Aver conosciuto persone come Paola Bonomo è uno dei motivi per i quali sarò sempre grata alla rete e ai social network.

Paola è un’appassionata paladina dell’innovazione e del merito, una di quelle donne che, invece di lamentarsi di essere escluse dai piani alti del potere, fanno un passo avanti e si prendono oneri e onori dell’impegno. I suoi blog sono meglio di mille editoriali, e i suoi interventi nelle conversazioni (in rete e dal vivo) non sono mai banali.

Da quando è al Sole 24 Ore, vicepresidente responsabile della Online Business Unit, Paola sta contribuendo a costruire il futuro del giornalismo, che sempre più vivrà in rapporto con la rete.

Ora Paola Bonomo è in lizza nella categoria “Rising Star” del concorso LinkedIn European Business Award, unica italiana rimasta in gara; al momento è seconda in classifica, ma vi assicuro che merita di vincere.

Quindi, se ancora non l’avete fatto, spendete un minuto per votare per lei; per farlo vi serve solo avere un vostro profilo LinkedIn, e se ancora non l’avete vi consiglio di crearvelo (vi sarà utile per molte altre cose, vi assicuro!).

C’è tempo solo fino al 15 di marzo; il premio in palio è pressoché simbolico (un anno di abbonamento a un servizio online di teleconferenze), ma una donna in gamba sul podio è un risultato a cui vale la pena contribuire.

“Scrivi anche tu un un post per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne“, mi dicono. E, nonostante scriva spesso di donne in questo blog, da giorni sto a chiedermi da dove cominciare.

Perché il punto è proprio dove si comincia. Il punto d’arrivo – le molestie, le botte, le umiliazioni – giunge dopo un percorso in cui le donne, un pezzettino alla volta,  si lasciano perdere; in cui gli uomini, un pezzettino alla volta, imparano che possono passare il limite.

Allora io provo a ripartire dall’inizio, dai bambini. Dall’insegnare a mio figlio maschio – non con le parole, ma con i gesti di ogni giorno – che fra donne e uomini ci può essere rispetto e collaborazione. Che una donna – sua madre – ha anche altre cose a cui pensare oltre alla famiglia, ed è normale e importante che sia così.

Se avessi una figlia femmina, le insegnerei – come hanno fatto i miei genitori con me – che lei ha valore, a prescindere dal fatto di avere un moroso. Che il suo valore sta nei suoi pensieri, nelle sue idee, nell’impegno.

E poi provo a continuare nel lavoro di tutti i giorni, usando in modo corretto il potere e la responsabilità, non avendo paura di prendere la parola anche quando sono da sola.

Non ho molto altro da aggiungere. Sono fortunata, i miei genitori mi hanno rispettata e cresciuta bene, ho avuto anch’io le mie storie sbagliate ma niente che passasse il limite dove la stronzaggine si trasforma in abuso.

Le storie di botte e di abusi e di violenza vera le lascio raccontare alle altre, e le ascolto con rispetto e sgomento.

..che la colpa di ogni male è comunque delle madri, il Corriere oggi raddoppia ammonendo che “Mamma lavoratrice, figli meno sani”. Che stiano cercando di convincerci che, vista la crisi, conviene che rinunciamo graziosamente ai nostri posti di lavoro per tornare fra le mura domestiche?

riflessi condizionati

29 settembre 2009

Premessa: noi con Guido abbiamo smesso di usare il passeggino più o meno quando lui aveva due anni. Credo che la decisione sia stata presa nel momento in cui abbiamo sostituito la Polo Variant, dotata di comodo portabagagli da station vagon, con la Multipla, comodissima per i passeggeri ma dotata di vano bagagli piccolo e ulteriormente ridotto dall’ingombrante ruota di scorta.

Fin dalla sua seconda estate (età circa venti mesi) l’abbiamo fatto camminare sui sentieri dell’Appennino, accontentandoci di fare passeggiate brevi, e sacrificando le spalle del babbo per trasportarlo quando proprio non ce la faceva più. Non abbiamo preteso di fare e fargli fare cose più grandi di lui, adattandoci ai suoi tempi e alla sua resistenza, e sicuramente siamo stati facilitati in questa scelta dall’innata pigrizia dell’ingegnere, e dalla mia cronica stanchezza degli ultimi anni, che ha decisamente ridotto la mia naturale iperattività.

Ne siamo stati premiati: il pargolo si è abituato velocemente a camminare senza protestare, e sta diventando un robusto escursionista, in grado ormai di farci percorrere sentieri che danno qualche soddisfazione.

Così avrei dovuto plaudere senza esitazioni all’articolo di oggi sul Corriere, “Quei bambini di sei anni ancora nel passeggino”. In effetti anche noi, quando all’entrata della scuola materna vediamo alcuni compagni di Guido arrivare in carrozza, storciamo la bocca con aria di superiorità.

Perché allora mi sento a disagio nel leggerlo?

Perché nell’articolo le uniche chiamate in causa per i danni causati ai bambini sono le mamme. Come se questi figli non avessero padri. Come se la responsabilità di far crescere i figli in modo equilibrato e funzionale fosse solo ed esclusivamente delle donne. Che oggi, guarda un po’, pretendono di districarsi fra molte altre responsabilità e incombenze, e allora trascurano i loro doveri primari.

Questo mi fa arrabbiare. La responsabilità di far crescere bene i figli, in un tempo in cui tutti abbiamo molte cose da fare, è di entrambi i genitori. Non sono “le mamme” che devono smetter di correre troppo, sono “i genitori”. Non sono “le mamme” che devono riflettere su come tenere in equilibrio le esigenze dei bambini e quelle della propria vita professionale, sono “i genitori”. Allora possiamo ricominciare a ragionare.

in escursione a 2000 metri

in escursione a 2000 metri

ripartire da dove

16 settembre 2009

Rileggo con calma l’articolo di Maria Laura Rodotà,  “Veline, escort, maschilismo. Lettera aperta alle donne”.

Mature (invisibili) e giovani (preferibilmente scollate) [...] Umiliazione collettiva [...] Care tutte, che si fa? [...] Rompere le scatole in modo capillare [...] Ripartire dall’autostima.

Ripartire? Mai stata ferma in questi anni.. Come fanno anche altre, ne scrivo, ne parlo, e, ogni volta che riesco ad afferrare una piccola leva su cui agire, faccio il possibile. Che negli ultimi tempi siamo di più a parlarne, mi pare insieme una buona notizia e un pessimo segno, di tempi in cui c’è bisogno di ribadire anche concetti che sembravano assodati.

Oggi una persona incontrata a una riunione  (in cui ero l’unica donna presente, come spesso mi accade) è venuta a salutarmi, a riunione conclusa, e mi ha detto ridendo “mi piace vederti così.. cattiva”. Spero non si sia sbagliato, saper essere anche cattiva è necessario, tanto più adesso.

scriversi addosso

9 settembre 2009

L’ultimo post di Giuliana mamma in corriera, “Le mamme, il web, la noia e il territorio”, e quello di Mariela exploradora che ne è stato l’innesco, “Le mamme, la rete. Più asfissiante di così..”, mi si mescolano in testa alle considerazioni sul rumore di fondo fatte da Gaspar al RomagnaCamp.

Ci ho ragionato su tutto il giorno, ma alla fine ne esco solo per la strada della tolleranza e della capacità di scegliere dove stare, chi ascoltare, come spendersi.

Le generalizzazioni sono utili e comode, ma a patto di essere consapevoli dei loro limiti: possiamo dire “le mamme in rete”, “le donne”, “i blogger”, o “<un gruppo a caso individuato sulla base di un criterio purchessia>”, e costruirci sopra un modello funzionale; ma accettiamo che ci siano un mare di eccezioni, e che ciascun individuo, nella sua interezza – a saperla conoscere tutta – , sia molto di più e per vari aspetti molto diverso rispetto al prototipo che gli abbiamo appiccicato sopra.

Non amo la retorica della maternità, pur avendola vissuta finora con più soddisfazioni e piacere che fatica. Ho spesso scritto qui della stanchezza, dei dubbi, dell’insofferenza, e ho usato e uso l’ironia per navigare ogni giorno anche nel mio crescere un figlio.

Non mi stupisco che un gruppo di donne, tutte con figli, si trovi a parlare dell’esperienza di averne fatti, a livelli più o meno profondi e passando per dettagli pratici e consigli da nonne. E’ esattamente quel che accade in ogni gruppo minimamente accumunato da un’esperienza: i friendfeeders, per dire, si danno consigli sulla configurazione di FriendFeed, argomento il cui interesse per l’umanità, lo ammetterete, non è superiore a quello del rapporto qualità/prezzo di una marca di pannolini. Così, che vengano pure il Momcamp, i siti permanenti con forum & community (per un paio di mesi ho trovato in GenitoriChe conforto e confronto, poi l’ho lasciato perché il resto della mia vita ricresceva in importanza e reclamava tempo; altre community di genitori avevano approcci e linguaggi più distanti dal mio, le ho assaggiate e scartate subito), ma anche Grillo, le operazioni furbette e quelle oneste, le chiacchiere che nascono da altro: siamo abbastanza grandi da riuscire a scegliere cosa vale la pena di seguire, o no?

Siamo abbastanza sagge da capire quando ne abbiamo fatto indigestione, ed è il caso di staccare? per un’ora, una settimana, un anno? Lasciare un gruppo, chiudere i socialcosi, stare scollegati dalla rete, smettere di comprare il quotidiano che abbiamo letto per anni?

Sta qui il punto. Saper scegliere, e tagliare il troppo, il rumore, l’inessenziale. Accettando che il “nostro” essenziale possa essere diverso da quello degli altri – anche di persone che, per certi aspetti, sentiamo vicine.

Mariela, buona strada, dovunque ti porti. Giuliana, sono sicura che si può essere gruppo quando serve farsi ascoltare, ma restare persone pensanti, che sanno vivere in gruppi diversi, fuori dai gruppi, fra esseri umani, e comunicare con gli altri – e con se stessi.

Ieri quando ho visto sui muri di Lugo i manifesti del Polo Universitario Romagnolo ho pensato per un momento di non essere davvero sveglia.

la campagna della Fondazione Flaminia per promuovere il polo universitario romagnolo

la campagna della Fondazione Flaminia per promuovere il polo universitario romagnolo

E invece.

Non è la prima volta che da queste parti le istituzioni spendono soldi nostri per promuovere campagne di discutibile “creatività”; a me questi “concept” fanno pena anche quando sono utilizzati in contesti molto più leggeri, ma, quando a toppare è la Fondazione Flaminia e l’università, mi girano veramente.

Ne parlano:
Sorelle d’Italia
repubblica.it
corriere.it
gruppo di protesta su facebook

su FriendFeed

dare i numeri

27 maggio 2009

A pagina del 17 del Sole24Ore di domenica, in un articolo su tate di condominio e resoconto del MamCamp, leggo

Sono 250 in Italia le mamme blogger, ossia coloro che aprono uno spazio sul web per confrontarsi, trovare soluzioni pratiche, fare “networking” o anche lavorare. A riferirlo è l’Università Bocconi con l’indagine realizzata da Ask…

Mhh, io ho l’impressione che di mamme in rete ce ne siano un po’ di più, magari mi sbaglio eh.

Non riuscirò a contarle dal vivo, perché ho rinunciato alla velleità di esser presente fisicamente al prossimo MomCamp, mi dispiace ma davvero non ce la faccio a far nulla di più del mio guest post; non so se, con l’arretrato di stanchezza che mi sento addosso, riuscirò a scavallare maggio, ché prima dell’agognato ponte di inizio giugno dovrei presenziare, in forma presentabile, alla GGDRomagna#1, poi intervenire a un convegno, e di seguito partecipare al secondo matrimonio in una settimana.. se arrivo viva alla sera del 31, il giorno dopo mi spalmo in spiaggia, e dormo per tre giorni di seguito.

Prendo in prestito dal blog di Anna Zavaritt, che a sua volta l’ha presa in prestito da Pwn (European Professional Women’s Network), una vignetta che illustra bene il perché vorrei vedere più donne dove si parla e si decide.

donneincda

Purtroppo grandi novità su questo fronte non se ne vedono. In CdA Wafer eravamo partite in due, ma dall’anno scorso sono tornata ad essere l’unica; ieri al convegno di Confindustria Ravenna2030 una sola donna in un panel di 7 relatori.

Sempre sul tema “donne, lavoro, potere”, rimando comunque alle riflessioni fatte qualche tempo fa dopo la lettura del lobro “Il paradosso dei sessi”.

A proposito invece di Ravenna2030, ne ho twittato un po’:

ravenna2030

cento di queste donne

22 aprile 2009

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Oggi ho il privilegio di aver compiuto cento anni, privilegio che non molti altri hanno, e il privilegio di conservare ancora la capacità di intendere e di volere, e di lavorare ancora alle mie ricerche sul sistema nervoso. [...] È una fortuna per me incredibile essere ancora fra i viventi, dopo aver attraversato momenti non sempre facili. Credo che la cosa più importante della mia vita sia stato aver dedicato tutto il tempo possibile a chi ha bisogno. Il corpo può morire. Ma  restano i messaggi che abbiamo mandato in vita. Perciò il mio messaggio è questo: credete nei valori.

Rita Levi Montalcini compie oggi 100 anni.