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Un giro facile in Campigna (anche per bambini)

Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, e, quando abitavo a Forlì, quasi tutti i fine settimana me ne andavo su per la Valle del Bidente, spesso con amici più esperti di me, a camminare per sentieri.

Poter raggiungere il crinale appenninico in poco più di un’ora è una delle cose che mi manca di più ora che vivo a Ravenna; alla lontananza si aggiunge poi la pigrizia mattutina dell’Ingegnere, causa di innumerevoli litigate festive, che rende praticamente impossibile essere su un sentiero a un’ora decente.

Tuttavia, mentre in primavera-estate vale la pena mettersi sul sentiero la mattina presto, in pieno inverno sono le ore centrali della giornata quelle migliori per stare fuori. Così quest’inverno abbiamo ripreso in mano gli scarponi, e continuato il nostro lavoro di educazione del piccolo alla montagna.

Portare un bambino a camminare non è una scommessa facile: da una parte io sono convinta che sia necessario “forzare” un po’, senza spaventarsi ai primi capricci (e nemmeno ai secondi), abituandolo a camminare sulle sue gambe e a stare in mezzo alla natura; dall’altra, cerco di fare tutto gradualmente e di non esagerare, per evitare di fargli diventare odioso quello che invece voglio fargli amare.

Abbiamo cominciato con passeggiate facili facili, sentieri natura alla portata di pensionati, percorsi con dislivelli minimi; poi, in Dolomiti, l’abbiamo portato su vie più alte, con alterno successo: a volte la camminata andava liscia, altre volte invece ogni salita era un calvario di frigne e contrattazioni.

In realtà non è una questione di energia fisica: i cuccioli ne hanno a dismisura, molto più di noi anziani genitori, e sono in grado di correre e saltare in misura più che sufficiente per scalare una montagna. Il problema è che su un sentiero tendono ad annoiarsi, e, quando non sono ancora abbastanza grandi per apprezzare gli aspetti naturalistici del percorso, non è facile trovare spunti per tirarseli dietro.

Oggi, con la Campigna innevata e previsioni del tempo ottime, ho deciso di provare un percorso sulla neve, con partenza dal Passo della Calla. Siamo arrivati su con la solita ora di ritardo sulla “mia” tabella di marcia, e ci siamo messi sul sentiero a mezzogiorno, dopo aver fatto due chiacchiere col mio amico Lello che prendeva il sole, rilassandosi in attesa della ciaspolata prevista per il pomeriggio.

Dal Passo della Calla abbiamo preso il sentiero 00, che, arrampicandosi sul versante nord in mezzo al bosco, porta alla Burraia. C’era molta neve, ma il sentiero era abbastanza battuto da riuscire a salire anche senza ciaspole; la salita è un po’ dura, ma siamo arrivati al pratone della Burraia in poco più di un’ora (la durata prevista per il percorso è di 40 minuti, ma sono tempi da adulti e senza neve). Un po’ di incontri e qualche fantasia sulla possibile presenza di folletti silvani ci hanno fatto passare il tempo.

camminando nella neve
La giornata era veramente splendida, e sul crinale non c’era quasi vento, condizione perfetta per pranzare al sacco dopo aver steso il poncho sulla neve. Visto che il ragazzo sembrava in forma, ho deciso di non tornare indietro dallo stesso sentiero, ma di allungare il percorso facendo un anello intorno al Monte Gabrendo. In questo modo, avremmo potuto goderci il sole che scaldava il sentiero di crinale.

Siamo saliti in cima al prato e abbiamo preso il sentiero no.86 in direzione del Monte Gabrendo. La neve in vetta era meno battuta, il che rendeva più difficoltoso camminare senza ciaspole, ma, dopo un primo strappetto in salita, il percorso era tutto in discesa (abbiamo rinunciato alla deviazione verso la vetta del Gabrendo per non esagerare, tanto il panorama era bellissimo anche dai prati). Guido si lamentava un po’, più che altro perché ogni dieci passi affondava nella neve, ma, con un po’ di pazienza, siamo riusciti a portarcelo dietro.

Dopo circa quaranta minuti di crinale, abbiamo lasciato il sentiero no.86 per imboccare il no.82, che, tenendosi quasi in quota in mezzo alla faggeta, torna verso la Calla. Il sole si stava abbassando verso il crinale, e il bosco era immerso in una splendida luce dorata.

sul sentiero no.82 verso il Passo della CallaIl ragazzo iniziava a stancarsi, ma farlo andare avanti su un sentiero che si tiene quasi in quota è più semplice che tirarselo dietro in salita 😉 Il rientro, dai prati di Burraia al Passo della Calla, è durato quasi due ore (probabilmente camminando a un passo normale avremmo impiegato un’ora e venti), senza capricci né crisi.

Guance abbronzate, polmoni ripuliti, siamo risaliti in auto proprio mentre il gruppone dei ciaspolatori, una sessantina almeno!, imboccava il nostro stesso sentiero, al seguito di Lello. Un sabato perfetto.

cielo in campigna

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riflessi condizionati

Premessa: noi con Guido abbiamo smesso di usare il passeggino più o meno quando lui aveva due anni. Credo che la decisione sia stata presa nel momento in cui abbiamo sostituito la Polo Variant, dotata di comodo portabagagli da station vagon, con la Multipla, comodissima per i passeggeri ma dotata di vano bagagli piccolo e ulteriormente ridotto dall’ingombrante ruota di scorta.

Fin dalla sua seconda estate (età circa venti mesi) l’abbiamo fatto camminare sui sentieri dell’Appennino, accontentandoci di fare passeggiate brevi, e sacrificando le spalle del babbo per trasportarlo quando proprio non ce la faceva più. Non abbiamo preteso di fare e fargli fare cose più grandi di lui, adattandoci ai suoi tempi e alla sua resistenza, e sicuramente siamo stati facilitati in questa scelta dall’innata pigrizia dell’ingegnere, e dalla mia cronica stanchezza degli ultimi anni, che ha decisamente ridotto la mia naturale iperattività.

Ne siamo stati premiati: il pargolo si è abituato velocemente a camminare senza protestare, e sta diventando un robusto escursionista, in grado ormai di farci percorrere sentieri che danno qualche soddisfazione.

Così avrei dovuto plaudere senza esitazioni all’articolo di oggi sul Corriere, “Quei bambini di sei anni ancora nel passeggino”. In effetti anche noi, quando all’entrata della scuola materna vediamo alcuni compagni di Guido arrivare in carrozza, storciamo la bocca con aria di superiorità.

Perché allora mi sento a disagio nel leggerlo?

Perché nell’articolo le uniche chiamate in causa per i danni causati ai bambini sono le mamme. Come se questi figli non avessero padri. Come se la responsabilità di far crescere i figli in modo equilibrato e funzionale fosse solo ed esclusivamente delle donne. Che oggi, guarda un po’, pretendono di districarsi fra molte altre responsabilità e incombenze, e allora trascurano i loro doveri primari.

Questo mi fa arrabbiare. La responsabilità di far crescere bene i figli, in un tempo in cui tutti abbiamo molte cose da fare, è di entrambi i genitori. Non sono “le mamme” che devono smetter di correre troppo, sono “i genitori”. Non sono “le mamme” che devono riflettere su come tenere in equilibrio le esigenze dei bambini e quelle della propria vita professionale, sono “i genitori”. Allora possiamo ricominciare a ragionare.

in escursione a 2000 metri

in escursione a 2000 metri

il valore del servizio – 2

Spesso si tende a sottovalutare la gravità degli effetti del lavorare male, con disattenzione e trascuratezza. Cosa succederà mai, a parte far perdere la pazienza a qualcun altro, o sprecare un po’ più di tempo/risorse/energia?

Finché si tratta di una commessa che non mi sa spiegare i dettagli tecnici di un cellulare, niente di sostanzialmente grave. Ma non è sempre così.

Antefatto: mia sorella ha partorito Matteo (“il cuginetto!”) a inizio novembre, praticamente tre anni esatti dopo la nascita di Guido. Naturale quindi che spesso mi chieda consigli sui dubbi piccoli e grandi che vengono a ogni neomamma, consigli a cui io rispondo volentieri per quello che so sia dall’esperienza diretta, sia dalle letture online e offline, recenti e passate.

C’è da dire che Daniela è fortunata, perché Matteo è una pasta di bambino, cresce (tanto), tetta (con una regolarità da manuale), dorme (più e meglio di ogni altro bambino che io abbia conosciuto), è sano e allegro, insomma c’è poco di cui preoccuparsi.

Negli ultimi giorni, Matteo era un po’ irrequieto: mangiava poco e male, frignava, dormiva di meno. Sono cose che capitano, e poi passano, fra l’altro sembra che ci siano già un paio di dentini in procinto di spuntare, quindi ho rassicurato al telefono la sorellina dicendole di non stare in ansia, tenerlo sotto osservazione e, semmai, parlarne con la pediatra se la cosa si prolungava troppo.

Ieri sera, dopo averlo messo a letto stanco e stremato e quasi digiuno, Daniela, alla ricerca di qualche consiglio sul che fare, si è messa a leggere l’opuscolo “omeopatia per bambini” che aveva preso in farmacia, perché lei sta attenta a usare meno medicine possibili per sè e per Matteo, e a usarle il più leggere e naturali possibile.

E qui, le è venuto un colpo. Una decina di giorni fà, assillata da un fastidioso mal di gola, aveva chiesto alla parafarmacia vicino a casa qualcosa per curarsi che non fosse un antibiotico né il propoli (“qualcosa di naturale, perché sto allattando”); e la parafarmacista (si dice così?) le aveva venduto dei granuli sublinguali a base di Phytolacca, che ha effetti antiinfiammatori e antisettici.

Peccato che i principi attivi contenuti nella Phytolacca interferiscano anche col processo dell’allattamento: infatti, a dosi minime, la si usa per risolvere ingorghi mammari, e a dosi diverse per bloccare la produzione di latte, interrompendo forzatamente l’allattamento. Ma questo la parafarmacista l’ha imparato solo stamattina, quando un’imbestialita Daniela le si è presentata davanti a chiederle spiegazioni.

Per fortuna, interrotta la Phytolacca e smaltita l’incazzatura, il latte è tornato e Matteo ha mangiato in abbondanza, tornando alle abitudini consuete. Santa pace, ma vendere medicine, sia pure naturali e/o omeopatiche, si potrà farlo con la leggerezza con cui si vendono bottoni?

a lezione di spontaneità

[è quasi un mese che non scrivo nulla, travolta da vari accadimenti quali superlavoro, elezioni USA, strascichi e acciacchi, nascita del primo nipote.. leggo qua e là, friendfeed e tweet q.b. per segnalare che non sono morta, testa bassa e pedalare verso la fine d’anno. Ma ci sono ancora, per quelli a cui può interessare.]

Premessa: le scuole materne comunali di Ravenna non sono attrezzate per far dormire i bambini il pomeriggio. A mio parere, è più o meno come se non fossero attrezzate per fargli fare la cacca, ma loro dicono che no, non è così importante a tre anni dormire; e comunque, se proprio un bambino non ce la fa, i genitori possono sempre andarlo a prendere dopo pranzo, no?

Così per qualche settimana abbiamo fatto la prova del tempo pieno, ritrovandoci a sera con un piccolo isterico frignone al posto del bambino socievole e allegro a cui eravamo abituati; abbiamo allora provato ad alternare “solo mattina” e “tempo pieno”, con risultati simili (un giorno di Guido normale, un giorno di Guido isterico). E alla fine io ho riconosciuto che avevo sottovalutato la questione, e ho concluso che non aveva senso forzare prima del tempo i suoi ritmi: dato che siamo fortunati, lavoriamo vicino a casa e con buoni margini di autonomia, e ci sono i nonni disponibili, ci siamo riorganizzati per andarlo a prendere sempre dopo pranzo, e farlo dormire le sue due ore abbondanti nel primo pomeriggio.

Amaramente, e dopo aver sollevato – unico genitore a parlare – il problema in assemblea, sono dovuta venire a patti con l’unica conclusione possibile: chi non ha le stesse fortunate condizioni nostre, si arrangi (o mi dia manforte la prossima volta che provo a discutere certe scelte).

Passata l’amarezza, ho pensato che, avendo i pomeriggi a disposizione, potevamo anche guardarci in giro e cercare qualche alternativa al monopolio nonnesco del tempo; così mi sono presa un paio d’ore, e l’ho portato a una lezione di prova di un corso di “propedeutica alla musica”.

La lezione è trascorsa in un turbine, con un piccolo branco scatenato di bambini che si rincorrevano urlando sulle note del Flauto Magico. Ogni tanto, i due più scalmanati scappavano per menar grandi colpi a un tamburo, incautamente lasciato a bordo della sala. Guido osservava divertito e un po’ spaventato, poi a metà lezione si è rifugiato sulle mie ginocchia e mi ha detto che “questo mozat è butto, non è come i mozat a casa” (una raccolta di sonate per archi o fiati che in questo periodo ascoltiamo spesso).

La maestra, molto carina e gentile, mi ha spiegato che lo scopo del corso era fare ascoltare vari tipi di musica, classica, popolare, jazz, abituando i bambini ai diversi stili; presentargli alcuni strumenti; farli cantare e giocare.

L’ho ringraziata, siamo tornati a casa, e abbiamo messo su i nostri CD preferiti (Mozart, Bollani, Robbie Robertson & The Red Road Ensemble), che nella tranquillità della nostra sala apprezziamo molto; questo weekend, a casa di mia madre, ho recuperato da un cassetto il mio flauto della scuola media; e in questi pomeriggi e sere abbiamo cantato e ballato varie filastrocche.

Penso di non aver bisogno di fargli seguire un corso di spontaneità, non ancora. A pensarci tuttavia mi vedo intorno un sacco di proposte di questo tipo: attività organizzate per insegnare ai bambini come essere del tutto normali, sfogliare un libro, sguazzare in acqua, correre all’aperto, giocare con le biglie. Ora, considerando che la richiesta “sii spontaneo!” è un classico del paradosso, crediamo davvero che possano funzionare? O siamo noi adulti a non essere più capaci di essere normali coi bambini?

l’amico di chi?

In questi giorni Guido sta facendo l’inserimento alla scuola materna. Fino a giugno, il micronido che frequentava era uno spazio quasi familiare, cinque-sei bambini più la dada; invece, l’asilo di quest’anno è uno dei più grandi di Ravenna, 168 bambini in classi di quasi trenta, roba che io dopo due minuti che ci sto dentro son completamente rintronata.

Comunque il ragazzo osserva, come è suo stile, e incamera impressioni. E’ tranquillo, ha già scoperto come arruffianarsi tutte le femmine adulte del plesso scolastico (quando va via, le saluta tirando deliziosi bacetti, le povere nonostante l’abitudine ai bambini si sciolgono letteralmente), ed è molto interessato alla quantità smisurata di giochi di ogni tipo che ha a disposizione.

Come temevo, l’interazione con gli altri genitori è uno dei punti critici della questione, più che altro per me probabilmente. La prima mattina, siamo arrivati al cancello contemporaneamente a un’altra mamma con bambino, della stessa sezione. Sorriso mieloso, presentazioni, poi, rivolta a suo figlio: “Vedi T., questo è Guido, il tuo nuovo amico.” Amico in che senso, scusi? E’ la prima volta che si vedono, non è più corretto descrivere la relazione con un oggettivo “Siete in classe insieme”? Magari passano tre anni ad azzuffarsi, e non sono sicura di voler organizzare feste di compleanno a cui invitarvi. Mah.

frasi notevoli dell’ultimo mese

(è facile imbastire un post quando si ha un figlio di quasi tre anni…)

Con aria pensosa, mentre gioca:

…io non divento ingegnere, io divento solo grande.

Alla cassiera della Coop, con nonchalance, dopo una spesa nel corso della quale abbiamo avuto un lungo chiarimento sul fatto di non poter comprare un giocattolo ogni volta:

Si può avere uno di quei camion verdi?

Guardando fuori dalla finestra domenica mattina scorsa, appena alzato:

Le nuvole bianche non portano pioggia.

Ieri sera dopo cena:

Io quando sono nato quanto costavo?

passato immaginario 1

Quando ero piccolo, bevevo dalla tetta.
Quando finiva, veniva il babbo con una bottiglina e la riempiva.

piccoli paradisi mediterranei

[ndr: considerando che gli argomenti di cui leggo in questi giorni (buzz sull’iPhone, polemiche sulla riapertura di BlogBabel, querelle Guzzanti-Carfagna, immunità sì-no) hanno su di me un effetto lievemente nauseante, ho pensato di dedicarmi a un post di pubblica utilità]

La spiaggia di Gerakas si trova sulla punta estrema del golfo di Laganas, lato sud dell’isola di Zante. Se per le vostre vacanze cercate “divertimento”, discopub, giochi d’acqua e amenità simili, smettete pure di leggere; se invece apprezzate la tranquillità e magari avete anche dei bambini piccoli, considerate Zante fra le vostre possibili destinazioni.

Tutto il golfo di Laganas è Parco Marino Nazionale, perché le sue spiagge sono uno dei più importanti luoghi di nidificazione delle tartarughe marine Caretta caretta. In particolare, le acque davanti a Gerakas sono zona A del parco, il che significa divieto assoluto di navigazione: no canotti, no motoscafi, no moto d’acqua; e quindi: no rumore, no (o pochissimo) catrame, no pericoli per i bagnanti.

Il golfo di Laganas è ampio e tranquillo, l’acqua tiepida, i fondali bassi e sabbiosi; sulla spiaggia ci sono un’ottantina di ombrelloni di paglia, disposti su due file davanti al bagnasciuga, ed è permesso piantare un proprio ombrellone solo in un’altra zona, quella meno sabbiosa; questo perché le tartarughe, per tutta la stagione estiva, arrivano di notte sulla spiaggia per deporre le uova in buche scavate sulla sabbia, e i nidi non vanno disturbati.

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga venuta a riva per deporre le uova

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga marina venuta nottetempo a riva per deporre le uova sulla spiaggia di Gerakas

Quindi, all’arrivo a Gerakas, i volontari e le guardie del Parco vi informeranno che dovete camminare vicino al bagnasciuga, e non disturbare in alcun modo (piantando pali, scavando buche, correndo) i nidi nella parte più profonda della spiaggia. Perfino i castelli di sabbia possono essere costruiti solo sul bagnasciuga, e vanno distrutti alla sera, per non ostacolare le tartarughe nella loro risalita dall’acqua.

Qualcuno penserà sicuramente “che palle!”. Liberissimo di andare da un’altra parte. Personalmente, non mi dà alcun fastidio comportarmi in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di una specie animale già in serio pericolo di estinzione; e perfino Guido è stato in grado di spiegare per telefono alla nonna che la sera il castello si butta giù, “pecché dopo arrivano le tattarughe e i dà fastidio”.

Nel raggio di alcuni chilometri, in mezzo agli ulivi e agli orti, si trovano una ventina di belle case in affitto, tre taverne, un bar e un minimarket. Punto. Le case sono in buona parte affittate da un’agenzia inglese, Ionian Eco Villagers, che gestisce diversi alloggi per conto dei proprietari greci, motivandoli così a non vendere il terreno a qualche speculatore edilizio. Nonostante alcuni inconvenienti organizzativi (al momento è possibile pagare la prenotazione solo facendo un bonifico in sterline, nella triangolazione cliente-GB-Grecia qualche comunicazione va persa, et similia), l’impressione che ne ho avuto è stata comunque molto positiva.

Si percepisce un autentico coinvolgimento nell’obiettivo di mantenere le condizioni per un turismo sostenibile: i referenti locali lavorano nel centro informazioni sulle tartarughe, il “welcome pack” non è un’accozzaglia di brochures ma una buona raccolta di informazioni sull’isola, insomma si capisce che questi, oltre a farlo per lavoro, ci credono davvero.

La spiaggia è un capolavoro di “marketing della semplicità”: quanto costa un ombrellone e due sdraio per un giorno? 8 euro. Per mezza giornata? 8 euro. Per una settimana? 8 euro per sette. Nessun bar, nessun baracchino, nessun servizio: solo Maria che passa, più o meno fino alle quattro del pomeriggio, portando coppe di frutta fresca (3 euro) o golose ciambelle (2 euro).

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria: frutta fresca a 3 euro, ciambelle a 2 euro

Nelle taverne si mangia benissimo: frutta e verdura arrivano dagli orti intorno, così come gran parte delle uova e della carne (il prezzo da pagare per i polli felicemente ruspanti sono i concerti dei galli all’alba, ma poi tanto si può dormire in spiaggia…); il pesce fresco è fantastico. Noi quest’anno abbiamo sempre mangiato alla Taverna Triodi, conquistati, oltre che dal buon cibo, dalla loro squisita gentilezza.

Alzarsi al mattino, andare al bar per la colazione, scendere in spiaggia e fermarsi a chiacchierare con uno dei vecchietti che affittano gli ombrelloni; passare tutto il giorno a mollo nel mare o stesi sul lettino, mangiando frutta e ciambelle; risalire prima del tramonto, fare la doccia e andare a cena in taverna. Insomma, rallentare, e capire quanto bisogno ne abbiamo tutti, di un po’ di lentezza.

Vedere Guido prendere le misure del posto nuovo per un paio di giorni, abituandosi alla nuova routine, e poi ambientarsi come un pesciolino nell’acqua: l’ultimo giorno, per dire, ha passato mezzora a far colazione al bar con i nostri vicini di casa austriaci, impegnato in una lunga “conversazione”, lui nel suo buffo italiano, loro in un po’ di parole italiane e inglesi, e un sacco di mosse e sorrisi. Ascoltarlo tutto contento ringraziare con “Efkaristò!!”, e mettersi a ridere alla risposta “Parakalò”.

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Insomma, mi sento rigenerata. Non ho molta voglia di rituffarmi nella fuffa, anzi me ne terrò un po’ distante, e magari troverò qualche altra occasione per riossigenarmi.

Ah, alla taverna Triodi mi dicevano che negli ultimi anni, probabilmente per effetto della generale crisi economica, la stagione turistica a Zante si è molto ridotta: prima arrivava gente per tre mesi, adesso sono al completo per un mese circa, dal 20 luglio al 20 agosto. Chiaramente questo è un grosso problema, sia per chi affitta le case, sia per chi gestisce le taverne e il bar (che poi sono le tre-quattro famiglie che vivono a Gerakas da generazioni). Quindi, se volete prendere un po’ di sole a settembre, o l’anno prossimo fra maggio e l’inizio di luglio, sicuramente ve ne starete molto tranquilli, e magari contribuirete a sostenere un piccolo paradiso mediterraneo, a rischio estinzione più o meno come le tartarughe marine. Ci potete arrivare in traghetto, o – a luglio e agosto – con un volo diretto dall’Aeroporto di Forlì.

Io vi ho avvisati 😉

una madre ristretta

In un libro che di recente ha avuto un discreto successo, “Pensare per due – nella mente delle madri”, lo psicoterapeuta Massimo Ammaniti distingue le madri in quattro gruppi:

Madri integrate – Madri ambivalenti – Madri ristrette – Madri depresse

Le madri integrate sono “donne che si lasciano andare ai cambiamenti che la gravidanza produce nei ritmi personali e che accettano in modo armonico le trasformazioni del proprio corpo, così come i cambiamenti del proprio umore e il minore interesse per la vita sociale”. Le madri ambivalenti sono “donne con atteggiamenti contrastanti, che vogliono assolutamente diventare madri ma allo stesso tempo ne hanno paura”. Le madri ristrette “vogliono mantenere la propria indipendenza e il proprio autocontrollo e non farsi condizionare troppo dal figlio che sta per nascere”. Le madri depresse son depresse, e tant’è.

Seguono interviste a rappresentanti di ciascuna tipologia di madre, dove le “ristrette” sono quelle che fanno discorsi del tipo “mi sto organizzando per non abbandonare troppo il mio lavoro”, o “no, nei primi mesi di gravidanza non fantasticavo su che faccia avrebbe avuto mio figlio”, o “ho iniziato a comprare qualcosa per il bambino solo alla fine della gravidanza”. A mio modo di vedere, il gruppo che dimostra di avere un po’ di testa sulle spalle.

Ma Ammaniti non è d’accordo: per lui il comportamento sano e normale è quello delle signore che, al primo giorno di ritardo delle mestruazioni, si fiondano da Prénatal a comprare le decalcomanie per la cameretta, e presentano subito una domanda per lavorare part-time. Loro sì che sono madri complete. Le altre, vabbé, sempre meglio che depresse, ma si potrebbe sperare di meglio.

Insomma, mi tocca portarmi a casa l’etichetta di “madre ristretta”. E dire che io, come persona, non mi sento affatto “ristretta”…

Certo, se la pretesa è che la madre occupi interamente lo spazio della donna e della persona, allora tutto quadra. Ma mi sembra una pretesa un po’ esagerata, e mi chiedo anche perché nessuno la pretenda dai padri, questa totalità di dedizione.

la piramide rovesciata

Premetto che le feste hanno sempre su di me un leggero effetto depressivo, specie le feste comandate nelle quali ogni volta si deve fare il conto “l’anno scorso eravamo dai tuoi, quest’anno quindi dobbiamo andare dai miei”, e robe simili.

Quest’anno Pasqua l’abbiamo organizzata con pranzo da mia madre, e pomeriggio a casa del fratello di mio marito, dove erano andati a pranzare i miei suoceri, la giovanile prozia, nonché i suoceri di mio cognato. Quando siamo arrivati noi, di conseguenza, la proporzione di generazioni era: 1 bambino (Guido) e 9 adulti (4 della generazione “genitori”, 5 della generazione “nonni”).

L’effetto di queste riunioni è devastante.

L’unico bambino presente diventa il centro di un universo di gridolini, risatine, stupori, meraviglie, decisamente sovradimensionati anche rispetto all’eccezionalità dell’esemplare in questione.

Tutti si prostrano ai piedi del piccolo imperatore, pronti non dico a soddisfare ogni suo desiderio, ma piuttosto ad anticiparlo, quando non a sollecitarlo: una gara continua di dolcetti, regalini, complimenti. Nauseante.

Quando è stato il momento di andarcene, io e Paolo abbiamo dovuto quasi litigare per evitare che gli zii regalassero a Guido un loro peluche con cui lui aveva giocato per dieci minuti.

Ovviamente ci sono rimasti male, “ma a noi non serve, lui poi è contento, ci fa piacere”.. il fatto è che un bambino non è un giocattolo da far sorridere a comando, è una piccola persona, che dovrebbe abituarsi al mondo, e se si abitua ad averle tutte vinte sarà una persona perennemente insoddisfatta e incapace di gestire la realtà vera..

Tornando a casa, ho maledetto la mia generazione infantile, che si è baloccata con giochi e trastulli fino a tardi (come si fa a ricevere regali di peluche alla soglia dei 40 anni, santo cielo…) e ha avuto tanti pochi bambini da non sapere come trattarli. Ci fossero stati 4 nipotini (la prassi normale di quando eravamo piccoli noi), i grandi avrebbero fatto meno salamelecchi, e avrebbero dato a ciascuno la giusta attenzione, attenti a non esagerare. E non ci sarebbero stati 4 peluches uguali da regalare a tutti.

Ora, io probabilmente non ce la faccio più a fare il bis, e mi toccherà stare attenta “in proprio” a non farlo crescere “da figlio unico” (aiutata in questo da un lavoro sufficientemente coinvolgente da prendersi tempo e attenzione).

Ma i parenti, come li posso disattivare?

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