alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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il valore del servizio

Sto considerando l’idea di cambiare cellulare, acquistando qualcosa con cui potermi anche collegare a Internet per gestire un po’ di posta, twittare e ciacolare su Friendfeed durante i tempi morti di viaggi, appuntamenti, e simili.

Dato che sono pigra, in scarsità di tempo e con arretrati colossali, e, per quanto portabandiera delle GGD Romagna, mi sento troppo vecchia per essere realmente geek, ieri dopo pranzo mi son detta “beh, passiamo dal <nome di nota rete vendita di elettrodomestici e vari generi tecnologici>, è di strada, fanno orario continuato, di mercoledì alle tre non ci sarà nessuno, e i commessi saranno a mia disposizione”.

Sono arrivata, ho fatto un giro in zona Apple per soppesare il possibile prossimo notebook di cui urge l’acquisto, ho chiesto al ragazzo in zona se potetva darmi qualche indicazione sui telefoni, ma lui mi ha detto che era meglio chiedere direttamente alla sua collega del reparto telefonia; e così ho fatto.

La tipa dietro il banco mi ha guardata con aria un po’ scoglionata, e mi ha chiesto cosa cercavo; le ho spiegato che volevo orientarmi un po’ fra i vari modelli di cellulari, e che comunque ne cercavo uno con una tastiera QWERTY, perché lo avrei usato anche per navigare, gestire un po’ di posta, e simili; ma non sapevo bene se orientarmi su un Blackberry, un Nokia, l’LG fighetto Prada, il cugino LG praticamente uguale che costa un terzo… Insomma, volevo chiarirmi un po’ le idee ed ero lì per quello.

La sua prima reazione è stata quella di indicarmi dentro alle vetrine (che si è ben guardata dall’aprire) i modelli con la tastiera QWERTY: “questo, poi questo, poi quest’altro..”. Beh, grazie, la so riconoscere anch’io una tastiera, ho pensato, ma mi sono morsa la lingua e, cercando di assumere un tono gentile, ho risposto “Sì, lo vedo che questi hanno la tastiera, ma mi servirebbe capire quali sono le differenze fra l’uno e l’altro”. Rassegnata di fronte alla mia insistenza, ci ha pensato un po’, poi mi ha guardata negli occhi e mi ha chiesto “Ti faccio una domanda: tu ce l’hai Internet a casa?”. Ingenuamente, ho pensato che volesse valutare che uso facessi io di Internet, tipo quanto tempo sto collegata, se avrei usato il terminale mobile in viaggio, o simili.. Le ho risposto che certo, avevo ADSL sia a casa che al lavoro, e.. Mi ha interrotta, “Allora ti do un consiglio”, con l’aria di avere in tasca la soluzione ai miei dilemmi. Mi sono zittita, in attesa di ricevere indicazioni. Trionfante per aver trovato la risposta, ha sentenziato “Cercati i vari modelli su Internet, così ti studi bene tutte le caratteristiche”.

Le ho sorriso “grazie per il consiglio, sorella”. E ho pedalato verso l’ufficio, chiedendomi perché diavolo avrei dovuto studiarmele io, le caratteristiche dei vari modelli di telefonino, dato che di lavoro non faccio la commessa del reparto telefonia di un centro commerciale, e che comunque, se mi tocca studiare da sola su Internet quel che mi voglio comprare, perché poi disturbarmi a uscire per andarmelo a prendere in negozio? Mah. Il prossimo che sento dire che l’ecommerce fa perdere posti di lavoro e che Internet azzera il valore del servizio e del rapporto umano, lo mando a vendere brustoline sulla spiaggia.

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cominciare male la giornata

Scorro velocemente la homepage del Corriere.it, e sfortunatamente inciampo nell’articolo di costume:

homecorriere

Ora, che nel 2009 io debba leggere nei titoli di un quotidiano nazionale che si da arie di serietà la frase “e ora si discute: meglio belle o intelligenti”, è una cosa che trovo deprimente. Sul serio.

il corpo stupido

Da qualche mese vivo una strana esperienza, assai poco piacevole, e senz’altro imprevista: il mio corpo mi ha fatto uno stupido scherzo, mettendosi di traverso senza motivo apparente a intralciare il già difficoltoso slalom quotidiano fra un impegno e l’altro.

Un dolore alla spalla iniziato nella tarda primavera dell’anno scorso, e inizialmente attribuito a qualche Pilates di troppo, mi ha occasionalmente infastidita per tutta l’estate, trasformandosi in autunno in una scomoda presenza costante.

Un primo tentativo di affrontarlo con un ciclo di laserterapia non ha dato risultati, e mi sono ritrovata a fine anno con più dolore, da disturbarmi il sonno, e – con mio grande sconcerto – la spalla destra quasi completamente bloccata. Circa un mese fa una nuova visita ha dato finalmente un nome – capsulite adesiva, volgarmente detta spalla congelata – al problema, e mi è stato prospettato un periodo di riabilitazione a base di fisioterapia due-tre volte a settimana ed esercizi quotidiani di mobilizzazione della spalla.

Così mi sono messa d’impegno, e nei primi dieci giorni di lavoro ho recuperato circa 40° di estensione laterale del braccio (cioè a inizio dell’anno non riuscivo a sollevarlo più di cica 45° dal corpo, ora arrivo quasi a stenderlo lateralmente). Poi il miglioramento è rallentato, e adesso arranco per mantenere le posizioni raggiunte.

E nel frattempo, me ne vado in giro, abituandomi a portare la borsa a sinistra, a mettermi giacche e maglioni con movimenti attenti per non sforzare la spalla, a “tenere” gli abbracci irruenti di Guido facendo in modo che non gravino sul braccio.

E sono arrabbiata.

Arrabbiata di non poter fare tutte le cose quotidiane che ho dato sempre per scontate.

Arrabbiata di un limite piombatomi addosso senza motivo.

Arrabbiata del mio arrabbiarmi, per una cosa che probabilmente richiede solo pazienza, e si risolverà se non in due, in tre-quattro mesi, mentre ci sono guai ben più permanenti che capitano in giro.

Mi sembra che il blocco del mio braccio destro si traduca in un’incapacità più generale di agire, come se il mio corpo mi stesse mettendo di fronte a questioni che dovrei affrontare, e invece sto ferma, a fare esercizi mentali, e mi arrabbio invano.

Vorrei tirarmi fuori dal quotidiano, e resettarmi in santa pace, facendo pulizia e reinstallando solo quel che serve.

Il corpo è stupido, ma urla fastidiosamente nelle orecchie e imbroglia i pensieri.

devo fare i compiti…

Mi sembra di essere tornata ai tempi del liceo, tanta è la quantità di compiti arretrati che mi ritrovo da fare.. Tanto per elencare i più pressanti, devo:

  • preparare il mio intervento al Nanosocial
  • preparare qualcosa da dire nella prima giornata di “comunicare bene fa bene all’impresa“, e, soprattutto, nella seconda, quando dovrò reggere il confronto con [mini]
  • preparare insieme a Guido il pacco di Natale per lo scambio doni dell’asilo, e, dato che la richiesta delle dade è di “mettere nella scatola un pensiero di pace”, decidere se inventarmi ipocritamente qualcosa io, o spiegare al piccolo animale cos’è la pace e cosa sono i buoni sentimenti…

Poi arriverà dicembre, con l’albero da fare e i regali da comprare, e io devo essere ancora in arretrato di un compleanno o due, madonna!!!

E poi c’è il fine anno, il preconsuntivo l’ho chiuso, ma devo star dietro all’effettivo per non farmi scappare niente; e pensare agli auguri di natale di Wafer; e fare il punto con ciascuno dei miei sul 2008 e sul 2009; e informare i miei soci, che avranno anche loro diecimila altre cose da fare, ma, se poi mi arrangio e faccio da sola senza informarli, non son contenti.

Non posso permettermi l’influenza, almeno fino alle vacanze di natale.

nessun aggiornamento significativo

Un paio di settimane fa ho raccontato l’assurda vicenda che stiamo vivendo per aver deciso di pagare a una nostra collaboratrice a progetto in maternità un’integrazione dell’80% riconosciuto dall’INPS.

Nonostante le richieste di chiarimento e le varie azioni intraprese di comune accordo coi nostri consulenti del lavoro, gli uffici “gestione separata” e “prestazioni di maternità” dell’INPS di Ravenna non si sono ancora messi d’accordo fra loro su quale sia la strada che possiamo percorrere per arrivare a una soluzione.

Cioè: abbiamo evidentemente agito “fuori norma”, ma a quanto pare non esiste un modo per loro accettabile di ricondurci a una situazione regolare e riconoscere l’evidente fatto che la diretta interessata ha avuto un figlio a metà luglio, e quindi attualmente è a casa in maternità. Qualunque cosa facciamo, l’INPS di Ravenna sembra decisa a riavere indietro i soldi già pagati alla collaboratrice, a non erogarle nessun altro assegno di maternità, e a tenersi peraltro ben stretti i contributi che noi abbiamo fin qui regolarmente versato.

Al momento abbiamo interpellato direttamente la responsabile nazionale della “gestione separata”. Pare comunque che il nostro caso sia al momento unico.

Sono sbattezzata.

il meglio è nemico del bene

Una nostra collaboratrice a progetto quest’estate ha avuto un figlio. Quando mi ha detto di essere incinta, le ho fatto i complimenti e, un po’ prima che stesse a casa, mi sono informata dai nostri consulenti del lavoro su come vengono gestite le maternità nei contratti a progetto.

La mia consulente mi ha detto più o meno “vai tranquilla, tu proroghi la scadenza contratto di cinque mesi, e in quel periodo l’INPS paga alla ragazza l’80% del compenso. Quando lei rientra, tutto riprende come al solito”. Visto che a me (che sono dipendente) durante la maternità lo stipendio veniva pagato per intero, le ho chiesto “e il resto, il 20% di competenza del datore di lavoro, ci pensi tu con le buste paga, vero?”. Mi ha guardata strana, perché non le era mai capitato che qualcuno volesse fare l’integrazione per una coPro, e mi ha spiegato che il 20% non è dovuto, in realtà neppure alle dipendenti, anche se è uso quasi universale che le dipendenti lo ricevano; però, per i contratti a progetto… Le ho chiarito che noi volevamo trattare le maternità coPro come le altre, e abbiamo chiuso lì.

Comunque, io ero tranquilla, e ho detto alla mia collaboratrice che stesse tranquilla anche lei. Dopo un po’, la mia consulente del lavoro mi ha detto che noi l’integrazione avremmo fatto meglio a pagarla “fuori” dal periodo di maternità, per non ingenerare equivoci sul fatto che nei cinque mesi lei sarebbe stata effettivamente a casa. Io ho detto che per me, come si doveva fare si facesse, e ho informato la mia collaboratrice. La quale però, dopo aver parlato con un’impiegata INPS, ci ha riferito che all’INPS le avevano detto l’esatto contrario, e che noi avremmo dovuto fare le buste paga al 20% per la parte che ci riguardava, e nel frattempo l’INPS le avrebbe pagato l’80% restante. Visto che non ho intenzione di diventare un’esperta di buste paga (di lavori ne ho già abbastanza), ho ribadito che per me bastava che le cose fossero fatte secondo leggi e regole, rispettando la sostanza degli accordi.

E quindi, così abbiamo fatto, anzi per esattezza così hanno fatto i nostri consulenti del personale, emettendo le buste paga tutti i mesi.

Dopo un po’ però all’INPS hanno cambiato idea, e se ne sono usciti fuori sostenendo che, se noi pagavamo un compenso (sia pure del 20% dell’importo di contratto), questo non poteva che significare una cosa: la collaboratrice stava lavorando, e, di conseguenza, non aveva nessun diritto alla maternità. In ragione di questo assunto, l’INPS ha minacciato di chiederle la restituzione dell’80% versato nei primi mesi, e ha bloccato i pagamenti per i prossimi mesi.

La nostra consulente del lavoro, con molta pazienza, ha scritto alcuni giorni fa una lettera piuttosto decisa di richiesta di chiarimenti, ma ancora non ha avuto risposta.

Pare che, decidendo di trattare una collaboratrice a progetto secondo criteri minimamente etici, si incorra in un caso non previsto, una specie di Comma22 della gestione risorse umane.

Non ho più la forza di incazzarmi per queste cose, davvero ne ho piene le scatole di questo paese dei cachi.

change we can believe in?

Ho speso qualche giorno dell’ultima settimana di ferie nella lettura di Meritocrazia, il libro di Roger Abravanel già recensito molto bene, fra gli altri, da LivePaola in due post di qualche tempo fa.

I primi otto capitoli del libro fanno un’analisi approfondita del “mal di merito” italiano: non condivido al 100% tutte le opinioni espresse da Abravanel, in particolare la sua fiducia – che in certi momenti mi pare esagerata – verso i sistemi “puramente meritocratici e liberisti”, ma senz’altro mi trovo d’accordo con l’esame dei guasti generati dal familismo italico e dall’abitudine nostrana a privilegiare l’appartenenza rispetto alla competenza.

La lettura mi ha anche suscitato diverse riflessioni su scelte che avrei potuto/dovuto fare (o poter fare), soprattutto verso la fine del mio percorso scolastico, riflessioni che sto cercando di rielaborare in alcuni “cosa potrei fare adesso”, o, quantomeno, “cosa mi devo ricordare per quando Guido sarà grande”.

Ma non son queste le cose di cui volevo scrivere qui e ora.

Il capitolo senz’altro più stimolante è l’ultimo, che contiene quattro proposte in grado, secondo l’autore, di “invertire la rotta” e riportare l’Italia sulla strada della valorizzazione del merito.

Il guaio è che io le ho lette, e, pur trovandole condivisibili, faccio molta fatica a credere che siano realizzabili. Proprio per tutti i motivi esposti nei primi otto capitoli del libro, trovo estremamente improbabile, per dire, che una “delivery unit” abbia qualche possibilità di funzionare in Italia con risultati analoghi a quelli conseguiti in Gran Bretagna (del resto, come nota lo stesso Abravanel, l’esperimento fu tentato da Prodi, con scarsissimo successo). L’idea che si possa istituire un sistema di valutazione nazionale per le scuole? forse la Gelmini ce la può fare a farlo partire, ma già mi immagino i ricorsi e controricorsi a Tar&C da parte di genitori, presidi, professori che si ritengano discriminati da valutazioni troppo basse. L’Authority per le liberalizzazioni? Mai vista, in questo paese, un’authority autorevole ed efficace, sorry. Le quote obbligatorie di donne nei CdA, modello Norvegia? D’accordo totalmente sulla necessità e l’utilità di una misura del genere, ma, vista la probabilità di mettere questo genere di misure in agenda, mi sembra più pratico richiedere l’annessione forzata alla Norvegia. Con altri effetti collaterali interessanti, magari.

Insomma, proprio in questo momento non ce la faccio a credere nel cambiamento. Non sono contenta della cosa, odio pensare a “risolvere i miei problemi” accantonando la speranza di “affrontare i problemi di tutti”, e non mi piace pensare di essere diventata sfiduciata proprio ora che, con un figlio, dovrei pensare al futuro con ancora maggiore impegno.

Metto da parte tutto, e aspetto che mi torni un po’ di fiducia (non speranza o fede, fiducia razionale).

Quel che non metto da parte è l’etica personale, il comportarmi in coerenza con i miei principi nella vita e nel lavoro. Per quel che può fare, ritengo sia comunque qualcosa.

Attendo segnali che mi facciano cambiare idea.

tentativi di elaborazione del lutto

Alle nove di ieri sera, la mia amica Cinzia mi ha mandato un SMS, “almeno hai un bel colore di capelli”.

Dopo aver messo a letto Guido, che erano quasi le undici, ho controllato i risultati, e poi ho fatto un giro di blog amici per condividere il lutto. Elasti affranta, anche lei in uno stato non consolabile neppure dai bimbi. Mantellini forzatamente ironico. Leggendo l’incipit di Stark, non ho retto più, e sono scoppiata a piangere e ridere allo stesso momento, più piangere che ridere per la verità.

manifesto dei repubblicani europeiStamattina al risveglio mi è tornato in mente il manifesto vagamente iettatorio dei Repubblicani Europei, che ho visto per la prima volta domenica mattina mentre pedalavamo verso il seggio: una donnina sfocata, con un sorriso malinconico, che tiene in mano la sua tesserina di puzzle verde (quando vedo una tessera di puzzle in un manifesto o in un sito, mi vien subito un conato di nausea: credo che non ci siano metafore più logore e abusate di quella…), e sopra, in nero (chi è l’art director? ditemelo, chi è???) la frase “insieme ce la faremo”, che mi ha subito fatto pensare a quelle cose che si dicono quando in famiglia c’è un lutto, o una brutta malattia.

Sì, in effetti mi sento come se tutto il paese avesse una brutta malattia. E non sono neanche sicura che insieme ce la faremo, a tener botta. Ho voglia di smettere per qualche settimana di comperare la Repubblica, per disintossicarmi di notizie, e sicuramente continuerò a tenere spenta la televisione.

PS: navigando per la rete arrivo all’amara analisi di Suzuki. Ne riporto le considerazioni finali, perché le condivido pienamente e non avrei mai avuto il tempo di scriverle altrettanto bene e per esteso.

PESSIMI BUONI PROPOSITI

In ultimo, qualche rapida riflessione sul “che fare?”.

Capitolo difficile. Non ho consigli da dare e francamente non credo di essere legittimato a farlo.

Posso dirvi cosa conto di fare io, avvertendovi che ragiono da una posizione di relativo privilegio (lavoro in proprio nel ricco nord produttivo, guadagno abbastanza bene, posso disporre liberamente del mio tempo e non devo rendere conto a nessuno delle mie azioni) e che ognuno fa storia a sé.

Una parte riguarda direttamente me. Le sconfitte fanno crescere, perfino se prese a raffica (ricordo a tutti che tifo per il Toro). Non amo il rito comunista dell’autocritica, preferisco riflessioni più pratiche e costruttive e detesto chi si piange addosso.

Un’Italia così mi disgusta, certo. Forse dovrei essere più compassionevole, ma vengo da un’altra cultura.

Posso solo prendere un impegno serio, che è migliorare me stesso. Tra l’altro c’è molto da fare. Credo laicamente alla teoria per cui i miglioramenti interiori portino benefici a ciò che hai intorno.

Credo anche che la gente che andrà al potere nei prossimi giorni sia pericolosa per i valori a cui tengo.
Parlo di valori veri, quelli che ti permettono di distinguere tra il bene e il male. E sono valori su cui non sono disposto a cedere, ma nemmeno a trattare.

Possono riscrivere i libri di storia, ma non riscriveranno la storia, possono santificare i mafiosi ma non renderanno appetibile l’ingiustizia a chi la subisce.

Ci sono cose non negoziabili. Ma non lo capiscono. E su questo, su queste vendette idiote e di bassa lega, genereranno tanta negatività che compatterà i loro avversari. Sono stupidi, certi berlusconiani: state pur certi che non mancheranno di farlo.

So per certo che in un’Italia sempre più “a misura di portafoglio” la difesa dei valori e degli stili di vita passa attraverso il denaro: vivere come si vuole è un lusso e lo sarà sempre di più.

E’ per questo che il mio pensiero costruttivo è quanto più di sanamente individualista e libertario si possa concepire e forse scandalizzerà qualcuno.

Per difendere la mia vita, la vita come la voglio io nella sua irrazionalità e irrequietezza (ed è una vita che mi piace e che voglio migliorare sempre di più e di cui non intendo rendere conto a nessuno), ma anche nei suoi valori che reputo buoni, credo che dovrò cercare di arricchirmi il più possibile.

Prima di gridare allo scandalo, rifletteteci.
Perché i soldi ti pagano la libertà, in questa Italia.
Ti pagano il diritto di abortire o anche solo di prendere la pillola del giorno dopo (basta pagarsi un viaggio in Francia), ti pagano il diritto all’eutanasia e ad una morte dignitosa, ti pagano una vita insieme se sei una coppia di fatto, ti pagano la libertà sessuale, la libera informazione, un’educazione laica e libera, una televisione non di regime, la libertà di assumere le sostanze che vuoi, un ambiente migliore, ecc.

Questo non vuol dire che smetterò anche per un solo centesimo di secondo di lottare affinché questo spetti di diritto a tutti, anche a chi non ne capisce l’importanza.

Ma a quasi 34 anni, dopo esattamente 20 anni di militanza ininterrotta e faticosa, credo che sia giusto ricordarmi che negli spazi tra una lotta e l’altra dovrei vivere.

la piramide rovesciata

Premetto che le feste hanno sempre su di me un leggero effetto depressivo, specie le feste comandate nelle quali ogni volta si deve fare il conto “l’anno scorso eravamo dai tuoi, quest’anno quindi dobbiamo andare dai miei”, e robe simili.

Quest’anno Pasqua l’abbiamo organizzata con pranzo da mia madre, e pomeriggio a casa del fratello di mio marito, dove erano andati a pranzare i miei suoceri, la giovanile prozia, nonché i suoceri di mio cognato. Quando siamo arrivati noi, di conseguenza, la proporzione di generazioni era: 1 bambino (Guido) e 9 adulti (4 della generazione “genitori”, 5 della generazione “nonni”).

L’effetto di queste riunioni è devastante.

L’unico bambino presente diventa il centro di un universo di gridolini, risatine, stupori, meraviglie, decisamente sovradimensionati anche rispetto all’eccezionalità dell’esemplare in questione.

Tutti si prostrano ai piedi del piccolo imperatore, pronti non dico a soddisfare ogni suo desiderio, ma piuttosto ad anticiparlo, quando non a sollecitarlo: una gara continua di dolcetti, regalini, complimenti. Nauseante.

Quando è stato il momento di andarcene, io e Paolo abbiamo dovuto quasi litigare per evitare che gli zii regalassero a Guido un loro peluche con cui lui aveva giocato per dieci minuti.

Ovviamente ci sono rimasti male, “ma a noi non serve, lui poi è contento, ci fa piacere”.. il fatto è che un bambino non è un giocattolo da far sorridere a comando, è una piccola persona, che dovrebbe abituarsi al mondo, e se si abitua ad averle tutte vinte sarà una persona perennemente insoddisfatta e incapace di gestire la realtà vera..

Tornando a casa, ho maledetto la mia generazione infantile, che si è baloccata con giochi e trastulli fino a tardi (come si fa a ricevere regali di peluche alla soglia dei 40 anni, santo cielo…) e ha avuto tanti pochi bambini da non sapere come trattarli. Ci fossero stati 4 nipotini (la prassi normale di quando eravamo piccoli noi), i grandi avrebbero fatto meno salamelecchi, e avrebbero dato a ciascuno la giusta attenzione, attenti a non esagerare. E non ci sarebbero stati 4 peluches uguali da regalare a tutti.

Ora, io probabilmente non ce la faccio più a fare il bis, e mi toccherà stare attenta “in proprio” a non farlo crescere “da figlio unico” (aiutata in questo da un lavoro sufficientemente coinvolgente da prendersi tempo e attenzione).

Ma i parenti, come li posso disattivare?

ti piace la spiaggia tamarra? evvai col bagno wave!

Già il Bagno Wave non mi ispirava molto, non tanto per la piccola disavventura raccontata da Elena l’estate scorsa, quanto per la penosa reazione che avevano avuto (della più pura serie “lei non sa chi sono io!“).

Qualche tempo dopo, avevo visto anche una loro brutta pubblicità su una rivista, la foto di una bella gnocca (solo il taglio pregiato, quello sopra e sotto l’attacco delle gambe), con un bicchiere da cocktail ad altezza bikini, e l’ammiccante frase “bagno Wave, l’estate più…” coi puntini che terminavano all’altezza giusta.

Evidentemente qualcuno dei loro habitué non deve essere riuscito a risolvere il difficile rebus, e così i nostri (o la loro brillante agenzia di comunicazione) hanno deciso di mettere le didascalie.

Grazie a Luca per la segnalazione, anche se non è che a leggere certe cose l’umore della giornata migliori.

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