, spettacolo evidentemente più avvincente dei cartoni animati di Rai YoYo (mai chiesto di accendere la televisione da quando siamo arrivati).

Ogni giorno ci ragguaglia sullo stato dei vitelli appena nati, dei quali è informatissimo; questo weekend sono arrivati il bimbo dell’anno scorso con due cugini, e li ha subito portati in visita nella stalla.

L’altro ieri, dopo una conversazione con Hilda sull’alimentazione dei maiali (al maso ne allevano due per produrre ogni anno lo speck per il consumo casalingo), è arrivato in appartamento e ha detto che non dovevamo più buttare via le bucce della frutta e delle patate, perché voleva portarle ai maiali; così abbiamo praticamente azzerato la frazione organica della nostra raccolta differenziata.

Ieri sera, verso l’ora di cena, è apparso in casa mezzo fradicio e tutto puzzolente, annunciando che aveva avuto “un piccolo problema dando da bere ai maiali” e che pensava fosse ora di fare il bagno.

Mai stata così contenta di fare un bucato.

Un giro in Valle Baiona a fare birdwatching con Giacomo Benelli

Proprio dietro a Marina Romea si trova la Pialassa Baiona, una zona umida salmastra che fa parte del più vasto sistema delle valli del Delta del Po.

Passeggiare lungo i sentieri che attraversano la valle, a piedi o in bicicletta, è bellissimo, in tutte le stagioni (in estate, non senza essersi spalmati di antizanzare ;-)), e io ci porto spesso mio figlio, soprattutto quando facciamo base nella casa del mare dei nonni che è proprio attaccata alla valle.

Nei giorni scorsi ho conosciuto Giacomo Benelli, guida naturalistica e appassionato di birdwatching, che fra le altre cose organizza dei tour in barca fra i canali e i chiari della Pialassa Baiona. Dato che [disclaimer] sto lavorando per la Proloco di Marina Romea, cercavo un po’ di informazioni proprio sulle opportunità di turismo naturalistico in zona, così Giacomo è stato tanto gentile da accompagnarmi in uno dei suoi giri.

Ne ho approfittato per arricchire un po’ il mio set Flickr sulla Valle Baiona, e per girare un breve video.

Se volete anche voi fare un salto da queste parti per fare birdwatching e scattare foto migliori delle mie, trovate tutte le info sulla pagina del sito della Proloco dedicata al birdwatching a Marina Romea.

Il tappo del serbatoio e lo stato corrente della morale in Italia

La scorsa settimana ho comprato e letto in un pomeriggio “La libertà dei servi” di Maurizio Viroli, professore ordinario di Teoria politica all’Università di Princeton. Un’analisi spietata della storia passata e recente d’Italia, che mostra come nel nostro paese la demagogia abbia la meglio sulla democrazia matura, e i cortigiani siano largamente maggioritari rispetto agli uomini liberi. Cito Viroli:

Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile. L’analfabetismo morale ha raggiunto proporzioni allarmanti, forse più di quello letterario. Evidenti errori di ragionamento – “ma lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io?”; “ha violato le leggi, ma ha fatto anche del bene”; “è corrotto, ma è anche simpatico”; “non ha alcuna integrità, ma è intelligente”, e via di questo passo – sono diventati luoghi comuni. […] Siffatto modo di ragionare, si fa per dire, nasce dall’evidente intento di giustificare la violazione delle regole per potere essere poi trattati in analoghe circostanze con analoga benevolenza. Con l’ovvia conseguenza che i disonesti sono premiati e circondati da approvazione e gli onesti puniti e circondati da disapprovazione e spesso da malcelato disprezzo.

Le parole di Viroli mi sono tornate in mente sabato mattina, mentre facevo il rifornimento di metano. Quest’estate, durante l’ultimo pieno fatto a Brunico, l’omino del distributore ha appoggiato il tappo del serbatoio della Multipla non sul tetto dell’auto, come fanno i bravi omini, ma di fianco all’erogatore, dimenticandosi poi di rimetterlo. Se n’è accorto l’addetto al pieno successivo, purtroppo per noi sulla strada di casa (a metà della Statale Romea); ci ha avvisati, e ci ha detto che non era un problema grave perché comunque il tappo è pressoché inutile (ci pensa la valvola a tenere il gas dentro). Però io ogni tanto ci penso, al mio tappo, e mi dico che forse dovrei ricomprarlo.

Ieri mattina, mentre pagavo il pieno, ho chiesto all’addetto del distributore “dove posso comprarne uno nuovo?” Lui si è messo a ridere, e mi ha detto “semplice: parcheggi vicino a un’altra Multipla, e glielo freghi”; alla mia faccia perplessa, ha aggiunto “ma lo sai quanto costa? capace che ci spendi 22-23 euro, per un tappo nuovo!”. Io gli ho detto che se devo mettermi a rubare per risparmiare 22 euro, sto anche senza, o aspetto di passare da uno sfasciacarrozze, e lui ha insistito “comunque va bene anche se è una Panda!”.

Qualche ora dopo ho raccontato l’episodio ad alcuni conoscenti, e uno di questi ha detto che lui avrebbe fatto proprio così, “tanto in Italia rubano tutti, c’è gente che ruba miliardi, e tu ti fai problemi per un tappo di serbatoio”.

Sì, un tappo è niente, e ciascuno, me compresa, ha i suoi peccati da discutere con la propria coscienza. Ma questo sostenere ad alta voce che si può fare, che ciascuno può a suo comodo ignorare le regole e fare come più gli conviene, è il carburante della nostra corsa verso l’imbarbarimento. È lo stesso atteggiamento che porta alcuni “consulenti fiscali” a dirmi, come fosse la cosa più normale del mondo, “tanto comunque un po’ di nero lo fai, no?” (più altri suggerimenti per procurarmi finti costi che non ho voglia di raccontare, né di seguire).

Non sono una santa, ma non voglio che mio figlio cresca con questa morale amorale: e voglio essere libera di denunciare chi ruba miliardi, senza che nessuno venga a dirmi “stai zitta tu, che, quando c’è stato da rubare un tappo di serbatoio, te lo sei messo in tasca”.

Io resto dell’idea di Viroli:

Sia detto una volta per tutte: persone che sragionano nel modo che ho descritto possono vivere soltanto da servi.

Un giro facile in Campigna (anche per bambini)

Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, e, quando abitavo a Forlì, quasi tutti i fine settimana me ne andavo su per la Valle del Bidente, spesso con amici più esperti di me, a camminare per sentieri.

Poter raggiungere il crinale appenninico in poco più di un’ora è una delle cose che mi manca di più ora che vivo a Ravenna; alla lontananza si aggiunge poi la pigrizia mattutina dell’Ingegnere, causa di innumerevoli litigate festive, che rende praticamente impossibile essere su un sentiero a un’ora decente.

Tuttavia, mentre in primavera-estate vale la pena mettersi sul sentiero la mattina presto, in pieno inverno sono le ore centrali della giornata quelle migliori per stare fuori. Così quest’inverno abbiamo ripreso in mano gli scarponi, e continuato il nostro lavoro di educazione del piccolo alla montagna.

Portare un bambino a camminare non è una scommessa facile: da una parte io sono convinta che sia necessario “forzare” un po’, senza spaventarsi ai primi capricci (e nemmeno ai secondi), abituandolo a camminare sulle sue gambe e a stare in mezzo alla natura; dall’altra, cerco di fare tutto gradualmente e di non esagerare, per evitare di fargli diventare odioso quello che invece voglio fargli amare.

Abbiamo cominciato con passeggiate facili facili, sentieri natura alla portata di pensionati, percorsi con dislivelli minimi; poi, in Dolomiti, l’abbiamo portato su vie più alte, con alterno successo: a volte la camminata andava liscia, altre volte invece ogni salita era un calvario di frigne e contrattazioni.

In realtà non è una questione di energia fisica: i cuccioli ne hanno a dismisura, molto più di noi anziani genitori, e sono in grado di correre e saltare in misura più che sufficiente per scalare una montagna. Il problema è che su un sentiero tendono ad annoiarsi, e, quando non sono ancora abbastanza grandi per apprezzare gli aspetti naturalistici del percorso, non è facile trovare spunti per tirarseli dietro.

Oggi, con la Campigna innevata e previsioni del tempo ottime, ho deciso di provare un percorso sulla neve, con partenza dal Passo della Calla. Siamo arrivati su con la solita ora di ritardo sulla “mia” tabella di marcia, e ci siamo messi sul sentiero a mezzogiorno, dopo aver fatto due chiacchiere col mio amico Lello che prendeva il sole, rilassandosi in attesa della ciaspolata prevista per il pomeriggio.

Dal Passo della Calla abbiamo preso il sentiero 00, che, arrampicandosi sul versante nord in mezzo al bosco, porta alla Burraia. C’era molta neve, ma il sentiero era abbastanza battuto da riuscire a salire anche senza ciaspole; la salita è un po’ dura, ma siamo arrivati al pratone della Burraia in poco più di un’ora (la durata prevista per il percorso è di 40 minuti, ma sono tempi da adulti e senza neve). Un po’ di incontri e qualche fantasia sulla possibile presenza di folletti silvani ci hanno fatto passare il tempo.

camminando nella neve
La giornata era veramente splendida, e sul crinale non c’era quasi vento, condizione perfetta per pranzare al sacco dopo aver steso il poncho sulla neve. Visto che il ragazzo sembrava in forma, ho deciso di non tornare indietro dallo stesso sentiero, ma di allungare il percorso facendo un anello intorno al Monte Gabrendo. In questo modo, avremmo potuto goderci il sole che scaldava il sentiero di crinale.

Siamo saliti in cima al prato e abbiamo preso il sentiero no.86 in direzione del Monte Gabrendo. La neve in vetta era meno battuta, il che rendeva più difficoltoso camminare senza ciaspole, ma, dopo un primo strappetto in salita, il percorso era tutto in discesa (abbiamo rinunciato alla deviazione verso la vetta del Gabrendo per non esagerare, tanto il panorama era bellissimo anche dai prati). Guido si lamentava un po’, più che altro perché ogni dieci passi affondava nella neve, ma, con un po’ di pazienza, siamo riusciti a portarcelo dietro.

Dopo circa quaranta minuti di crinale, abbiamo lasciato il sentiero no.86 per imboccare il no.82, che, tenendosi quasi in quota in mezzo alla faggeta, torna verso la Calla. Il sole si stava abbassando verso il crinale, e il bosco era immerso in una splendida luce dorata.

sul sentiero no.82 verso il Passo della CallaIl ragazzo iniziava a stancarsi, ma farlo andare avanti su un sentiero che si tiene quasi in quota è più semplice che tirarselo dietro in salita 😉 Il rientro, dai prati di Burraia al Passo della Calla, è durato quasi due ore (probabilmente camminando a un passo normale avremmo impiegato un’ora e venti), senza capricci né crisi.

Guance abbronzate, polmoni ripuliti, siamo risaliti in auto proprio mentre il gruppone dei ciaspolatori, una sessantina almeno!, imboccava il nostro stesso sentiero, al seguito di Lello. Un sabato perfetto.

cielo in campigna

Un blog in rosa

Aderisco e diffondo volentieri la campagna “Rivoluzione in rosa” lanciata dal sito Mammafelice, e, per fare la brava fino in fondo, prometto che andrò a fare ‘sta mammografia di controllo che rimando da mesi..

Decrescita, si fa per dire

Domenica scorsa io, l’Ing. e Guido siamo andati al Decrescifest, manifestazione dedicata agli stili di vita sostenibili. Devo dire che, prima di andare, eravamo partiti piuttosto prevenuti, perché non amiamo certi estremisti della decrescita; però ci siamo detto “male che vada, compriamo un po’ di frutta al mercatino e ripartiamo”.

Invece il bilancio della giornata è stato veramente sorprendente.

La classica fauna fricchettona delle manifestazioni alternative era abbondantemente diluita in mezzo a una folla di persone che avrebbero potuto essere tranquillamente i partecipanti di un barcamp, o i genitori della festa di fine anno della scuola materna.

La prima scoperta è stata un cohousing che sta per partire vicino a Forlì, sulla base di un progetto ideato da Simona Zoffoli, architetto molto in gamba con cui ho fatto una lunga chiacchierata. Il progetto si chiama Le case franche, e vuole combinare qualità architettonica, sostenibilità ambientale e un prezzo alla portata di persone “normali”.

Di cohousing io e l’Ing. stiamo ragionando da un paio d’anni, perché vorremmo far crescere Guido in un contesto di vicinato in cui ci siano spazi comuni e in cui si possa lasciare ai bambini un po’ di autonomia, che giochino in cortile insieme agli altri, senza bisogno di sorvegliarli a vista uno ad uno o di portarli in giro come pacchetti da un’attività all’altra. E anche noi vorremmo vivere in una casa progettata per usare le risorse (spazio, energia, attrezzature) in modo razionale e intelligente, ad esempio col riuso delle acque pluviali per annaffiare le piante o per gli scarichi, con una lavanderia unica ma bene attrezzata, con uno spazio comune dove poter organizzare feste o tenere i bambini o fare attività fisica.. cose così.

Alla festa abbiamo incontrato una compagna di scuola dell’Ing, con marito e bambini, e ci siamo messe a parlare, scoprendo inattese affinità di interessi che probabilmente ci porteranno a lavorare insieme su progetti di formazione e consulenza organizzativa. Inoltre, anche loro sono rimasti entusiasti del progetto di cohousing, e ora ci stiamo attivando per creare qualcosa del genere a Ravenna. Interessa a qualcuno?

Nel frattempo, visto che loro fanno parte di un Gruppo d’Acquisto Solidale che si riunisce a pochi minuti da casa nostra, eccoci aggregati al GAS (cosa che meditavo da fare da anni, ma non riuscivo a trovare la voglia e il tempo di andare a vedere come funzionasse l’unico GAS di cui avevo notizia a Ravenna, che si riunisce dall’altra parte della città).

Sempre parlando di prodotti, alla festa c’era lo stand di Astorflex, calzaturificio di Mantova che produce scarpe molto belle, molto comode, decisamente economiche rispetto alla qualità, e le vende o direttamente online o attraverso i GAS. Abbiamo comprato un paio di scarpe per Guido, e penso che andremo anche il 23 settembre, giovedì prossimo, alla serata organizzata dal GAS (ritrovo nella sala parrocchiale del Torrione, a Ravenna in via Maioli, dalle 18 alle 21), dove quelli di Astorflex porteranno tutto il catalogo autunno-inverno.

Ho anche trovato il tempo di godermi mezzora di massaggio shiatsu, offerto da un centro Shiatsu di Cesena, che – giuro – mi ha fatta nuova. Quando mi sono rialzata dal tappetino, mi sembrava di volare e di avere dieci anni di meno.

Insomma, decrescita un piffero. Più passa il tempo, più mi convinco che il termine sia fuorviante, e che il vero sviluppo sia fare delle scelte che ci portano a vivere meglio. Rallentare un po’, riprendere contatto con la materialità delle cose, pensare al cibo che mangiamo, vivere esperienze invece di affogarci di oggetti (che ci costano soldi, tempo, fatica per lavarli, tenerli in ordine, traslocarli…).

Più che di decrescita, vorrei chiamarla “alleggerirsi”, per viaggiare meglio.

Mercato contadino a Ravenna

Oggi a Ravenna è partito il “mercato dei produttori”, nella piazza del Foro Boario (vecchia sede del mercato all’aperto, ora soppiantata da via Sighinolfi).

Dopo più di un anno di Madra (il mercato domenicale dei contadini, organizzato più o meno a cadenza mensile sotto i portici del centro storico), finalmente sono state superati i vari veti incrociati, e così – per il momento in via sperimentale fino alla fine di ottobre – per due pomeriggi a settimana si potranno acquistare frutta, verdura, salumi, latte e formaggi, miele e piante da una ventina circa di aziende agricole della provincia.

Sono andata a farci un giro a metà pomeriggio e l’ho trovato abbastanza promettente. Bisogna mettere in conto un po’ di tempo per fare la spesa, perché l’assortimento di ogni bancarella è limitato, quindi bisogna comprare frutta e verdura in due-tre tappe, ma l’atmosfera è cordiale, e la qualità sembra buona.

La mia fornitrice abituale, da cui faccio la spesa da anni, ha ahimé deciso di abbandonare del tutto la verdura dedicandosi solo alla frutta, ma ho trovato un signore gentile che oggi aveva pomodori cuore di bue favolosi e fagiolini piccolissimi, e ho completato la spesa da lui.

C’era abbastanza gente a comprare, molti pensionati naturalmente, ma anche famiglie con bambini; vedremo nelle prossime settimane se la cosa prende piede.

Update 9/9/10: i pomodori cuore di bue erano strepitosi (polpa dolce e soda, per niente acida, quasi dolce) e le zucchine così fresche che oggi, quando le ho tagliate a bastoncini per farci la frittata, me ne sono mangiata tre forchettate crude. Oggi non ho bisogno perché ho ancora in frigo abbastanza provviste, ma lunedì prossimo ci torno.

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