alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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un passo alla volta, dall’inizio

“Scrivi anche tu un un post per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne“, mi dicono. E, nonostante scriva spesso di donne in questo blog, da giorni sto a chiedermi da dove cominciare.

Perché il punto è proprio dove si comincia. Il punto d’arrivo – le molestie, le botte, le umiliazioni – giunge dopo un percorso in cui le donne, un pezzettino alla volta,  si lasciano perdere; in cui gli uomini, un pezzettino alla volta, imparano che possono passare il limite.

Allora io provo a ripartire dall’inizio, dai bambini. Dall’insegnare a mio figlio maschio – non con le parole, ma con i gesti di ogni giorno – che fra donne e uomini ci può essere rispetto e collaborazione. Che una donna – sua madre – ha anche altre cose a cui pensare oltre alla famiglia, ed è normale e importante che sia così.

Se avessi una figlia femmina, le insegnerei – come hanno fatto i miei genitori con me – che lei ha valore, a prescindere dal fatto di avere un moroso. Che il suo valore sta nei suoi pensieri, nelle sue idee, nell’impegno.

E poi provo a continuare nel lavoro di tutti i giorni, usando in modo corretto il potere e la responsabilità, non avendo paura di prendere la parola anche quando sono da sola.

Non ho molto altro da aggiungere. Sono fortunata, i miei genitori mi hanno rispettata e cresciuta bene, ho avuto anch’io le mie storie sbagliate ma niente che passasse il limite dove la stronzaggine si trasforma in abuso.

Le storie di botte e di abusi e di violenza vera le lascio raccontare alle altre, e le ascolto con rispetto e sgomento.

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vendere buon senso

In certi momenti mi chiedo se non avrei fatto meglio, a un certo punto della mia vita, a scegliere di specializzarmi in qualcosa. Sono vent’anni che attraverso territori, quasi sempre sentendomi un po’ clandestina (una laureata in biologia che lavora fra gli informatici, una tecnica che si occupa di comunicazione, una laica disincantata che discute ai tavoli dei cooperatori, una sinistrorsa in confindustria), sempre cercando di non stare troppo a lungo sullo stesso progetto, perché alla lunga ogni progetto mi stanca.

Se devo pensare a una cosa che so far bene, credo sia quella di tradurre concetti e bisogni da una lingua all’altra, creando modelli mentali che fanno dialogare le persone. In Wafer mi sono sempre preoccupata che tutti avessero un’idea, magari vaga, ma funzionale, di quel che facevano gli altri, per poter lavorare meglio insieme; ai miei clienti ho sempre spiegato più che vendere; tenere una lezione o una presentazione è una sfida che ho sempre accettato volentieri.

Mi è venuto da sorridere quando, alcuni giorni fa, incuriosita da una segnalazione del Piccolo Imprenditore, ho rispolverato il mio account Safari Books Online per sfogliare un po’ di Designin Social Interfaces, e vi ho trovato una pagina scritta da Tom Hughes-Croucher, technical evangelist e front-end engineer di Yahoo, sull’importanza di creare modelli mentali per gli utenti del web.

One of the things I like about computers is their ability to create magic. They provide abilities that no one thought possible and make them a reality. Yet, for many people this is also the biggest source of complaint about computers.
When you drive a car, you probably don’t understand the thermodynamics of expanding chains of combusting hydrocarbons happening under the hood. […] But, even if you don’t, you can still understand that there is a direct correlation between the accelerator and the car moving forward. Of course, most interfaces are not quite this simple, even in cars. If the car won’t move, you assess what might have happened. And lo, you’ve left the parking brake on! With this error dealt with, you are free to go about your driving.
[…] while cars contain significant amounts of complexity (complexity you and I almost certainly don’t fully understand), we can still functionally use them and recover the situation when things go wrong. This is because the sequence of events that makes the car work has formed a mental model in our heads. The car goes forward only when it contains fuel, the engine is on, you are not applying the brakes, and you are pressing the accelerator. Since we have this model of how the car works, we are able to troubleshoot when it doesn’t behave as we expected.
What is significant about the models we create is how functional they are. They aren’t based on the combustion of hydrocarbons or lateral torque. Heck, if there is serious engine trouble, that is still a black box to me, but I know I can call AAA to tow me to a garage. And this, dear friends, is the crux of it: you need to design interfaces that let people recover from their mistakes. The problem you face as the designers of magical boxes rather than cars, however, is that users do not have the same robust mental model of computers that they have for cars.
[…] When using the Web, there are numerous contextual or circumstantial errors than can occur, but the majority of users have no mental model with which to understand and recover from them. We looked at four possible causes of the gas pedal not accelerating a car, and yet a web page failing to load can have upward of a dozen causes. Since users lack a mental model, the best plan of action is to try and self-diagnose the error and educate the user. The distinction is important. Although it may seem sufficient to tell users that something went wrong and what they can do next, they eventually are going to get into the same state again with the same confusion. Instead, if there was a problem with the DNS, tell them so, and help them understand what DNS is. Maybe you have to use an analogy of a phone book for website numbers that their computer dials, or maybe you can convey the information in a more straight-up way. However you do it, don’t just let your users keep failing and becoming frustrated. Instead, give them a mental model that will last them a lifetime as a satisfied customer.

Il motivo del mio sorridere era che dieci anni fa io scrivevo più o meno le stesse cose parlando della mia esperienza nell’insegnare a persone non tecniche come usare il computer. Niente di stratosferico, intendiamoci, non c’è bisogno di essere un technoevangelist at Yahoo per arrivarci; come direbbe Krugs, it’s not rocket science.

Il che mi riporta al mio cruccio iniziale: non sarà che, stringi stringi, tutto quel che ho fatto in questi anni si possa ridurre a curiosità, uso del buon senso, lingua sciolta e una buona dose di empatia?

Per fortuna poi mi ricordo che uno dei problemi tipici delle donne è la stupida tendenza a sottostimarsi, e minimizzare le proprie capacità; così faccio riemergere dall’oblio un po’ di dettagli utili, tipo che riesco a parlare coi programmatori perché per anni ho sbrogliato, con ottimi risultati, query e procedure.

Adesso impacchetto il mio buonsenso, e vado a venderlo, che oltretutto mi pare ce ne sia un gran bisogno in giro.

riparto da qui

Mentre valutavo fra me i pro e contro dell’inaugurare un nuovo blog, più serio e professionale, abbandonando questo al suo destino, mi sono imbattuta (serendipity purissima) in Penelope Trunk, autrice di libri e di un seguitissimo blog su come gestire la propria vita lavorativa.

Mi ha subito catturata l’alternarsi vertiginoso di argomenti professionali (i consigli su come gestire la propria carriera) e questioni privatissime (matrimonio, divorzio, nuovi amori, figli avuti e non avuti): una cosa che ho sempre vissuto come un difetto o un problema, ma che la Trunk trasforma in un punto di forza, affermando che il suo intento è precisamente quello di capire “how to find success at the intersection of work and life”. E con orgoglio e naturalezza mostra come è impossibile tener rigidamente separate le cose, anzi come sia necessario farle vivere insieme.

Allora mi sono rilassata, e ho pensato che è meglio continuare a scrivere qui; ho cambiato motto e pagina su di me, scelto un nuovo tema il più minimale possibile, e deciso che quel che conta è seguire (e tenere sempre accesa) la passione di fare le cose.

Non ho mai, prima d’ora, scritto un post sul fatto di tenere un blog, ma stasera – senza che ci sia da festeggiare nessun anniversario o numero tondo di post o commenti – vorrei celebrare e ringraziare tutte le persone con cui ho creato legami in questi anni; ciascuno di voi mi ha cambiata e arricchita. Considero una grande fortuna il vivere in quest’epoca in cui, grazie a Internet, possiamo creare e mantenere relazioni con tante persone, anche lontane; per ragioni anagrafiche, non sono una nativa digitale, e posso apprezzare bene la differenza coi miei vent’anni.

E ora riparto, da qui.

space clearing in corso

Svuotare gli armadi, gettare via tutto quel che non si usa più, e rimettere in ordine il resto, è una catarsi periodica che ha effetti meravigliosi sullo spirito. Quando è terminata.

La parte difficile dello space clearing è la prima metà del lavoro, quella in cui l’armadio si sta svuotando, ogni superficie della casa è occupata da mucchi di vestiti, scatole, sacchetti, e ancora non ci è chiaro quale ordine costruiremo alla fine. Davanti agli occhi, tutta la roba inutile abbiamo accumulato negli anni; in testa, i conti dei soldi spesi, del tempo perso, del peso portato.

La mia vita ora è esattamente in questa fase: tutto fuori dagli armadi, ampie aree incognite nella mappa del futuro, molto materiale da impacchettare e portar via, molto spazio da fare.

Abbiate pazienza se, nel mezzo di questo casino, a volte sono un po’ suscettibile e stanca.

scriversi addosso

L’ultimo post di Giuliana mamma in corriera, “Le mamme, il web, la noia e il territorio”, e quello di Mariela exploradora che ne è stato l’innesco, “Le mamme, la rete. Più asfissiante di così..”, mi si mescolano in testa alle considerazioni sul rumore di fondo fatte da Gaspar al RomagnaCamp.

Ci ho ragionato su tutto il giorno, ma alla fine ne esco solo per la strada della tolleranza e della capacità di scegliere dove stare, chi ascoltare, come spendersi.

Le generalizzazioni sono utili e comode, ma a patto di essere consapevoli dei loro limiti: possiamo dire “le mamme in rete”, “le donne”, “i blogger”, o “<un gruppo a caso individuato sulla base di un criterio purchessia>”, e costruirci sopra un modello funzionale; ma accettiamo che ci siano un mare di eccezioni, e che ciascun individuo, nella sua interezza – a saperla conoscere tutta – , sia molto di più e per vari aspetti molto diverso rispetto al prototipo che gli abbiamo appiccicato sopra.

Non amo la retorica della maternità, pur avendola vissuta finora con più soddisfazioni e piacere che fatica. Ho spesso scritto qui della stanchezza, dei dubbi, dell’insofferenza, e ho usato e uso l’ironia per navigare ogni giorno anche nel mio crescere un figlio.

Non mi stupisco che un gruppo di donne, tutte con figli, si trovi a parlare dell’esperienza di averne fatti, a livelli più o meno profondi e passando per dettagli pratici e consigli da nonne. E’ esattamente quel che accade in ogni gruppo minimamente accumunato da un’esperienza: i friendfeeders, per dire, si danno consigli sulla configurazione di FriendFeed, argomento il cui interesse per l’umanità, lo ammetterete, non è superiore a quello del rapporto qualità/prezzo di una marca di pannolini. Così, che vengano pure il Momcamp, i siti permanenti con forum & community (per un paio di mesi ho trovato in GenitoriChe conforto e confronto, poi l’ho lasciato perché il resto della mia vita ricresceva in importanza e reclamava tempo; altre community di genitori avevano approcci e linguaggi più distanti dal mio, le ho assaggiate e scartate subito), ma anche Grillo, le operazioni furbette e quelle oneste, le chiacchiere che nascono da altro: siamo abbastanza grandi da riuscire a scegliere cosa vale la pena di seguire, o no?

Siamo abbastanza sagge da capire quando ne abbiamo fatto indigestione, ed è il caso di staccare? per un’ora, una settimana, un anno? Lasciare un gruppo, chiudere i socialcosi, stare scollegati dalla rete, smettere di comprare il quotidiano che abbiamo letto per anni?

Sta qui il punto. Saper scegliere, e tagliare il troppo, il rumore, l’inessenziale. Accettando che il “nostro” essenziale possa essere diverso da quello degli altri – anche di persone che, per certi aspetti, sentiamo vicine.

Mariela, buona strada, dovunque ti porti. Giuliana, sono sicura che si può essere gruppo quando serve farsi ascoltare, ma restare persone pensanti, che sanno vivere in gruppi diversi, fuori dai gruppi, fra esseri umani, e comunicare con gli altri – e con se stessi.

questo resta un blog ateo e materialista

.. nel caso a qualcuno fossero venuti dei dubbi, o vi avessero raccontato altro 😉

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Uno dei momenti più duri, la fine della trasferta in bus da Lima a Huànuco, quando il mio stomaco si è ribellato ai 3000 metri (in altitudine) di tornanti. Foto di Giampiero Corelli.

Sono rientrata ieri notte, e ho passato la giornata di oggi a mettere in lavatrice il contenuto della mia valigia e a raccontare i momenti e le impressioni del viaggio in Perù all’ingegnere e, quando aveva la pazienza di seguirmi, a Guido.

Per una settimana ho viaggiato con un gruppo di cattolici ravennati, guidati dal loro arcivescovo, ritrovando – dopo quasi trent’anni che ne sto fuori – i temi e i riti della mia gioventù cattolica.

Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza davvero ricca e intensa. Abbiamo visto da vicino (e annusato, e gustato, e toccato, e ascoltato) una regione poverissima, dove la gente vive in condizioni che oggi, nel nostro terzo millennio occidentale e iperconnesso, sono difficili da immaginare.

Ho scattato molte foto, quasi tutte alle persone che incontravo, persone che, con mio grande stupore, ci accoglievano con un’allegria e una spontaneità che non avrei mai immaginato di trovare. Per mia fortuna, non sono una persona schizzinosa, e l’intensa emozione del viaggio deve avermi fatto impennare le difese immunitarie, quindi sono rimasta intoccata sia dal mal d’altura, sia dal Montezuma. Il racconto del viaggio è sul sito www.padremorini.org, sito che conto, fra qualche settimana, di lasciare in gestione ai ragazzi che seguono dall’Italia don Stefano.

Dato che ero là per raccontare, e che, passato il capoluogo di distretto, Internet era praticamente inesistente, ho usato Twitter via SMS; dopo una giornata, i miei compagni di viaggio hanno iniziato a venire da me, felici come bambini, per raccontarmi che da casa i loro amici e parenti mi leggevano, ed è stato bellissimo; ho così “evangelizzato” ai social network un gruppo di persone che normalmente, per età e anche un po’ per estrazione culturale, fanno parte della schiera di quelli che “Internet è il male”, compreso l’arcivescovo che, con grande curiosità, mi ha fatto mille domande sul lavoro che stavo facendo.

Ne ho concluso che, come in ogni evangelizzazione, la buona novella non bisogna “dirla a parole”, ma bisogna “metterla in atto”, dimostrandone l’effettiva bontà.

Scrivere senza conversare è stato per me difficile: normalmente, leggo i commenti alle cose che scrivo e mi sento costantemente immersa nella conversazione con le persone a cui sono legata. Dalle Ande, invece, spedivo messaggi in bottiglia, gli unici feedback quelli che mi venivano riferiti dai miei compagni di viaggio; così, appena sono riuscita a riavere una connessione, mi sono subito collegata a FriendFeed, sperando di trovarci qualcuno nonostante in Italia fosse notte fonda. La comunicazione, o è interazione, o non funziona.

Riguardo al titolo di questo post, nei giorni scorsi ho inevitabilmente riflettuto sulle spiegazioni che ci costruiamo per “dare un senso a questa storia”. Passato il livello della soddisfazione dei bisogni di base – la sopravvivenza quotidiana, con cui sulle Ande ancora la maggior parte della gente fa i conti tutti i giorni – o ci sbattiamo senza senso, o ci creiamo valori che diano significato alle nostre giornate, al di là del trasmettere i nostri geni alla prole. La religione è senz’altro una soluzione funzionale: organizzata, solida, portabile (ne esistono versioni semplificate per i derelitti, e teologie avanzate per gli intellettuali), con vantaggi sociali e politici. Per chi non voglia adottarla, è comunque possibile darsi un senso e un’etica personale; nella mia, è rimasto qualcosa del motto scout “lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”, e c’è molta curiosità per tutto ciò che è umano, religione compresa.

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La foto, sempre di Corelli, mi ritrae mentre ascolto don Stefano Tognetti, un prete vicentino che vive da 18 anni a Huàrez, sulle Ande Centrali peruviane

pausa di riflessione

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

terapia del piacere

Il weekend scorso l’ho passato a riprendermi dal male dell’ultima seduta di fisioterapia. La fisioterapista nuova, infatti, a cui mi aveva indirizzata l’ortopedico del famoso staff di punta per la cura della spalla, mi aveva allegramente massacrata, al grido di “sono dalla tua parte Alessandra”. Risultato: l’intero braccio dolorante per giorni, e un umore costantemente sull’orlo della crisi di nervi (della serie “per favore non chiedetemi come va che scoppio a piangere”), e raddoppio forzato della dose quotidiana di oppiacei.

Dopo aver passato il sabato e la domenica sottoterra, ho riflettuto su alcune cose:

  • tempo di risoluzione del problema prospettato dai fisioterapisti “gentili” con cui ho lavorato da gennaio a febbraio: due o tre mesi
  • tempo di risoluzione del problema prospettato dall’allegra torturatrice: sei mesi almeno
  • lista di attesa per un’eventuale operazione chirurgica: 5-6 mesi

Anche nell’ipotesi che il metodo “soft” dia risultati più lentamente del previsto, perché soffrire più del sopportabile? Non ho riserve di energia bastanti a sopportare dolore fisico non strettamente necessario.

Così ho deciso di annullare gli appuntamenti successivi, e di prendermi un paio d’ore il lunedì mattina per andare a trovare il mio amico Leo e ballare qualche tango, che erano mesi che non lo facevo. Abbiamo ballato, ce la siamo raccontata, e dopo – sarà stata la prima vera giornata di sole dell’anno – mi sentivo davvero leggera.

Sarà un caso, sarà che ho avuto un sacco di casini a cui pensare durante i giorni successivi, ma questa settimana la spalla mi ha fatto meno male.

O forse è vero quello che dico ogni tanto per scherzo, che la crisi si è manifestata a una spalla perché io mi carico come un mulo di ogni peso possibile, mentre ogni tanto dovrei prendermela comoda, smettere di guidare io la danza, rilassarmi e lasciarmi portare. Che ancora ballo bene, sapete?

paradossi solo apparenti

Ho fatto passare l’otto marzo ignorando volutamente la ricorrenza, perché da anni mi sono convinta che l’otto marzo o è tutti i giorni, o è una presa per i fondelli.

Ho in ogni caso molto apprezzato il post di LivePaola, che cita e commenta il rapporto Cerved sulle imprese italiane guidate da donne: se ancora non l’avete letto, fatelo, ne vale la pena.

Io di mio ho passato la settimana scorsa a leggere un libro di cui si è abbastanza discusso negli ultimi tempi, “Il paradosso dei sessi” di Susan Pinker. Presentato e promosso come un testo rivoluzionario, che “getta nuova luce sulle differenze fra uomo e donna e offre spunti inediti per riaprire il dibattito” (quarta di copertina), il libro in realtà mi è sembrato una rimasticatura in chiave sociologica di “Venere e Marte”, meno fresca dell’originale e un po’ più inquietante per le conclusioni a cui arriva.

L’autrice, che nella sua pagina di biografia si definisce “a psychologist and newspaper columnist who writes about social science for the daily press”, raccoglie e presenta diversi dati ottenuti in ricerche psicologiche e sociologiche, e li mescola ad alcune interviste presentate come “case histories” esemplificative delle sue teorie.

Il succo dei “dati scientifici”:

  1. Esaminando campioni di maschi e femmine, la distribuzione statistica del QI  è diversa nei due gruppi: pur essendo il QI distribuito secondo la classica curva a campana, con i valori medi di uomini e donne equivalenti, la distribuzione nella popolazione maschile è più “schiacciata”, con code più lunghe ai due estremi. Cioè, banalizzando, esistono fra i maschi più idioti e più geni, mentre nei valori medi le donne sono più numerose.
  2. La distribuzione del “quoziente di empatia” (un analogo del QI, calcolato in base a test della capacità di interazione sociale) è nettamente diversa nei due sessi, con la curva delle donne decisamente spostata su valori più alti rispetto a quella degli uomini.
  3. I risultati scolastici delle donne sono in media migliori di quelli degli uomini, e il distacco fra i due sessi tende ad aumentare negli anni. Lo svantaggio che le donne avevano nelle materie matematiche e scientifiche va colmandosi, anzi nei paesi orientali è già annullato o invertito, mentre gli uomini continuano a restare indietro nelle materie linguistiche e letterarie
  4. Vari problemi psicologici sono distribuiti in modo difforme fra i sessi: la dislessia interessa gli uomini in rapporto di 4:1 rispetto alle donne, la sindrome di Asperger (una variante dell’autismo caratterizzata da assenza di deficit cognitivi, ottime performance scientifiche e tecniche, e totale disinteresse e difficoltà di gestione nell’ambito relazionale) è al 90% un problema maschile. Per converso, le donne soffrono maggiormente di depressione e stati d’ansia.
  5. E tuttavia, nonostante questo stato delle cose, le posizioni di potere restano in netta maggioranza occupate da uomini, e il divario retributivo fra i sessi non accenna a colmarsi. Anzi, sono molte le donne che, per scelta consapevole, decidono di abbandonare promettenti carriere o per dedicarsi alla famiglia, o per intraprendere percorsi professionali meno impegnativi.

Da cosa dipende tutto questo? La Pinker non ha dubbi: dato che, a suo dire, nel mondo occidentale non esistono più limitazioni oggettive a quel che le donne potrebbero fare, il fatto che poi esse non vogliano farlo dipende da una diversa predisposizione psicologica, determinata in ultima analisi dagli ormoni.

Infatti, per farla breve, il testosterone limita le capacità linguistiche, stimola l’aggressività e aumenta la predisposizione al rischio; al contrario, l’ossitocina (prodotta in gran quantità ad esempio durante l’allattamento) aumenta l’empatia e genera uno stato di appagamento, che viene automaticamente collegato alle attività di accudimento.

Così, sempre banalizzando, i maschi rischiano senz’altro di morire giovani in imprese demenziali, ma quelli che sopravvivono sono più tosti, e, tendendo a fregarsene del prossimo, macinano carriera più facilmente. Inoltre, se c’è da occupare un posto che richiede impegno totalizzante, scarse o nulle interazioni sociali, e una dose di astrazione al limite della paranoia (insomma, il tipico lavoro da ingegnere), beh chi vi viene in mente di così malato da metterci? Una donna?

E, dall’altra parte, quanti uomini sacrificherebbero una fetta di stipendio per fare un lavoro appagante dal punto di vista umano, impegnato nel sociale, che comporti accudimento anche fisico di altre persone; o, addirittura, questo lavoro lo farebbero gratis, come fanno milioni di mogli e madri e figlie senza battere ciglio?

L’aspetto irritante di questo ragionamento è che mescola dati reali e affermazioni che tanto reali non sono. Il risultato è quello di giungere a una conclusione che suona più o meno come “sorelle mie, smettetela di sbattere contro il tetto di cristallo, non è roba che fa per noi, anzi, chi ci incita a sfondarlo in realtà non rispetta il nostro essere differenti!”.

Ci ho ragionato sopra, perché la fatica di conciliare lavoro e famiglia e un po’ di vita personale la conosco tutta (nonostante un marito che si prende tutta la sua parte di responsabilità familiari, come pochi in questo paese sono abituati a fare). E so che gli ormoni contano, e so che ci sono difetti e pregi che è più probabile trovare ora nell’uno, ora nell’altro sesso.

Tuttavia, la storia non sta tutta qui.

Partiamo dall’influenza dei dati biologici. Innanzitutto, lasciatemi spazzare via qualunque citazione che riguardi esperimenti comportamentali condotti su topi, cavie, pinguini (ad esempio, le topine che dopo il parto diventano più brave a uscire dai labirinti, e amenità simili). Siamo mammiferi e siamo condizionati dal nostro essere fisico, senza dubbio, ma siamo anche dotati di un cervello estremamente grande rispetto alle dimensioni del nostro corpo; è questa la caratteristica che più ci marca come specie. Se la maggior parte degli animali ha comportamenti e reazioni rigidamente determinati, gli individui della nostra specie mostrano un’enorme variabilità, che deriva dall’estrema adattabilità dei nostri schemi cerebrali.

Come scrive uno dei maggiori biologi evoluzionisti del XX secolo, Stephen Jay Gould:

Flexibility may well be the most important determinant of human consciousness; the direct programming of behaviour has probably become inadaptive. [..] Violence, sexism and general nastiness are biological since they represent one subset of a possible range of behaviors. But peacefulness, equality, and kindness are just as biological – and we may see their influence increase if we can create social structures that permit them to flourish. [“Ever Since Darwin”, p.257]

Insomma, parlare per generalizzazioni può essere comodo, ma teniamo sempre presenti che, soprattutto per gli esseri umani, le generalizzazioni valgono quel che valgono, perché la variabilità è enorme e i possibili adattamenti sono tutti altrettanto leciti e naturali.

Peraltro, dopo essermi ripassata tutti i fondamentali, mi sono anche riletta meglio i dati della Pinker, e ho notato che lo studio sulle distribuzioni del QI che lei cita come base di tutto il ragionamento successivo è una ricerca degli anni ’30. Ora, dagli anni ’30 in avanti, ci sono state centinaia di altri studi e ricerche che hanno messo in dubbio l’effettiva validità del QI come parametro di valutazione delle differenze tra gruppi: si è visto come i primi test del QI fossero estremamente condizionati dal background socioculturale, e ricerche successive hanno inficiato i primi risultati e ridimensionato l’importanza di questo parametro. Quindi, siamo sicuri di stare ragionando su dei dati buoni? Mah, io qualche dubbio ce l’ho.

Ma la Pinker ci porta tutta una serie di testimonianze di donne di successo che a un certo punto se ne sono tornate a casa, e ne conclude che alla fine “non è questo che le donne vogliono, tant’è che non se lo prendono neppure oggi che lo potrebbero avere”. Questa è la parte di ragionamento su cui mi sono arrabbiata di più.

Perché quella considerazione apparentemente buttata lì, “oggi le donne potrebbero in teoria fare tutto”, è uno dei pilastri di tutto il ragionamento. Se non esistono limiti esterni, allora il fatto che le donne non occupino i piani alti significa semplicemente che i piani alti non fanno per loro.

Io conosco un sacco di donne che non hanno il lavoro fra le loro priorità. Che fanno un passo indietro piuttosto che due avanti, che appena restano incinte si mettono a sedere, e programmano un rientro il più tardi possibile.

Però conosco anche molti uomini che non hanno il lavoro tra le loro priorità. Sì, lavorano, e certo, raramente si mettono in congedo parentale, ma non si prendono più impegni di tanto, esattamente come le donne di prima.

Però per gli uomini è più abituale, comunque, lavorare a tempo pieno. Forse perché vengono selezionati e assunti prevalentemente da altri uomini? Nelle grandi aziende, spesso il reparto HR è guidato da donne, ma quante sono le grandi aziende in Italia, e quante invece le microaziende col padroncino? e come cambiano visibilmente le cose quando a capo della microazienda è una donna?

Poi, i condizionamenti. Siamo proprio sicuri che ormai non ce ne siano? Non so in Canada, sicuramente in Canada è meglio, ma da noi di discorsi e luoghi comuni su quel che “è naturale” aspettarsi da maschi e femmine io ne sento tutti i giorni, mio malgrado. A partire, purtroppo, da un impresentabile Presidente del Consiglio, che, per citarne una delle migliori, qualche anno fa invitava i manager di Wall Street a “investire in Italia, perché da noi ci sono le belle segretarie”.

È ancora molto comune trovare stereotipi imbarazzanti nei libri per bambini. Qualche giorno fa, mio figlio ha portato a casa dalla biblioteca dell’asilo un libretto, sarà stato stampato non più tardi degli anni ’90, su “cosa farò da grande”, in cui il 90% dei personaggi erano orsetti maschi, che si proponevano di fare i più diversi mestieri, e le poche orsette femmine facevano, indovinate un po’, l’infermiera (con a fianco l’orsetto futuro dottore), la hostess, e la diva del cinema. Vi assicuro che non è il primo caso di questo tipo che vedo, nonostante stiano crescendo in quantità e qualità i libri che trattano bambini e bambine in modo più sensato, senza nemmeno scadere nel politically correct più banale. Cosa si abituano a pensare i bambini e le bambine, magari con una madre a parttime (che il fulltime, se non si hanno nonni a disposizione, è un’impresa ardua), rispetto a quel che è normale fare da grandi? Certo, le cose cambiano col tempo, son molto cambiate, ma non pensiamo che tutti i condizionamenti siano magicamente spariti, e che non ce li portiamo addosso – facendo chi più, chi meno fatica a liberarsene.

E per finire: io non voglio lavorare per tutta la vita dieci ore al giorno. L’ho fatto, in alcuni momenti, ma non penso nemmeno che sia produttivo lavorare dieci ore al giorno, come regola.

Se si tratta di fasi straordinarie di lavoro intenso, ok, penso che ne possa valere la pena, e penso che ci siano fior di donne in grado e con la voglia di sbattersi. Ma se si tratta di un codice sociale, tipo “la fedeltà si misura da quanto straordinario fai”, allora lasciatemi dire che sono stronzate.

Liberiamo un po’ tutti, uomini e donne, la nostra vita e il nostro lavoro dai riti inutili: le riunioni troppo lunghe, il dover lavorare per forza dall’ufficio, le trasferte per dirsi cose che basterebbe una videochiamata con Skype.

Ci resterà, a tutti, uomini e donne, più tempo per fare altro, e sciacquarci la mente nella vita, nei libri, nella natura. Ci servirà anche a lavorare meglio.

Diamo anche il valore che hanno – anche un valore economico, cioè dei buoni stipendi, per essere chiari –  a quelle attività, spesso tipicamente femminili, che hanno a che fare con la socialità e l’accudimento. Paghiamo bene insegnanti, infermieri, assistenti sociali – pretendendo che siano preparati e facciano bene il loro lavoro.

È a questo che serve spingere il più possibile le donne ai piani alti del potere: a costringere tutti a cambiare, think different please, i vecchi schemi non funzionano più, è ora di rivoluzionare le regole.

Vedrete che dopo (il rapporto Cerved è lì a testimoniarlo) funzionerà meglio.

cambiare aria

A fine gennaio ho deciso d’impulso di iscrivermi a cinque lezioni del master in digital marketing di Apogeo, la prima quella di oggi con Marco Massarotto. E’ la prima volta da quando è nato mio figlio che vado via da sola e non dormo a Ravenna, e ieri sera mi sono resa conto di quanto ne avessi bisogno e anche voglia. Forse la media delle madri non sa vivere se non mette a letto tutte le sere la prole, ma le medie non sempre descrivono gli individui, no?  Per me, tornare a viaggiare da sola sia pure per poco, uscire a cena con LivePaola (ancora più brillante dal vivo che online), e passare il sabato a ragionare di relazioni online con un gruppo di persone stimolanti e preparate, è stato un balsamo necessario e benefico, nonostante tutti gli arretrati e la stanchezza di questi ultimi mesi. Poi gli arretrati li smaltirò, ne sono certa: non è solo il tempo che mi serve, è anche ritrovare lo spirito giusto, e, per aiutarmi in questo, cambiare aria è una gran cura.

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