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rimboccarsi le maniche

Domenica scorsa, verso la fine del pomeriggio, l’articolo più letto del sito Corriere.it risultava essere questo:

Le braccia nude di Michelle sono un caso nazionale

Le braccia nude di Michelle sono un caso nazionale

Avrei quasi quasi scritto un post alla LivePaola, proseguendo idealmente la serie “in favor of wearing whatever the hell you want”, ma poi ho letto l’imperativa esortazione del trainer Rylan Duggan:

se una donna così occupata come Michelle, a 44 anni e con due figlie, riesce a trovare il tempo per mantenersi in forma, allora c’è speranza per tutte.

Beh, se almeno riguardo alle spalle “c’è speranza per tutte”, allora, donne, basta lamentarsi e tutte al lavoro 😀

schiarite all’orizzonte..

Dall’INPS nazionale ci arrivano gli attesi chiarimenti:

Il D.M. 12/07/2007 (v. circ. 137/2007 e msg. 7040/2008), nell’ottica di una maggiore tutela della maternità, ha introdotto l’obbligo per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata di astenersi dall’attività lavorativa nei periodi di maternità ordinaria, anticipata e/o prorogata di cui agli artt. 16 e 17 del D.Lgs. 151/2001 (T.U. maternità).

La previsione del suddetto obbligo di astensione dal lavoro si configura come condizione necessaria per accedere al correlativo trattamento economico, che risulta pertanto erogabile solo in sostituzione del reddito che l’avente diritto non ha potuto realizzare in ragione dell’obbligo di cui trattasi.

L’indennità di maternità a carico INPS è corrisposta, infatti, allorché, a seguito della sospensione (o riduzione) dell’attività lavorativa, connessa a gravidanza e puerperio, si sia determinata una diminuzione del reddito con conseguente necessità di farvi fronte mediante erogazione di un trattamento sostitutivo.

Laddove il committente, durante il periodo indennizzabile a titolo di maternità, continui a corrispondere emolumenti che sembrerebbero configurarsi come normale retribuzione, l’indennità di maternità non potrà essere riconosciuta in ragione della incompatibilità tra trattamento previdenziale e trattamento retributivo.

Fermo restando quanto sopra, non si esclude tuttavia che le parti possano concordare in sede contrattuale clausole che prevedano la corresponsione di compensi integrativi, fino alla concorrenza del reddito che la lavoratrice avrebbe realizzato in ragione del normale svolgimento dell’attività lavorativa, laddove non si fosse dovuta astenere dal lavoro per maternità.

Considerato che i suddetti compensi integrativi sono destinati soltanto a garantire all’interessata il mantenimento di un reddito di livello complessivamente pari (o assimilabile) a quello realizzato in precedenza, i compensi stessi non risulterebbero pertanto incompatibili con l’indennità di maternità a carico di questo Istituto.

Alla fine quindi ci viene riconosciuto che è lecito riconoscere e pagare un compenso integrativo, non per retribuire prestazioni di lavoro (che non sono possibili né sono mai avvenute nel corso della maternità), ma solo allo scopo di mantenere il livello di reddito concordato alla partenza del progetto.

Aspetto a momenti la conferma che anche alla sede provinciale dell’INPS prendano atto del chiarimento, e si metta la parola fine a questa storia molesta.

nessun aggiornamento significativo

Un paio di settimane fa ho raccontato l’assurda vicenda che stiamo vivendo per aver deciso di pagare a una nostra collaboratrice a progetto in maternità un’integrazione dell’80% riconosciuto dall’INPS.

Nonostante le richieste di chiarimento e le varie azioni intraprese di comune accordo coi nostri consulenti del lavoro, gli uffici “gestione separata” e “prestazioni di maternità” dell’INPS di Ravenna non si sono ancora messi d’accordo fra loro su quale sia la strada che possiamo percorrere per arrivare a una soluzione.

Cioè: abbiamo evidentemente agito “fuori norma”, ma a quanto pare non esiste un modo per loro accettabile di ricondurci a una situazione regolare e riconoscere l’evidente fatto che la diretta interessata ha avuto un figlio a metà luglio, e quindi attualmente è a casa in maternità. Qualunque cosa facciamo, l’INPS di Ravenna sembra decisa a riavere indietro i soldi già pagati alla collaboratrice, a non erogarle nessun altro assegno di maternità, e a tenersi peraltro ben stretti i contributi che noi abbiamo fin qui regolarmente versato.

Al momento abbiamo interpellato direttamente la responsabile nazionale della “gestione separata”. Pare comunque che il nostro caso sia al momento unico.

Sono sbattezzata.

meglio pensarci prima

Non sopportava l’idea di veder finire la relazione con la compagna: questo è il convincimento degli amici e vicini di casa della coppia, che viveva a San Prospero di Cascina (Pisa). «Simone era un padre esemplare e un compagno ideale – dicono gli amici, che vogliono rimanere anonimi – e il suo più grande cruccio era la fine del suo secondo amore. In alcune occasioni ci aveva rivelato la volontà di uccidersi, ma mai aveva detto di voler far male ai figli che adorava».
[da corriere.it, “Orrore a Pisa, uccide i suoi bambini e si suicida..”]

Ormai la trama è stata letta e scritta tante volte, che le varianti sono poche. In questo caso, invece di ammazzare l’ex compagna, il protagonista ha ammazzato i figli. Peraltro la ministra Carfagna, in un’intervista di qualche tempo fa, interrogata sui tagli ai fondi per le vittime di violenza familiare, diceva che non si possono colpevolizzare astrattamente gli uomini o la famiglia, perché le violenze guarda caso son spesso legate alle separazioni, “e questo dà da pensare”.

Sì, meglio pensarci. In caso di separazione, le signore sono vivamente consigliate di anticipare le mosse della controparte, e farlo fuori prima che ci pensi lui.

il meglio è nemico del bene

Una nostra collaboratrice a progetto quest’estate ha avuto un figlio. Quando mi ha detto di essere incinta, le ho fatto i complimenti e, un po’ prima che stesse a casa, mi sono informata dai nostri consulenti del lavoro su come vengono gestite le maternità nei contratti a progetto.

La mia consulente mi ha detto più o meno “vai tranquilla, tu proroghi la scadenza contratto di cinque mesi, e in quel periodo l’INPS paga alla ragazza l’80% del compenso. Quando lei rientra, tutto riprende come al solito”. Visto che a me (che sono dipendente) durante la maternità lo stipendio veniva pagato per intero, le ho chiesto “e il resto, il 20% di competenza del datore di lavoro, ci pensi tu con le buste paga, vero?”. Mi ha guardata strana, perché non le era mai capitato che qualcuno volesse fare l’integrazione per una coPro, e mi ha spiegato che il 20% non è dovuto, in realtà neppure alle dipendenti, anche se è uso quasi universale che le dipendenti lo ricevano; però, per i contratti a progetto… Le ho chiarito che noi volevamo trattare le maternità coPro come le altre, e abbiamo chiuso lì.

Comunque, io ero tranquilla, e ho detto alla mia collaboratrice che stesse tranquilla anche lei. Dopo un po’, la mia consulente del lavoro mi ha detto che noi l’integrazione avremmo fatto meglio a pagarla “fuori” dal periodo di maternità, per non ingenerare equivoci sul fatto che nei cinque mesi lei sarebbe stata effettivamente a casa. Io ho detto che per me, come si doveva fare si facesse, e ho informato la mia collaboratrice. La quale però, dopo aver parlato con un’impiegata INPS, ci ha riferito che all’INPS le avevano detto l’esatto contrario, e che noi avremmo dovuto fare le buste paga al 20% per la parte che ci riguardava, e nel frattempo l’INPS le avrebbe pagato l’80% restante. Visto che non ho intenzione di diventare un’esperta di buste paga (di lavori ne ho già abbastanza), ho ribadito che per me bastava che le cose fossero fatte secondo leggi e regole, rispettando la sostanza degli accordi.

E quindi, così abbiamo fatto, anzi per esattezza così hanno fatto i nostri consulenti del personale, emettendo le buste paga tutti i mesi.

Dopo un po’ però all’INPS hanno cambiato idea, e se ne sono usciti fuori sostenendo che, se noi pagavamo un compenso (sia pure del 20% dell’importo di contratto), questo non poteva che significare una cosa: la collaboratrice stava lavorando, e, di conseguenza, non aveva nessun diritto alla maternità. In ragione di questo assunto, l’INPS ha minacciato di chiederle la restituzione dell’80% versato nei primi mesi, e ha bloccato i pagamenti per i prossimi mesi.

La nostra consulente del lavoro, con molta pazienza, ha scritto alcuni giorni fa una lettera piuttosto decisa di richiesta di chiarimenti, ma ancora non ha avuto risposta.

Pare che, decidendo di trattare una collaboratrice a progetto secondo criteri minimamente etici, si incorra in un caso non previsto, una specie di Comma22 della gestione risorse umane.

Non ho più la forza di incazzarmi per queste cose, davvero ne ho piene le scatole di questo paese dei cachi.

change we can believe in?

Ho speso qualche giorno dell’ultima settimana di ferie nella lettura di Meritocrazia, il libro di Roger Abravanel già recensito molto bene, fra gli altri, da LivePaola in due post di qualche tempo fa.

I primi otto capitoli del libro fanno un’analisi approfondita del “mal di merito” italiano: non condivido al 100% tutte le opinioni espresse da Abravanel, in particolare la sua fiducia – che in certi momenti mi pare esagerata – verso i sistemi “puramente meritocratici e liberisti”, ma senz’altro mi trovo d’accordo con l’esame dei guasti generati dal familismo italico e dall’abitudine nostrana a privilegiare l’appartenenza rispetto alla competenza.

La lettura mi ha anche suscitato diverse riflessioni su scelte che avrei potuto/dovuto fare (o poter fare), soprattutto verso la fine del mio percorso scolastico, riflessioni che sto cercando di rielaborare in alcuni “cosa potrei fare adesso”, o, quantomeno, “cosa mi devo ricordare per quando Guido sarà grande”.

Ma non son queste le cose di cui volevo scrivere qui e ora.

Il capitolo senz’altro più stimolante è l’ultimo, che contiene quattro proposte in grado, secondo l’autore, di “invertire la rotta” e riportare l’Italia sulla strada della valorizzazione del merito.

Il guaio è che io le ho lette, e, pur trovandole condivisibili, faccio molta fatica a credere che siano realizzabili. Proprio per tutti i motivi esposti nei primi otto capitoli del libro, trovo estremamente improbabile, per dire, che una “delivery unit” abbia qualche possibilità di funzionare in Italia con risultati analoghi a quelli conseguiti in Gran Bretagna (del resto, come nota lo stesso Abravanel, l’esperimento fu tentato da Prodi, con scarsissimo successo). L’idea che si possa istituire un sistema di valutazione nazionale per le scuole? forse la Gelmini ce la può fare a farlo partire, ma già mi immagino i ricorsi e controricorsi a Tar&C da parte di genitori, presidi, professori che si ritengano discriminati da valutazioni troppo basse. L’Authority per le liberalizzazioni? Mai vista, in questo paese, un’authority autorevole ed efficace, sorry. Le quote obbligatorie di donne nei CdA, modello Norvegia? D’accordo totalmente sulla necessità e l’utilità di una misura del genere, ma, vista la probabilità di mettere questo genere di misure in agenda, mi sembra più pratico richiedere l’annessione forzata alla Norvegia. Con altri effetti collaterali interessanti, magari.

Insomma, proprio in questo momento non ce la faccio a credere nel cambiamento. Non sono contenta della cosa, odio pensare a “risolvere i miei problemi” accantonando la speranza di “affrontare i problemi di tutti”, e non mi piace pensare di essere diventata sfiduciata proprio ora che, con un figlio, dovrei pensare al futuro con ancora maggiore impegno.

Metto da parte tutto, e aspetto che mi torni un po’ di fiducia (non speranza o fede, fiducia razionale).

Quel che non metto da parte è l’etica personale, il comportarmi in coerenza con i miei principi nella vita e nel lavoro. Per quel che può fare, ritengo sia comunque qualcosa.

Attendo segnali che mi facciano cambiare idea.

Sefi, o delle donne che vincono (o almeno combattono)

Ho seguito poco o niente le Olimpiadi, come ogni altra cosa nelle ultime settimane. Però, per una somma di motivi, ero curiosa di vedere cosa avrebbe fatto Sedi Idem, una che, la prima volta che l’ho incrociata qua a Ravenna, mi è subito sembrata quel tipo di donna che io adoro, tosta e pochi fronzoli.

Bene, Sefi alla sua settima olimpiade ha guadagnato un altro argento, e, se qualcosa capisco delle donne come lei, si sarà morsa le mani un milione di volte per non averci dato dentro ancora un po’ fino all’oro. Ma, come tutti han detto e scritto, a 44 anni fare la settima olimpiade e arrivare sul podio è comunque un’impresa da leggenda. Dunque, bravissima Sefi.

E tutti – lei per prima – a sottolineare quanto i suoi successi sportivi siano anche il frutto del sostegno e dell’appoggio della sua famiglia: il marito allenatore, le nonne che si organizzano per gestire la casa, i figli a fare il tifo per la mamma. Ovvio, no? Beh, mica tanto.

Ovvio per gli uomini, naturalmente. Come si diceva? “Dietro ogni grande uomo, c’è una gran donna”; più in generale, una famiglia che lo sostiene in molti modi: dandogli affetto, ammirazione, incoraggiamento, e facendosi carico delle incombenze della vita quotidiana.

Quando un uomo occupa un ruolo di rilievo, ha dietro di sè una squadra: come un pilota di Formula 1, tutti lavorano per lui e per il suo successo – che è comunque vissuto come il successo di tutta la squadra. Quando la punta è una donna – sì, capita a volte che abbia dietro di sè una squadra, come ce l’ha Sefi, ma in fondo tutti se ne fanno caso, perché è l’eccezione. E nessuno, ci scommetto, si meraviglia se poi, tranne che nei momenti più impegnativi, la campionessa debba occuparsi anche dell’ordinaria amministrazione – come se a Schumacher avessero chiesto di spazzare il pavimento dell’officina.

una madre ristretta

In un libro che di recente ha avuto un discreto successo, “Pensare per due – nella mente delle madri”, lo psicoterapeuta Massimo Ammaniti distingue le madri in quattro gruppi:

Madri integrate – Madri ambivalenti – Madri ristrette – Madri depresse

Le madri integrate sono “donne che si lasciano andare ai cambiamenti che la gravidanza produce nei ritmi personali e che accettano in modo armonico le trasformazioni del proprio corpo, così come i cambiamenti del proprio umore e il minore interesse per la vita sociale”. Le madri ambivalenti sono “donne con atteggiamenti contrastanti, che vogliono assolutamente diventare madri ma allo stesso tempo ne hanno paura”. Le madri ristrette “vogliono mantenere la propria indipendenza e il proprio autocontrollo e non farsi condizionare troppo dal figlio che sta per nascere”. Le madri depresse son depresse, e tant’è.

Seguono interviste a rappresentanti di ciascuna tipologia di madre, dove le “ristrette” sono quelle che fanno discorsi del tipo “mi sto organizzando per non abbandonare troppo il mio lavoro”, o “no, nei primi mesi di gravidanza non fantasticavo su che faccia avrebbe avuto mio figlio”, o “ho iniziato a comprare qualcosa per il bambino solo alla fine della gravidanza”. A mio modo di vedere, il gruppo che dimostra di avere un po’ di testa sulle spalle.

Ma Ammaniti non è d’accordo: per lui il comportamento sano e normale è quello delle signore che, al primo giorno di ritardo delle mestruazioni, si fiondano da Prénatal a comprare le decalcomanie per la cameretta, e presentano subito una domanda per lavorare part-time. Loro sì che sono madri complete. Le altre, vabbé, sempre meglio che depresse, ma si potrebbe sperare di meglio.

Insomma, mi tocca portarmi a casa l’etichetta di “madre ristretta”. E dire che io, come persona, non mi sento affatto “ristretta”…

Certo, se la pretesa è che la madre occupi interamente lo spazio della donna e della persona, allora tutto quadra. Ma mi sembra una pretesa un po’ esagerata, e mi chiedo anche perché nessuno la pretenda dai padri, questa totalità di dedizione.

the girl effect

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