alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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cinguettii

E’ quasi un mese che mi sono messa a usare Twitter, che all’inizio avevo snobbato come una delle tante inutilities di cui è affollato il nostro tempo.

Beh, mi ci sono affezionata.

Ci sono fili leggeri che si incrociano, non li definirei neppure “legami”, ma è un tenersi d’occhio, per quanto mi riguarda un occhio bendisposto.

Mi meraviglio di trovare, più spesso di quanto pensassi, un messaggio in casella “Tizio/a is following you on Twitter”. A volte conosco Tizio/a, a volte lo/a sto già seguendo anch’io; altre volte si tratta di sconosciuti, di cui cerco di capire come diavolo siano atterrati dalle mie parti. A volte lo capisco, a volte no.

Mi piace questa nuvola di messaggi che aleggia, parallela alle mie giornate di lavoro (ché, a parte quando sono dalla parrucchiera wifi come oggi, io mi connetto praticamente solo dall’ufficio, a casa con Guido è impensabile), in cui lascio una punteggiatura di piccoli scazzi, propositi “pubblici”, stati d’animo che è meglio non dire ad alta voce, ma che è altresì meglio non ingoiare, tanto verrebbero fuori in altre forme.

Mi piace essere stata sorpresa.

la piramide rovesciata

Premetto che le feste hanno sempre su di me un leggero effetto depressivo, specie le feste comandate nelle quali ogni volta si deve fare il conto “l’anno scorso eravamo dai tuoi, quest’anno quindi dobbiamo andare dai miei”, e robe simili.

Quest’anno Pasqua l’abbiamo organizzata con pranzo da mia madre, e pomeriggio a casa del fratello di mio marito, dove erano andati a pranzare i miei suoceri, la giovanile prozia, nonché i suoceri di mio cognato. Quando siamo arrivati noi, di conseguenza, la proporzione di generazioni era: 1 bambino (Guido) e 9 adulti (4 della generazione “genitori”, 5 della generazione “nonni”).

L’effetto di queste riunioni è devastante.

L’unico bambino presente diventa il centro di un universo di gridolini, risatine, stupori, meraviglie, decisamente sovradimensionati anche rispetto all’eccezionalità dell’esemplare in questione.

Tutti si prostrano ai piedi del piccolo imperatore, pronti non dico a soddisfare ogni suo desiderio, ma piuttosto ad anticiparlo, quando non a sollecitarlo: una gara continua di dolcetti, regalini, complimenti. Nauseante.

Quando è stato il momento di andarcene, io e Paolo abbiamo dovuto quasi litigare per evitare che gli zii regalassero a Guido un loro peluche con cui lui aveva giocato per dieci minuti.

Ovviamente ci sono rimasti male, “ma a noi non serve, lui poi è contento, ci fa piacere”.. il fatto è che un bambino non è un giocattolo da far sorridere a comando, è una piccola persona, che dovrebbe abituarsi al mondo, e se si abitua ad averle tutte vinte sarà una persona perennemente insoddisfatta e incapace di gestire la realtà vera..

Tornando a casa, ho maledetto la mia generazione infantile, che si è baloccata con giochi e trastulli fino a tardi (come si fa a ricevere regali di peluche alla soglia dei 40 anni, santo cielo…) e ha avuto tanti pochi bambini da non sapere come trattarli. Ci fossero stati 4 nipotini (la prassi normale di quando eravamo piccoli noi), i grandi avrebbero fatto meno salamelecchi, e avrebbero dato a ciascuno la giusta attenzione, attenti a non esagerare. E non ci sarebbero stati 4 peluches uguali da regalare a tutti.

Ora, io probabilmente non ce la faccio più a fare il bis, e mi toccherà stare attenta “in proprio” a non farlo crescere “da figlio unico” (aiutata in questo da un lavoro sufficientemente coinvolgente da prendersi tempo e attenzione).

Ma i parenti, come li posso disattivare?

perplessità

Scopro che oggi qualcuno ha trovato il mio blog inserendo come termini di ricerca:

DOMANDA INVALIDITA’ PER DELIRIO

attitudini e inettitudini

Rilancio dal post autocentrato di Elasti, la mia eroina preferita:

è arrivato il momento pertanto di fare il punto su elasti-attitudini ed elasti-inettitudini al fine di non creare fraintendimenti o falsi miti. […]
se qualcuno avesse voglia di scrivere qui sotto le proprie attitudini e inettitudini elastigirl non aspetta altro.

ecco fatto:

ATTITUDINI: fare e pensare contemporaneamente 10 cose, ricordare ogni genere di testi gesti opere e omissioni, leggere le favole, far fiorire le orchidee e le rose, ballare il tango argentino.

INETTITUDINI: disporre i fiori in un vaso, aspettare i tempi degli altri, cucinare il pesce, finire un lavoro a maglia, tenere per me il malumore o le critiche.

invece della letterina a babbo natale

ho voglia di pensare all’anno prossimo, a tutte le cose messe in fila in questi mesi, e ai cambiamenti che voglio / posso fare nel 2008 in Wafer.

Ho voglia di fare un po’ di pulizia archivi, buttare via le cose polverose e inutili, e fare spazio a nuovi progetti e idee.

Ho voglia di spostare i tavoli e le sedie, buttar via le piante ormai irrecuperabili e comperarne di nuove, eliminare la carta che non serve a niente,  sgrovigliare tutti i cavi aggrovigliati.

Ho voglia di rispolverare il sorriso ed essere contenta quando entro in ufficio. Non sarà il paradiso descritto da  Kjerulf, ma ci si può andare vicini.

non riesco ad appassionarmi a

  • il dibattito sulla cacciata di Luttazzi da LA7. Sarà che ormai la TV non la guardo, o che da quando ho un figlio la comicità coprofila e l’esagerato turpiloquio non mi fanno più ridere, e le ultime volte che ho visto Luttazzi mi è sembrato fastidiosamente sguaiato…
  • la frattalizzazione della Cosa Rossa. Quando avete finito di dividervi, fate un fischio che contiamo i pezzi, anzi contate direttamente voi che ci fidiamo
  • l’acquisto dei regali di Natale. Quest’anno sono poco natalizia, che si sappia. Ho una scorta di piccoli libri nascosti che centellino uno alla volta per Guido, per il regalone di Natale vedremo

il dilemma degli intangibili

Minacciata dai virus gastrointestinali e parainfluenzali che aleggiano fra conoscenti vicini e lontani, resisto in vista del traguardo di fine anno.

Ieri ho dedicato un pomeriggio a seguire un seminario su quanto sono importanti, per le aziende, gli “Intangibili”. Che non sono i cugini degli “Incredibili”, bensì tutte quelle cose (la reputazione, l’immagine, il benessere delle persone, l’esperienza, il database aziendale) che io ho sempre coltivato con massima cura, fiduciosa che prima o poi si trasformeranno in “Tangibili” (bilanci meravigliosi e stipendio di giada per tutti).

Dopo la sciroppatura di consulente milaneeese che ci ripeteva tutti questi concetti come oro colato e verità rivelata, mi viene da pensare pessimisticamente (ma è forse stanchezza serale, o il virus all’attacco) che:

  • le aziende che pensano prima ai bilanci economici, cioè a far profitto e capitalizzare “tangibilmente”, e solo dopo si dedicano agli “intangibili”, quando ci arrivano hanno spompato e succhiato tutti in tal maniera che non sono più credibili (prima ti sfrutto, e poi ti dò il contentino; prima arricchisco mettendo da parte gli scrupoli, poi mi rispolvero e faccio il bilancio sociale)
  • le aziende invece che pensano prima agli “intangibili”, o meglio, cercano di non sacrificarli, fanno un casino di fatica a poterseli permettere, perché i loro bilanci “tangibili” ne soffrono

Lo so, non è un pensiero ottimista, e so anche che comunque io la strada no.1 non so fare a imboccarla con la necessaria spregiudicatezza. E l’ottimismo della volontà mi fa comunque convincere, ogni volta, che troverò la strada per far funzionare anche la strada no.2.

Nel frattempo, ho fatto i miei piani d’azione, almeno a grandi linee, e adesso devo solo arrivare a fine anno per riprendermi un po’ di energia e ricominciare.

più che pigra, mamma un po’ stanca

Per due settimane di seguito, la pagina “Invece Concita” su D raccoglie e mette in ordine pensieri sparsi, che non ho quasi mai tempo di sistemare da sola. Più o meno come il mio armadio, che da due domeniche aspetta di essere rovesciato dal cambio di stagione, e invece c’è sempre qualcosa che si mette in mezzo.

La settimana scorsa, Bamboccioni deluxe e ragazze mondiali riprendeva una bella intervista alla Vezzali, dopo l’ultimo oro.

C’è parecchio da fare quando torni da un mondiale e sei stata via dieci giorni […] tua madre si prende un turno di riposo perché ha cucinato per dieci giorni. Ora sei tornata, e tocca a te.

Ecco, qualche volta mi sento proprio così, fuori tutto il giorno a tenere insieme diecimila cose, se non a vincere un mondiale, a combattere comunque,  senza risparmio di energie. Poi però, a casa, niente riposo del guerriero, c’è da fare la spesa e pensare al cambio degli armadi, e quasi sentirsi in colpa se si ha bisogno di aiuto.

E io sono di quelle fortunate, con un compagno che non si dilegua quando c’è da lavare i piatti o alzarsi la notte che Guido piange, ma ogni tanto sogno di cercarmi anche una moglie, mi farebbe veramente comodo. Più della mamma e della suocera, che per carità, sono brave, ma proprio l’importanza di certe cose non la capiscono, e mi guardano scandalizzate se non so dire a che ora rientro.

L’altro ieri invece L’infanzia estrema crea il Nobel? suggerisce qualcosa di cui sono da tempo convinta, e che è espresso bene anche in un paio di libri, con serie riflessioni in “Liberiamo i bambini”, e con più leggerezza in “Confessioni di una mamma pigra”: gli stiamo troppo addosso, a ‘sti pargoli. Smettiamola di imbottire tutti gli spigoli e di soccorrerli ad ogni starnuto. Si troveranno meglio, fra qualche anno.

Dopo dieci giorni di Guido a casa per convalescenza post-operatoria più altri quattro per il primo raffreddore della stagione, stremata dal babysitteraggio nonnesco, in pieno stress da cori di compatimento del povero bimbo, con la schiena sul ciglio della rottura per tutte le volte che si è fatto prendere in braccio per una coccola, con tutto l’amore di cui è capace la più orgogliosa mamma del mondo, dichiaro che la poverina sono io, e che adesso ho bisogno di pensare un po’ a me stessa.

ottobre

(perché io gli appunti con le cose da fare ogni tanto me li controllo, la progressione personale di sette anni di scoutismo mi ha indelebilmente segnata..)

  • uscir prima dall’ufficio, con ‘sta storia dell’operazione di Guido e relativa convalescenza e traffico di nonne a casa da organizzare ogni mattina, per il momento non se ne parla
  • la frutta e la verdura fresche al mercato sì, quelle tengo botta
  • ho fatto un paio di veloci torte di mele. Le nonne latitano scandalosamente, quella paterna è da due settimane in Namibia, mia madre già mi cazzia ogni giorno perché sono una mamma snaturata, in compenso sabato parte pure lei per una settimana di Puglia…
  • procedure e istruzioni operative vanno un po’ a rilento, e pure i testi del nuovo sito Wafer sono scandalosamente indietro..
  • delegare invece delego, oh, se delego.. voglio diventare come Andrea Succi, lavorare otto giorni al mese, studiare altri otto, e prendermi lo stipendio di giada..
  • per il momento, ho cominciato coi Pilates. Appena finisce l’emergenza postoperatoria, ci metto dietro qualcos’altro.

Insomma, mi sento oltre la sufficienza. E pure senza prendere la papaja tutti i giorni.

ma siamo sicuri che Patch Adams…

Oggi hanno operato Guido. Eravamo i primi in lista, e la caposala ieri si era raccomandata di arrivare “anche un po’ prima delle sette”. Per la tensione, ci siamo svegliati che non erano neppure le cinque, così alle sette meno dieci eravamo in reparto, dopo avere anche un po’ corso per non tardare. Lì, ci hanno parcheggiati in sala d’aspetto, e solo verso le sette e quaranta ci hanno portati in camera. Dalla sala operatoria ci hanno chiamati alle otto e mezza. Dico io, mica si poteva entrare in reparto sulle otto, che Guido dormiva un’ora di più?

L’abbiamo seguito tutti e due fino al blocco operatorio, e qui hanno fatto entrare me per accompagnarlo fin dentro. Mentre mi davano camice, cuffia e copriscarpe, si è presentato l’anestesista, un omone con il naso da pagliaccio e un paio di antenne luminose. Vorrei poter descrivere la faccia preoccupata di Guido, sulla cui fronte si leggeva in trasparenza il pensiero “ma chi è questo buffone? mamma, non mi lascerai mica con lui???” Era molto confuso dal fatto che, in un momento in cui chiaramente stava per succedere qualcosa di importante, ci fosse un adulto che gli faceva le bolle di sapone in faccia invece di comportarsi da persona seria.

In compenso, dopo questo omaggio alla malintesa sensibilità verso i piccini, all’uscita dalla sala operatoria nessuno si è preoccupato di darci istruzioni chiare su dove l’avremmo dovuto aspettare, cosicché un’ora e un quarto dopo, sviati da indicazioni contraddittorie di tutti quelli a cui chiedevamo informazioni, ce lo siamo persi, e loro l’hanno rimandato in reparto urlante, facendogli attraversare tutto l’ospedale senza di noi.

Ci son voluti venti minuti di coccole e abbracci per farlo smettere di singhiozzare.

Il resto della giornata è andato tutto sommato bene, nel senso che l’operazione era filata liscia e Guido si è ripreso molto velocemente.

Vari motivi di riflessione ce li ha offerti, come sempre, la fauna presente in reparto.

La compagna di stanza di Guido era una bimba di cinque anni, che nel pomeriggio è stata operata in ortopedia. A cinque anni (cinque!!!) usava 1) ciuccio 2) biberon con la tettarella 3) pannolino durante il sonno!!! E quella decerebrata di sua madre non sembrava in alcun modo trovare tutto questo strano, anzi, quando la bimba (vedendo Guido nel pomeriggio che faceva pipì da solo nel vasino) ha manifestato la volontà di andare anche lei a farla in bagno, la madre ha osservato “sì, forse hai ragione, sarebbe ora che smettessi di usare il pannolino.. però adesso dai, falla lì che facciamo prima”.

Per tutta la giornata, tranne mentre la bimba era in sala operatoria, attorno al suo letto ci sono stati da un minimo di tre fino a sei persone, il tutto in una stanza che sarà stata tre metri per cinque. Quando diventavano tanti, per lasciare un po’ di ossigeno uscivo io.

Ciascuno di loro portava regali, tipo Barbies, cioccolatini, gadget Winx.. La bimba li scartava, e poi ci giocavano quelli che li avevano portati. La TV è stata pressoché sempre accesa (tranne al rientro di Guido in stanza, lì l’ho fatta chiudere io d’imperio), continuo disturbo acustico per noi, qualche sguardo distratto da loro.

Un’amorevole nonna le ha portato un tubo di Pringles, e, con nostro sommo orrore, queste sono state la prima cosa che la bimba ha mangiato dopo l’anestesia. Le Pringles, che sono grasso della peggior specie tenuto insieme da farina di patata, capite?? Io stavo considerando schifata i biscotti dozzinali che ci avevano portato per il the di Guido, rammaricandomi di non essere passata ieri dalla Coccinella Bio per comprare un po’ di merenda..

Comunque, sempre in ritardo rispetto alle promesse, ci hanno dimessi, e con nostro sommo sollievo ce ne siamo tornati a casa.

Io dico: invece di mettersi i costumi da pagliaccio, negli ospedali, perché non provano piuttosto a organizzare meglio il flusso del lavoro? Il fastidio più grande – per gli adulti e i bambini – è questo sentirsi abbandonati, in attesa della salvifica entrata del medico, che poi ti parlerà di corsa, e tu resterai a domandarti se davvero stava parlando a te invece che alla tua cartella clinica.

Organizzarsi meglio, e avere tempo e attenzione per spiegare il motivo delle cose, e quel che succederà. Io sono convinta che anche i bambini lo preferirebbero.

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