alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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avere cura

Sabato scorso all’IIA Summit Giampiero Pescarmona raccontava di come cerca di mettere in relazione casi clinici, dati epidemiologici, cicli biochimici e dinamiche farmacologiche, per aggregare in modo nuovo informazioni mediche e trovare spiegazioni e – a volte – soluzioni.

La morale che emergeva dal racconto era che spesso i medici affrontano il caso clinico restando all’interno dei confini della propria specializzazione, e ignorando – per abitudine o pigrizia o comodità – i dati del contorno, che tuttavia spesso darebbero informazioni rilevanti. Ma la soluzione di un problema – o quantomeno la spiegazione di un fenomeno – dipende anche da come ne abbiamo delimitato i confini, scegliendo di prendere in considerazione certi aspetti e lasciarne fuori altri; quindi, definire confini troppo ristretti impedisce spesso di trovare soluzioni efficaci.

Tutto questo mi torna in mente in questi giorni, in cui porto in giro la mia spalla acciaccata fra medici, ortopedici, fisioterapisti di varie scuole, ricevendo da ciascuno un punto di vista palesemente marcato dalla specifica competenza di chi me lo da. I fisioterapisti promuovono l’efficacia ciascuno del proprio approccio fisioterapico, il chirurgo della spalla evoca il bisturi, il medico di base ha in mente i suoi casi più comuni e soprattutto ha la fila dei pensionati fuori.

L’ortopedico, saputo che paracetamolo e cerotti antidolorifici non mi hanno sollevata un granché, mi prescrive senza altro aggiungere un oppiaceo, salvo che poi in farmacia scopro di aver bisogno di una ricetta speciale per farmelo vendere (in questo paese penitenziale, la terapia del dolore è fortemente controllata e scoraggiata), e mi leggo dieci volte il bugiardino cercando di capire se ne vale davvero la pena.

La fisioterapista, interrogata su quale possa essere la causa iniziale, mi conferma che son certamente implicati i microtraumi da movimenti ripetuti e stressanti, poi mi chiede se in questi ultimi anni ho avuto “sbalzi ormonali o di umore”. Sì, certamente, ma chi non ne ha avuti? mi sembra un po’ generica come associazione causa-effetto.

Insomma, o si guarda troppo al particolare, o si generalizza pour parler, in stile magazine o supplemento salute. E, soprattutto, si va di fretta e si ascolta poco.

Magari alla fine tutto questo mi servirà per rallentare un po’, e ascoltare di più.

darwiniana

Ho seguito per quasi tutta la giornata di oggi la discussione partecipata e interessante su FriendFeed, scatenata da una domanda di Mafe, in un post di Punto Informatico che in sintesi chiede “sono nel giusto quando continuo a sostenere che il buzz a pagamento non funziona?”.

Complice l’imminente bicentenario della nascita di Charles Darwin e un po’ di libri su evoluzione e dintorni che sto rileggendo, continuo a ragionare sull’argomento con gli occhiali dell’evoluzionista.

Dunque Mafe domanda “la strategia dei fake e del buzz a pagamento funziona? barare funziona?”. Le risposte sono a grandi linee di due tipi: chi sposta il problema sul piano dell’etica, con argomenti del tipo

  • non è importante se funziona o meno, è comunque una cosa scorretta
  • che male ci sarebbe a farsi pagare, se poi lo si dichiara?
  • lo fanno anche i giornalisti

e chi invece si mantiene nell’ambito delle considerazioni sulla validità o meno, in termini di risultati, del “barare”:

  • funziona
  • non funziona
  • funziona sul breve, ma poi nel medio-lungo periodo no

e varianti sul tema.

Nell’ottica darwiniana, la dinamica evolutiva avviene sulla spinta di due fattori: da una parte, le specie producono più progenie di quanta ne può sopravvivere, e all’interno di ogni specie gli individui non sono tutti identici; dall’altra, la spinta selettiva favorisce gli individui con le varianti maggiormente adattative, e il differenziale riproduttivo aiuta tali varianti a diffondersi sempre più.

La banalizzazione delle teorie evolutive – facilitata dal loro essere radicalmente a-finalistiche, e quindi in contrasto con la tendenza umana a “darsi una ragione” per ogni cosa – porta spesso a darne una lettura semplicistica e caricaturale, in cui si prende un singolo carattere (ad esempio, la lunghezza del collo nelle giraffe) e gli si assegna la responsabilità di definire, lui solo, il vantaggio competitivo dei singoli individui.

In realtà, i “fattori critici” che possono influire sulla selezione sono sempre contemporaneamente molteplici, e questo fa sì che caratteri svantaggiosi possano rimanere presenti all’interno di una popolazione, perché trasmessi da individui portatori di varianti vantaggiose di altri caratteri, tali da compensare i fattori negativi. Esempio banalizzante: una giraffa col collo più corto della media potrebbe tuttavia sopravvivere – e quindi dare origine a una discendenza di giraffe a loro volta bassine – perché dotata di una variante di enzima digestivo in grado di farle digerire varietà di piante che risultano invece indigeste alle altre giraffe.

Quindi, l’analisi di un singolo carattere – nonché l’osservazione sulla sopravvivenza di individui che ne manifestano una certa variante – può non essere conclusiva rispetto alla valutazione del vantaggio competitivo che quel carattere fornisce.

In termini di marketing: se un prodotto lanciato inizialmente tramite una campagna di fake buzz ha avuto successo, prima di concluderne che il fake buzz funziona, dovremmo essere certi che il successo non è dovuto invece ad altri fattori, quali ad esempio l’intrinseco valore del prodotto.

Inoltre, i vantaggi competitivi non sono quasi mai assoluti, ma in genere dipendono dal contesto ambientale in cui si manifestano. Un collo lungo è senz’altro un asset nella savana, dove mette a disposizione foglie di acacia da brucare, ma sarebbe un inutile ingombro – e ben costoso da mantenere – nella tundra.

Leggesi: se vendo prodotti mordi e fuggi (es un favoloso investimento-truffa con tassi d’interesse a due cifre), o mi rivolgo a un mercato poco propenso allo spirito critico (es pensionati teledipendenti), un buzz a pagamento può essere un ottimo investimento, nel primo caso perché non devo preoccuparmi del medio termine, nel secondo perché è improbabile che il fake venga scoperto. Al contrario, se invece vendo prodotti o servizi con l’obiettivo di creare una relazione che si consolida nel tempo, farei meglio a investire e sul prodotto in sè, e sulla qualità della relazione (es assistenza post-vendita, garanzie, evoluzione dell’offerta..).

Questa considerazione permette anche, a mio modesto parere, di affrontare l’annoso quesito etico “sono costretto a fare marchette?”. Se non mi va di giocare sporco, posso da una parte selezionare l’ambiente in cui vado a giocare, rivolgendomi a mercati in cui si giochi secondo certe regole; e, dall’altra, cercare di “modificare la direzione della pressione evolutiva”, contribuendo a fare sì che i comportamenti scorretti non risultino poi così vantaggiosi (es. sputtanando un po’ chi gioca sporco).

Quanto ai cinici che si giustificano con lotta per la sopravvivenza e concetti simili, non posso che ricordare che si può vincere in molti modi, e che è dimostrato che anche alcuni comportamenti altruistici sono selettivamente vantaggiosi. In natura, c’è chi vince sterminando i concorrenti, e chi vince creando simbiosi con potenziali concorrenti per sfruttare meglio le risorse.

Ovviamente, le specie in quanto tali non scelgono le strategie in termini di etica. La specie uomo tuttavia è singolare, sia per la sua grande variabilità (siamo diffusi in tutto il globo proprio perché abbiamo sviluppato nel tempo un’enorme varietà di possibili adattamenti), sia per il singolare sviluppo delle facoltà cerebrali e linguistiche. La nostra mente si è evoluta nel tempo per pensare in termini di obiettivi e intenzioni, arrivando ad attribuire significati astratti e spiegazioni sovrannaturali ai fenomeni fisici. Di conseguenza, ci poniamo problemi etici che la maggioranza degli individui di altre specie, verosimilmente, non potrebbe neppure concepire.

E’ questo che ci caratterizza come umani – e uso intenzionalmente il termine più neutro possibile, “caratterizza”, non “distingue” né tantomeno “eleva”. L’evoluzione non è finalistica, accade semplicemente: l’adattamento per gli uomini è consistito nel diventare sociali e, spesso, etici; per alcune vespe, nell’imparare a paralizzare un bruco, e usarlo poi come incubatore delle proprie larve. Agli occhi della vespa, i nostri dubbi etici semplicemente non hanno alcun senso. Ma, se vogliamo funzionare bene in quanto esseri umani, un po’ di schifo gli sfruttatori dovrebbero farcelo 😉

In conclusione: Mafe e gli altri, cerchiamo di mantenere, quantomeno nel nostro angolo di rete, ma se possibile anche un po’ più in là, un ambiente decente, in cui la pressione evolutiva favorisca individui della variante “persona corretta” rispetto al fenotipo “lurido bastardo”. OK?

come passa il tempo a non far niente..

Queste sono state le vacanze più pigre della mia vita.

Complici il tempo uggioso (in due settimane, una, dico una sola giornata di sole) e un lungo raffreddore mio e di Guido, non abbiamo fatto niente di niente di niente.

Sono uscita tre-quattro volte, per fare un po’ di spesa alimentare, fiondarmi ai saldi il 2 gennaio, e, ieri, portare Guido in centro a vedere la tartaruga gigante della mostra MiniDarwin. Non ho nemmeno sistemato un po’ di arretrati domestici (registrazioni spese e amenità del genere).

In compenso, ho recuperato diverse ore di sonno, ho letto molti libri, ho messo a punto la ricetta della pizza fatta in casa, e ho ripreso in mano matita e fogli bianchi per disegnare un po’ (che a furia di tastiera, mi si erano atrofizzate le dita..).

Quest’ultima cosa in particolare mi piace: “pensare con le mani” disegnando è davvero potente, e nel maneggiare “fisicamente” la matita e la carta c’è un senso concreto del delineare un pensiero, uno stato d’animo, un’impressione, che mancano del tutto quando si scrive o si disegna sulla tastiera.

Per consolidare la mia fama “old-age”, che io sono quella che al Nanosocial arriva senza portatile, segnalerò un meraviglioso libro, “Lezioni di disegno” di Enzo Mari, il cui inizio parla proprio di questo:

Lezioni di disegno - Enzo Mari

perplessità prenatalizia no.2

Antefatto no.1

Un paio di mesi fà, all’assemblea dei genitori della scuola materna, ho accettato di entrare nel Comitato Genitori, organismo su base volontaria che dovrebbe affiancare il gruppo delle maestre e contribuire in vari modi all’attività della scuola.

Alla prima – e finora unica – riunione del Comitato, ci è stato distribuito un elenco dei nostri nomi, con a fianco di ciascuno il numero di cellulare.

Ho subito fatto notare che mi sembrava il caso di raccogliere e distribuire anche gli indirizzi di posta elettronica, almeno di quelli che la usano, così da poterci contattare più velocemente e a minor costo, e distribuire informazioni e materiali vari.

Una maestra si è un po’ risentita, e mi ha detto che loro certo leggono anche la posta elettronica (“tutti i giorni!”), ma poi hanno tante altre cose da fare, che se devono anche pensare a scriverci.. io ho fatto gentilmente notare che magari poi si risparmiano il tempo e la carta dei bigliettini fotocopiati che ci lasciano in classe la mattina. Comunque, le altre hanno approvato, e anche gli altri genitori sono stati d’accordo su questa idea così innovativa (sic).

Visto che, quando faccio una proposta, poi non me ne lavo le mani, ho fatto subito girare il foglio dei nomi, chiedendo che ciascuno scrivesse il suo indirizzo email, ovviamente se ne aveva uno.

Il giorno dopo, ho copiato pazientemente tutti i nomi in un foglio elettronico, e ho aggiunto a fianco di ciascuno le colonne del telefono e dell’email; poi ho redistribuito il foglio a tutti gli indirizzi email che avevo, compreso quello della scuola materna.

Antefatto no.2

Per Natale, a tutti i bambini (cioè, alle famiglie di tutti i bambini) è stato chiesto di portare 2 euro in un salvadanaio in classe, per il tradizionale regalo “di beneficienza”. L’anno scorso con la somma raccolta era stato acquistato un televisore per il reparto di Pediatria dell’Ospedale di Ravenna; quest’anno, al Comitato, si era discusso di quale potesse essere la destinazione, senza trovare un accordo preciso.

Proprio qualche giorno fa, fuori dalla scuola, io e qualche altra madre del Comitato ci chiedevamo cosa si fosse poi deciso, visto che il Natale è quasi arrivato; una delle altre mamme ha detto che avrebbe chiesto alle maestre.

Sconcertante epilogo

Stamattina, quando ho portato Guido a scuola, una delle due maestre mi ha chiamata, dicendomi che aveva bisogno di dirmi una cosa. Mi sono fermata, e lei mi ha chiesto se per favore, visto che avevo gli indirizzi email di tutti i genitori del Comitato, potevo scrivergli che cosa era stato deciso riguardo al regalo di Natale, ovvero l’acquisto di una cyclette per la casa protetta di XXXX.

Le ho detto che l’avrei fatto volentieri, ma comunque io non avevo gli indirizzi email di tutti i genitori del Comitato, semplicemente perché alcuni, non usando la posta elettronica, non me l’avevano dato; in ogni caso, avrei scritto senz’altro agli altri.

Sono arrivata in ufficio, e qui sono stata travolta dal milione di cose da fare di ogni giorno; così, all’una, mentre tornavo in sede da una riunione, mi è tornato in mente che dovevo mandare il messaggio, ma, accidenti, mi ero del tutto dimenticata il nome della casa di riposo.

Dopo pranzo, ho chiamato all’asilo; per un paio di volte mi ha risposto il fischio del fax.

Allora, ho scritto un messaggio di posta elettronica alla scuola materna, e, per scrupolo, ho allegato di nuovo il foglio degli indirizzi, tanto per cercare di suggerire che forse avrebbero potuto loro stesse mandare il messaggio.

Dopo un quarto d’ora, mi squilla il cellulare: è l’altra maestra di Guido.

M. “Ciao, Alessandra, ho letto il tuo email; ti posso dettare il messaggio da mandare ai genitori?”.
A. “Va bene, <nome della maestra>, tieni però presente che io non ho l’email di tutti, perché alcuni non me l’hanno dato.”
M. “Ah.”
A. “Sì, avrai visto il foglio che vi ho mandato, di alcuni abbiamo solo il numero di telefono, perché magari non usano la posta, o non c’erano alla riunione”.
M. “Ah, come faccio a vederlo, scusa?”
A. (in sottofondo, fruscio di lieve giramento di coglioni) “Apri l’allegato al mio messaggio, che poi è lo stesso che vi avevo mandato due mesi fa; a fianco dei nomi, c’è una colonna per i telefoni, e una per le email. I telefoni ci sono per tutti, l’email solo per alcuni”.
M. “Ah, e gli altri li puoi avvisare tu comunque per telefono?”
A. “Beh, veramente, <nome della maestra>, mi parrebbe più corretto che li avvisaste voi, non per altro, ma io da qui a Natale non è che non c’ho un cazzo da fare sono imbullonata di lavoro, sai.”
M. “Beh certo. Ok, facciamo così allora, tu mandi l’email, posso dettarti? ”
A. “Ah, fa pure. Scrivo”
M. “Per sensibilizzare i nostri bambini e bambine ad approfondire e vivere più concretamente il messaggio di solidarietà del Natale,…”

Così, nella mente delle maestre della scuola, pare che io sia diventata una sorta di disponibile segretaria, a supplenza della loro incapacità di usare la posta elettronica.

Ho mandato l’email a tutti i genitori, e poi ne ho mandato un secondo, solo all’indirizzo della scuola, per suggerire che magari le prossime comunicazioni al Comitato sarebbe meglio se le mandassero da sole.

Il mio livello di “sentimento natalizio”, con questa giornata, è definitivamente sceso sottozero.

parlando d’altro, parlare del presente

Ho da poco finito di leggere un libro che parla di scienza, antropologia, evoluzione. L’ha scritto un mio carissimo amico, Guido Barbujani, uno dei maggiori genetisti di popolazione che si trovino in circolazione, e, insieme, una persona di grande cultura e piacevolissima umanità.

Europei senza se e senza ma - Guido Barbujani

Il libro – “Europei senza se e senza ma” –  racconta – con rigore scientifico ma, al tempo stesso, stile leggero e per nulla noioso – quel che al momento la scienza sa dire dell’evoluzione della specie umana, dal Paleolitico ad oggi.

In parallelo, si legge di come la scienza si sviluppa per condivisione di idee, confronto di ipotesi alternative, sperimentazione, e, soprattutto, passione. Il racconto è fatto da una “parte in causa” del dibattito scientifico, che non si nasconde dietro al paravento dell’oggettività, ma sa dire con le parole giuste da che parte sta lui e da che parte stanno altri.

Barbujani ha un vero talento per raccontare la scienza, mescolandola al resto dell’esperienza umana, che è fatta di storia, arte, idee. Per darvi un’idea dello stile, copio qui l’indice dei capitoli del libro:

1. No good cricket in Italy, sir
Dove ci si chiede se i turchi abbiano o no i geni in regola per entrare nell’Unione Europea

2. Neandertal
Dove si fa conoscenza con i veri Europei, gli uomini di Neandertal

3. I Neandertal e noi
Dove ci si rende conto di quant’è difficile studiare qualcuno così diverso da noi eppure così simile eppure così diverso

4. I geni raccontano la storia
Dove si scoprono nelle nostre cellule tracce leggibili delle genealogie e delle migrazioni

5. I geni raccontano tante storie
Dove si seguono altre migrazioni e ci si chiede che opinione avranno di noi gli scienziati di Marte

6. I geni non raccontano tutta la storia
Dove un semplice ragionamento ci rivela che  i nostri antenati stavano un po’ dappertutto e si guarda con sospetto a chi ci vende la sequenza del nostro DNA

7. Geni a fior di pelle
Dove si capisce che essere bianchi, o neri, o gialli (o anche bere latte) non è poi così semplice

8. L’ennesima pensata di Charles Darwin
Dove si esamina l’ambigua relazione fra europei e Indoeuropei

9. Ma conta davvero tanto?
Dove si ammette che la genetica è buona e fa bene, ma non offre scorciatoie

Lavorare qualche anno in università con Barbujani è stata per me una grande fortuna. Nel farlo, ho capito con chiarezza che fra i miei talenti non c’era quello dello scienziato, perché mi mancava la sua incessante curiosità di far domande anche quando sembra che la risposta non serva nell’immediato, la pazienza di star dietro alle ipotesi, di costruirci sopra interpretazioni diverse e confrontarle. E, pur non avendo queste doti, ho imparato ancor di più ad apprezzarle e capirne la fondamentale importanza, e ad essere disposta a contribuire al fatto che chi ce le ha le possa usare, anche senza ritorni diretti.

Oggi che, soprattutto in Italia, tutto sembra appiattito alla miope ideologia confindustriale, secondo cui la ricerca e la formazione sono costi da sostenere solo se direttamente applicabili all’impresa, penso abbia senso e importanza invece riaffermare che servono queste voci, servono queste parole e questi pensieri.

frasi notevoli dell’ultimo mese

(è facile imbastire un post quando si ha un figlio di quasi tre anni…)

Con aria pensosa, mentre gioca:

…io non divento ingegnere, io divento solo grande.

Alla cassiera della Coop, con nonchalance, dopo una spesa nel corso della quale abbiamo avuto un lungo chiarimento sul fatto di non poter comprare un giocattolo ogni volta:

Si può avere uno di quei camion verdi?

Guardando fuori dalla finestra domenica mattina scorsa, appena alzato:

Le nuvole bianche non portano pioggia.

Ieri sera dopo cena:

Io quando sono nato quanto costavo?

dopo lunghi anni passati a provarci..

ho smesso di cercare di cambiare la testa agli incompetenti.

Il cliente che

  1. vuol pagare poco
  2. solleva un sacco di obiezioni del cazzo
  3. quando vede una proposta grafica ben fatta, chiede un sacco di modifiche peggiorative, portando ad esempio siti che fan vomitare
  4. …e varianti di ogni tipo del caso precedente…

lo lascio a cuocersi nel suo brodino, e do ai miei ragazzi istruzioni di accontentarlo in fretta come vuole lui. Poi casomai togliamo la firma, non lo mettiamo in portfolio, e avanti un altro.

Una volta provavo a spiegare le mie ragioni, gli portavo esempi, distillavo piccoli trattati di buona comunicazione. Il risultato? ore ed ore perse, a farmi venire del nervoso e con risultati miseri dal punto di vista del lavoro finale.

A un certo punto, ho riflettuto sul fatto che

  • il cliente che vuole pagare poco è uno che pensa di avere acquistato una fornitura, non una consulenza: quindi, avrà una mera fornitura (=esecuzione di ordini così come richiesti), non una consulenza (=elaborazione delle esigenze espresse, che ha come risultato proposte di soluzione, aumento di conoscenza, eccetra)
  • per cambiare il modo in cui le persone ragionano e si comportano, uno psicologo si fa pagare 100 euro l’ora per due sedute a settimana per mesi, se non anni, di terapia continuativa. Perché io dovrei farlo a gratis, e non richiesta?

Le energie e il tempo che risparmio, le dedico:

  • a lavorare nel modo migliore per i clienti disposti a pagare il giusto per la mia esperienza
  • a studiare nuove cose
  • a “non lavorare”

Così vivo e lavoro molto meglio.

disintossichiamoci una buona volta!

L’ultima bufala della cosiddetta informazione, quella degli MP3 droganti, dà la spinta finale a una decisione che stavo covando da qualche settimana.

Dopo aver abolito dalla mia vita telegiornali e televisione tutta, mi prendo anche un paio di mesi di vacanza da Repubblica, che è in piena versione estiva (ultraslim ma infarcita di cazzate).

Perché dedicare un quarto d’ora, una mezzora di tempo ogni giorno a leggere testi pieni di luoghi comuni, imprecisioni, opinioni di incompetenti, titoli fuorvianti, banalità presentate come la notizia del giorno? Tre ore a settimana in più per la mia vita, ci posso dormire, guardare il mare, giocare con Guido…

Negli ultimi tempi, mi sono rimasti particolarmente sullo stomaco:

  • “un piatto di carpaccio inquina più di un SUV”: eh suvvia, avete proprio misurato bene?
  • “ultima tendenza USA: asciugare i panni al sole”: ah grazie, avevo giusto bisogno del trend ammmericano per farmi spiegare che l’asciugatrice elettrica costa di più e li asciuga peggio…
  • “Google ci sta rendendo tutti più stupidi?”: non commento, che altri l’hanno già fatto meglio di me
  • uno strepitoso decalogo nel supplemento “Salute” su cosa fare per evitare il terribile pericolo delle punture di insetti: praticamente, passare l’estate blindati in casa, e uscire solo se coperti dalla testa ai piedi o se incapsulati nella propria auto a finestrini chiusi, e/o avvolti in una nuvola di veleno insetticida. Minchia che bella estate!

Insomma, in rete trovo testi scritti meglio, più informati, commentabili e sottoposti a uno stretto controllo collettivo su veridicità e fonti: chi me lo fa fare di spendere trentacinque euro al mese per il quotidiano, consumare carta e inchiostro, e prendermi pure del nervoso?

una madre ristretta

In un libro che di recente ha avuto un discreto successo, “Pensare per due – nella mente delle madri”, lo psicoterapeuta Massimo Ammaniti distingue le madri in quattro gruppi:

Madri integrate – Madri ambivalenti – Madri ristrette – Madri depresse

Le madri integrate sono “donne che si lasciano andare ai cambiamenti che la gravidanza produce nei ritmi personali e che accettano in modo armonico le trasformazioni del proprio corpo, così come i cambiamenti del proprio umore e il minore interesse per la vita sociale”. Le madri ambivalenti sono “donne con atteggiamenti contrastanti, che vogliono assolutamente diventare madri ma allo stesso tempo ne hanno paura”. Le madri ristrette “vogliono mantenere la propria indipendenza e il proprio autocontrollo e non farsi condizionare troppo dal figlio che sta per nascere”. Le madri depresse son depresse, e tant’è.

Seguono interviste a rappresentanti di ciascuna tipologia di madre, dove le “ristrette” sono quelle che fanno discorsi del tipo “mi sto organizzando per non abbandonare troppo il mio lavoro”, o “no, nei primi mesi di gravidanza non fantasticavo su che faccia avrebbe avuto mio figlio”, o “ho iniziato a comprare qualcosa per il bambino solo alla fine della gravidanza”. A mio modo di vedere, il gruppo che dimostra di avere un po’ di testa sulle spalle.

Ma Ammaniti non è d’accordo: per lui il comportamento sano e normale è quello delle signore che, al primo giorno di ritardo delle mestruazioni, si fiondano da Prénatal a comprare le decalcomanie per la cameretta, e presentano subito una domanda per lavorare part-time. Loro sì che sono madri complete. Le altre, vabbé, sempre meglio che depresse, ma si potrebbe sperare di meglio.

Insomma, mi tocca portarmi a casa l’etichetta di “madre ristretta”. E dire che io, come persona, non mi sento affatto “ristretta”…

Certo, se la pretesa è che la madre occupi interamente lo spazio della donna e della persona, allora tutto quadra. Ma mi sembra una pretesa un po’ esagerata, e mi chiedo anche perché nessuno la pretenda dai padri, questa totalità di dedizione.

equivalenze

Tanto per mettere in ordine le idee: non ne posso più della contrapposizione fra quelli che dicono “invece di prendersela con i lavavetri e i parcheggiatori abusivi, farebbero meglio a multare chi parcheggia in doppia fila” e quelli che ribattono “invece di fare la multa a quelli che per due secondi parcheggiano in doppia fila, farebbero meglio a sgomberare i lavavetri e i parcheggiatori abusivi”.

Lo dichiaro pubblicamente: a me danno pari fastidio sia quelli che parcheggiano in doppia fila, sia quelli che, quando esco dalla coop, vengono – con fare ogni giorno un po’ più intrusivo – a sollecitarmi per il carrello e relativa moneta. Entrambe le categorie mi tolgono serenità e libertà, e non mi sento di essere tollerante nei loro confronti.

Per tornare ad essere tollerante e serena, avrei bisogno di vivere in un tempo più sereno e ordinato; in cui, senza bisogno di blitz e sirene spiegate, semplicemente non esistono parcheggiatori in doppia fila, gettatori di cartacce per terra, ambulanti questuanti che mi voglion vendere inutili cineserie al parcheggio.

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