alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Un giro facile in Campigna (anche per bambini)

Mi è sempre piaciuto camminare in montagna, e, quando abitavo a Forlì, quasi tutti i fine settimana me ne andavo su per la Valle del Bidente, spesso con amici più esperti di me, a camminare per sentieri.

Poter raggiungere il crinale appenninico in poco più di un’ora è una delle cose che mi manca di più ora che vivo a Ravenna; alla lontananza si aggiunge poi la pigrizia mattutina dell’Ingegnere, causa di innumerevoli litigate festive, che rende praticamente impossibile essere su un sentiero a un’ora decente.

Tuttavia, mentre in primavera-estate vale la pena mettersi sul sentiero la mattina presto, in pieno inverno sono le ore centrali della giornata quelle migliori per stare fuori. Così quest’inverno abbiamo ripreso in mano gli scarponi, e continuato il nostro lavoro di educazione del piccolo alla montagna.

Portare un bambino a camminare non è una scommessa facile: da una parte io sono convinta che sia necessario “forzare” un po’, senza spaventarsi ai primi capricci (e nemmeno ai secondi), abituandolo a camminare sulle sue gambe e a stare in mezzo alla natura; dall’altra, cerco di fare tutto gradualmente e di non esagerare, per evitare di fargli diventare odioso quello che invece voglio fargli amare.

Abbiamo cominciato con passeggiate facili facili, sentieri natura alla portata di pensionati, percorsi con dislivelli minimi; poi, in Dolomiti, l’abbiamo portato su vie più alte, con alterno successo: a volte la camminata andava liscia, altre volte invece ogni salita era un calvario di frigne e contrattazioni.

In realtà non è una questione di energia fisica: i cuccioli ne hanno a dismisura, molto più di noi anziani genitori, e sono in grado di correre e saltare in misura più che sufficiente per scalare una montagna. Il problema è che su un sentiero tendono ad annoiarsi, e, quando non sono ancora abbastanza grandi per apprezzare gli aspetti naturalistici del percorso, non è facile trovare spunti per tirarseli dietro.

Oggi, con la Campigna innevata e previsioni del tempo ottime, ho deciso di provare un percorso sulla neve, con partenza dal Passo della Calla. Siamo arrivati su con la solita ora di ritardo sulla “mia” tabella di marcia, e ci siamo messi sul sentiero a mezzogiorno, dopo aver fatto due chiacchiere col mio amico Lello che prendeva il sole, rilassandosi in attesa della ciaspolata prevista per il pomeriggio.

Dal Passo della Calla abbiamo preso il sentiero 00, che, arrampicandosi sul versante nord in mezzo al bosco, porta alla Burraia. C’era molta neve, ma il sentiero era abbastanza battuto da riuscire a salire anche senza ciaspole; la salita è un po’ dura, ma siamo arrivati al pratone della Burraia in poco più di un’ora (la durata prevista per il percorso è di 40 minuti, ma sono tempi da adulti e senza neve). Un po’ di incontri e qualche fantasia sulla possibile presenza di folletti silvani ci hanno fatto passare il tempo.

camminando nella neve
La giornata era veramente splendida, e sul crinale non c’era quasi vento, condizione perfetta per pranzare al sacco dopo aver steso il poncho sulla neve. Visto che il ragazzo sembrava in forma, ho deciso di non tornare indietro dallo stesso sentiero, ma di allungare il percorso facendo un anello intorno al Monte Gabrendo. In questo modo, avremmo potuto goderci il sole che scaldava il sentiero di crinale.

Siamo saliti in cima al prato e abbiamo preso il sentiero no.86 in direzione del Monte Gabrendo. La neve in vetta era meno battuta, il che rendeva più difficoltoso camminare senza ciaspole, ma, dopo un primo strappetto in salita, il percorso era tutto in discesa (abbiamo rinunciato alla deviazione verso la vetta del Gabrendo per non esagerare, tanto il panorama era bellissimo anche dai prati). Guido si lamentava un po’, più che altro perché ogni dieci passi affondava nella neve, ma, con un po’ di pazienza, siamo riusciti a portarcelo dietro.

Dopo circa quaranta minuti di crinale, abbiamo lasciato il sentiero no.86 per imboccare il no.82, che, tenendosi quasi in quota in mezzo alla faggeta, torna verso la Calla. Il sole si stava abbassando verso il crinale, e il bosco era immerso in una splendida luce dorata.

sul sentiero no.82 verso il Passo della CallaIl ragazzo iniziava a stancarsi, ma farlo andare avanti su un sentiero che si tiene quasi in quota è più semplice che tirarselo dietro in salita 😉 Il rientro, dai prati di Burraia al Passo della Calla, è durato quasi due ore (probabilmente camminando a un passo normale avremmo impiegato un’ora e venti), senza capricci né crisi.

Guance abbronzate, polmoni ripuliti, siamo risaliti in auto proprio mentre il gruppone dei ciaspolatori, una sessantina almeno!, imboccava il nostro stesso sentiero, al seguito di Lello. Un sabato perfetto.

cielo in campigna

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2 agosto, io mi ricordo

Avevo 15 anni, e quel 2 agosto ero in Appennino, a fare insieme agli altri capisquadriglia del mio reparto scout il sopralluogo prima del campo estivo.

Mi ricordo di me che cammino nel verde, gli occhi sgranati, a chiedermi come fosse possibile, come fosse possibile anche questo.

Dalla stazione di Bologna c’ero passata, prima di allora, solo poche volte, di cui una in compagnia di una mia amica, un anno più giovane di me; ma quasi tutti i nostri amici più grandi (e i capi scout del nostro reparto) studiavano all’università lì, e l’idea che in quel luogo così comune delle loro e nostre vite fosse scoppiata una bomba, fossero morte ottanta persone, e duecento ferite, non riuscivamo a metterla da nessuna parte.

Da allora, per quella stazione ci sarò passata cinquecento volte almeno, e lo squarcio nella parete non smette ancora di ammutolirmi. Qualche mese fa, mentre aspettavo un treno, ho visto un gruppo di turisti francesi, saranno stati una trentina, che si erano fermati a leggere e fotografare la lapide. “c’est l’histoire de l’Italie” mi ha spiegato con un sorriso uno di loro, e gliene sono stata grata.

La memoria si trasmette, almeno un po’. Io la strage di Bologna me la ricordo per sempre, e in qualche modo mi ricordo anche della partigiana Iris Corbari impiccata ai lampioni di piazza Saffi a Forlì insieme ai suoi compagni, mia madre bambina che la intravede passando, mio nonno che cerca di coprirle lo sguardo con la mano. “c’est l’histoire de l’Italie”

back in time

Oggi ho fatto una cosa che avevo in mente da anni: sono andata a trovare la mia prof di lettere delle medie, che non vedevo da.. meglio non fare il conto degli anni.

La mia prof di lettere delle medie ha allevato generazioni di studenti forlivesi: centinaia, migliaia di liceali, negli ultimi cinquant’anni, sono andati da lei a lezione di latino e greco. È un’istituzione, temuta e rispettata da colleghi, ragazzi e genitori. Da quando la conosco, ogni volta che sono andata a casa sua – compreso oggi – l’ho trovata al tavolo, con almeno un paio di sventurati davanti, a correggere implacabile i loro sbagli, richiamando le regole grammaticali, coniugando verbi, percorrendo le declinazioni.

E ogni volta che, in questi anni, ho scritto e riscritto dei testi, letto CV impresentabili, rivisto e corretto i documenti dei miei collaboratori, l’ho pensata. Qualche volta l’ho anche sognata, agitava le mani sbraitando “non si mette MAI la virgola fra il soggetto e il predicato!”, e urlava al mio posto contro qualche testolina leggera.

Era terribile, e io l’adoravo. Ci faceva leggere cose probabilmente improponibili a ragazzini delle medie: per dire, mi ricordo di aver fatto, dietro suo ordine, una ricerca sui neri americani, per la quale mi lessi – a 11 anni – “L’autobiografia di Malcolm X”. E poi “Seppelite il mio cuore a Wounded Knee”, “Il giovane Holden”, “Se questo è un uomo”, e la lettura di Dante in classe (fatti non foste a viver come bruti, eccetra eccetra).

In quegli anni diventai la divoratrice bulimica di libri che sono poi sempre stata, e mi riempii la testa di storie e idee troppo grandi, che ci avrei messo anni a digerire e rielaborare in un modo che fosse davvero mio e non un riflesso delle sue idee.

Oggi, con sua grande contentezza, l’ho riabbracciata, e sono rimasta a guardarla mentre sbraitava contro la ragazzina di turno, divertendomi a recuperare dalla memoria il facile latino di Cesare. Ho riconosciuto in lei la mia puntigliosità, il mio scuotere la testa perché “non ci siamo ancora”, e quanto posso essere spaccamaroni per chi lavora con me. E ho riconosciuto un’altra volta quante cose ho imparato, grazie al fatto di essere stata continuamente corretta e spronata a fare di meglio.

Così l’ho ringraziata, e, salutandola, le ho raccomandato di restare sempre così cattiva. Io mi rimetto per l’alto mare aperto.

Paola Bonomo “best of the best” al Linkedin European Business Award


Paola Bonomo, Rising Star e Best of the Best all'European LinkedIn Business Award 2010

Non solo Paola Bonomo ha vinto la categoria “Rising Star” del  LinkedIn European Business Award, ma si è anche aggiudicata il premio “Best of the Best”. E io ne sono molto felice, e contenta anche di avere – nel mio piccolo – contribuito alla sua vittoria, invitando quante più persone possibile a votarla.

Bravissima Paola :-)

una donna che merita di vincere

Aver conosciuto persone come Paola Bonomo è uno dei motivi per i quali sarò sempre grata alla rete e ai social network.

Paola è un’appassionata paladina dell’innovazione e del merito, una di quelle donne che, invece di lamentarsi di essere escluse dai piani alti del potere, fanno un passo avanti e si prendono oneri e onori dell’impegno. I suoi blog sono meglio di mille editoriali, e i suoi interventi nelle conversazioni (in rete e dal vivo) non sono mai banali.

Da quando è al Sole 24 Ore, vicepresidente responsabile della Online Business Unit, Paola sta contribuendo a costruire il futuro del giornalismo, che sempre più vivrà in rapporto con la rete.

Ora Paola Bonomo è in lizza nella categoria “Rising Star” del concorso LinkedIn European Business Award, unica italiana rimasta in gara; al momento è seconda in classifica, ma vi assicuro che merita di vincere.

Quindi, se ancora non l’avete fatto, spendete un minuto per votare per lei; per farlo vi serve solo avere un vostro profilo LinkedIn, e se ancora non l’avete vi consiglio di crearvelo (vi sarà utile per molte altre cose, vi assicuro!).

C’è tempo solo fino al 15 di marzo; il premio in palio è pressoché simbolico (un anno di abbonamento a un servizio online di teleconferenze), ma una donna in gamba sul podio è un risultato a cui vale la pena contribuire.

WordPress censura un blog su richiesta di John Ashfied?

Non si sentiva davvero la mancanza di un nuovo caso di “censura preventiva” nella blogosfera italiana, con l’aggravante della connivenza di WordPress.com..

I fatti:

  • Arianna Cavazza, alias Sybelle, scrive un post in cui analizza criticamente una campagna pubblicitaria di John Ashfield, marchio di abbigliamento british nel look, ma italiano nella realtà
  • fra i commenti al post, ne compare uno che estende la critica all’azienda stessa (“… si spacciano per “british” in realtà il prodotto è elaborato in una sorta di garage nella provincia di Forlì … la produzione vera e propria, poi, è fatta perlopiù in Bangladesh … dove la manodopera costa un fico secco..“)
  • a questo commento ne fanno seguito altri, rigorosamente anonimi, che, nel più puro stile retorico-legalese, difendono l’azienda (“..requisiti richiesti per un nostro dipendente sono la serietà,l’educazione e la tanta voglia di lavorare, credo quindi che il codardo che ha commentato con parole infami l’azienda, non sia in possesso delle suddette qualità, e per questo scarica la propria rabbia con chi glielo ha comunicato.Sono inoltre a comunicare al personaggio in questione che, il legale dell’azienda per un periodo di anni archivia tutti i dati personali di dipendenti passati ed attuali, non sarà quindi difficile risalire prossimamente al colpevole delle maldicenze..”)
  • senza nulla comunicare a Sybelle, WordPress di punto in bianco oscura il blog, per presunta violazione dei “terms of use”; dopo le proteste di Sybelle, il blog viene riattivato, ma senza il post “incriminato”; WordPress rifiuta (per ora) di motivare il proprio operato, suggerendo a Sybelle di contattare direttamente chi ha segnalato il post (cosa impossibile, perché i commentatori pro-azienda erano rigorosamente anonimi)

Chi volesse leggere l’intero post oscurato, può farlo grazie a una delle copie in cache di Google salvate nel frattempo da varie persone.

A quanto pare, le aziende italiane continuano a non capire che entrare a gamba tesa nelle conversazioni online fa molto più male alla loro reputazione di qualunque critica che possa comparire online. Gli zeloti della John Ashfield hanno guadagnato all’azienda un ottimo risultato d’immagine: erano anni che cercavamo qualche nuova case-history per sostituire quelle, ormai consunte, della Mosaico Arredamenti e del Bagno Wave, e ora sappiamo chi citare nelle prossime lezioni su “esempi di cattiva gestione della propria reputazione online”.

Nel frattempo, lo sputtanamento online sta dilagando: per farvi un’idea di quanta gente sta diffondendo l’episodio, leggete la discussione che si è sviluppata su FriendFeed.

brevi note a margine di Parma 2.0

Oggi pomeriggio ho partecipato a un evento organizzato dall’Unione Industriali di Parma, su Enterprise 2.0 e Social Media Marketing. Sala piena (con saletta laterale per i ritardatari), nomi sicuramente molto validi sul palco: Massarotto, Camisani Calzolari, Zamperini, Quintarelli, Pepe Moder, Jacona, Grimaldi, Pallera..

Incredibile comunque vedere che, su quasi 20 persone invitate in qualità di esperti, non ci fosse neppure una donna. Una su 20, capite? In Italia non esiste una sola donna che si occupi di Social Media Marketing o di Enterprise 2.0 con competenze tali da essere considerata invitabile? O piuttosto ci sono ancora ambienti in cui la cooptazione fra simili genera un’automatica selezione per sesso?

Altra nota: non è realistico pensare di far parlare così tante persone in un pomeriggio, senza neppure dieci minuti di pausa per riossigenare il cervello e sgranchire le gambe. Verso la fine della giornata, il grado di cottura del pubblico era esagerato, e ciascuno dei concetti espressi dal palco era stato ripetuto da almeno due (quando non tre) relatori. Non sarebbe stato meglio ridurre il numero, o quantomeno coordinare gli interventi in modo da renderli più brevi e meno ripetitivi?

Degno di nota il saluto di apertura dei lavori da parte del direttore generale dell’Unione Industriali, Cesare Azzali; ve lo riassumo: “Io sono ottocentesco, e questo genere di fenomeni mi è completamente estraneo. Mi rendo però conto che ormai il mondo va in questa direzione, e se il mondo va da una parte, tu impresa non puoi andare da un’altra. Se la tendenza è che ci siano sempre piu coglioni [ndr, il termine “coglioni” non me lo sono inventato, l’ha pronunciato veramente], toccherà prenderne atto, e regolarsi di conseguenza. Ovviamente noi industriali veniamo da una cultura diversa, in cui conta il fare, non il fingere di fare propagandando il lavoro di altri. Però, visto che questo tipo di realtà è ormai imperante, speriamo almeno di poterci avvalere di professionisti decenti, e non di venditori di tappeti. Do quindi la parola agli illustri relatori..” Ciò detto, l’imponente direttore ha atteso che il primo relatore prendesse la parola, ed è scomparso per sempre dalla sala.

Quando si dice un caloroso benvenuto 😀

Post-scriptum: sono molto contenta di aver finalmente conosciuto di persona Barbara-Woman 🙂

Post-post-scriptum: per chi volesse sentire con le sue orecchie l’intervento di Azzali, c’è la registrazione dello streaming; riascoltandolo, noterete che il mio sunto non è stato proprio una trascrizione letterale, ma il senso c’è tutto.

preparativi per l’anno nuovo

L’ho aspettato tanto a lungo negli ultimi mesi, questo 2010, che oggi non m’importa della pioggia, né di aver passato le feste e il Capodanno senza far nulla di particolare.

Preparo le mie liste di cose da fare, i libri da leggere, le persone da chiamare. Non mi do scadenze, ma non ho intenzione di star ferma. Ho molte smagliature da riprendere, cose che avrei dovuto studiare meglio e non ne ho avuto tempo, scuse da spazzare via.

Mi sono data alcuni esercizi da fare: una foto al giorno è il primo; tornare almeno una volta al mese in milonga il secondo; gli altri non li scrivo per scaramanzia.

Grazie a tutte le persone meravigliose che ho conosciuto in questi anni, in rete e grazie alla rete, vorrei avervi avuti anche in altri momenti della mia vita. A volte invidio mio figlio, che darà questo e altro per scontato, ma in altri momenti sono felice di apprezzare la differenza fra questa infinita possibilità di connessione che abbiamo oggi e com’era la vita senza.

il triste destino dei commons

Annunciata con largo anticipo, e del resto largamente prevedibile a fine dicembre, è arrivata la neve anche a Ravenna. Non si parla di nevicate epocali, tipo quella del ’95 che seppelì la Pianura Padana sotto un metro di neve, ma di un’intensa nevicata, durata alcune ore e seguita da un’ondata di freddo.

I primi fiocchi hanno iniziato a cadere venerdì sera, e sabato mattina tutti ci siamo svegliati con la città imbiancata. Visto che io e l’ing. eravamo a casa da soli (Guido aveva dormito dai nonni, perché il programma della serata prima, andato a monte causa neve, prevedeva un’uscita mondana), siamo scesi di sotto e, in poco più di un’ora di lavoro, abbiamo spalato tutta la rampa che porta ai garages del condominio, il marciapiede davanti a casa e il vialetto d’accesso fra il cancellino pedonale e il portone. Nessuno dei nostri vicini di casa (abitiamo in un condominio di nove appartamenti) si è fatto vivo per darci una mano, e i due che sono rientrati in casa mentre stavamo finendo hanno fatto finta di niente.

Poi siamo andati a piedi a casa dei miei suoceri, che abitano a poco più di un chilometro da noi. La strada per arrivare da loro attraversa la periferia residenziale di Ravenna, in gran parte edificata a piccoli condomini e case mono o bifamiliari, una zona dove se parcheggi l’auto davanti a una casa che non è la tua il proprietario ti guarda storto. Con queste premesse, mi sarei aspettata di incontrare un sacco di formichine al lavoro, ciascuno a spalarsi il marciapiede davanti a casa: invece, sarà stato pulito un tratto su dieci.

Abbiamo perfino visto un signore che spalava la neve dal suo passo carraio, e, invece di ammucchiarla in un punto dove non desse fastidio, la buttava in mezzo alla carreggiata (suppongo dalla parte opposta alla direzione che prende lui quando esce di casa..)

Al ritorno, nel pomeriggio, i due metri di marciapiede che non eravamo riusciti a finire erano ancora innevati; così l’ing. è rimasto giù con Guido, e ha terminato il lavoro.

In compenso, il campione di paternalismo che amministra questa città ha emesso – di sabato mattina – un’ordinanza di chiusura di tutte le scuole per lunedì. Visto che nessuna delle previsioni meteo che ho consultato in questi giorni prevede nuove nevicate, mi sembra quantomeno esagerato dichiarare default dei servizi per otto centimetri di neve, a meno che il fine non sia quello di  mandare la gente a recuperare un po’ dello shopping natalizio saltato questo sabato.

Mi chiedo cosa faranno domani mattina i genitori che, sprovvisti di nonni a pieno servizio o semplicemente non raggiunti in tempo dalla notizia, arriveranno a scuola coi loro figli trovandola chiusa. Speriamo che prendano i bambini e vadano a spalare un po’.

tempo di bilanci

Con la fine del 2009, lascerò, dopo otto anni, il mio posto di amministratore delegato in Wafer.

Fino a un anno fa, questa era l’ultima cosa che mi sarei immaginata: Wafer è stata per me una specie di bambino, che ho fatto nascere e crescere, cercando di farlo somigliare a me nei miei pregi, e di non fargli pesare i miei difetti. Ha assorbito e generato pensieri, passione, progetti, energia; come un figlio, mi ha cambiata, resa orgogliosa, fatta arrabbiare.

In questi otto anni ho imparato che le cose non sempre riescono come vorresti, perché ci sono tanti fattori che le influenzano oltre al lavoro e all’impegno che ci metti tu. Qualche volta, di fronte alla sfiga, ho pianto – come quando abbiamo trovato la sede svuotata dai ladri – e poi mi sono soffiata il naso e ho ripreso a sorridere, perché lamentarsi è un pozzo che succhia energia, e di energia ne serve tanta, invece.

Ho imparato, ogni giorno di più, che bisogna chiamare le cose col loro nome e guardarle in faccia, senza raccontarsela e senza rimandare le decisioni. Ho anche sperimentato più volte quanto serva cambiare punto di vista, e guardare le stesse cose in un modo diverso.

Così a un certo punto, a inizio di quest’anno, ho riconsiderato la mia vita e il mio lavoro, e ho capito che una stagione si stava chiudendo, e che non avevo più voglia di continuare a lungo. Ci sono varie vicende che hanno contribuito a questo spegnersi della passione: patti non scritti che negli anni sono stati malcompresi o malrispettati, storie che potevano e dovevano andare in modo diverso e invece sono finite male, fatica di crescere e tenere insieme i numeri in un mercato asfittico e senza regole, compromessi e diplomazie che mi venivano chiesti, e che non volevo più accettare; e infine la crisi globale, che ci sta mettendo tutti di fronte alla necessità urgente di cambiare.

Mi guardo indietro, e mi dico che è stata una gran palestra e una gran scuola. Ho indossato quasi tutti i cappelli che ci si può mettere in un’agenzia web, dai ruoli operativi a quelli manageriali; ho lottato con la mia difficoltà a delegare, e ho scoperto quanto mi sia difficile gestire i conflitti.

Alla fine, quel che penso mi sia riuscito meglio – oltre ad alcuni lavori di cui sono davvero fiera – è motivare le persone, creando un ambiente di lavoro in cui ciascuno avesse la possibilità di crescere, di prendersi delle responsabilità, di imparare. Poi non tutti l’hanno fatto in misura uguale, o con risultati eccellenti, ma ci sono state sorprese e soddisfazioni, e Wafer è stato un posto di lavoro dove non ti si spegne il cuore quando entri in ufficio. Sono stati otto anni di open space, in tutti i sensi: trasparenza su obiettivi e conti, impegno a distribuire il più possibile le informazioni, incoraggiamento allo scambio di conoscenze, analisi aperta degli errori con l’obiettivo di non ripeterli.

Ma ora ho bisogno di ritrovarmi da sola. Voglio prendermi tempo, per studiare e sperimentare. Ho un po’ di idee, le voglio esplorare senza il peso di dover gestire (in Italia) un’azienda di otto persone, e il vincolo di dover rendere conto a dei soci che non hanno la più pallida idea di quello che faccio.

Cambierò il mio status FriendFeed, non più “mordo il freno”, ma qualcosa che devo ancora pensare. Sono sicura che il prossimo bilancio sarà molto migliore.

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