alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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pausa di riflessione

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

farmers market

Oggi abbiamo passato una piacevolissima domenica a Brisighella, scarpinando su e giù per le scalinate che portano alla Rocca (restauro recente e molto ben fatto) e per sentieri di collina finalmente riscaldati da un tiepido sole primaverile.

brisighella

Al ritorno, pochi chilometri dopo la partenza, sul ciglio della strada abbiamo adocchiato un furgoncino che vendeva la verdura, e, avvistate le prime fave della stagione, io non ho resistito alla tentazione e, alla prima piazzola, ho fatto manovra e sono tornata indietro.

Il venditore era il contadino stesso, che ci ha tenuto a mostrarci da lontano la sua casa e i campi, e ci ha inchiacchierati per un quarto d’ora buono. Ho subito fatto insacchettare l’ultimo chilo di fave rimaste (freschissime, stasera col pecorino di grotta e l’olio umbro erano deliziose), e mi sono fatta convincere ad assaggiare i carciofi, piccoli Moretti romagnoli tenerissimi, da mangiare crudi dopo aver tolto qualche foglia fuori e tagliato le spine; ne ho comprati una decina, più un paio che ha aggiunto lui.

Ci ha raccontato che da qualche anno fa quasi solo vendita diretta, perché prende il doppio di quanto gli dava la cooperativa, e vende tutto il raccolto, anche la frutta con una macchiolina, le pezzature diverse, le cassette riempite con pesche non tutte mature allo stesso punto.

La gente lo chiama, alcuni vengono anche a raccogliersi da soli la frutta (io mi sono fatta lasciare il cellulare per le ciliegie), lui fa pochissimi trattamenti chimici e tutti lontani dal raccolto e il resto lo fa con le trappole sessuali. Poi ha la fortuna di non aver vicino frutteti estesi, e la varietà fa la sua parte ad evitare pandemie.

Siamo risaliti in auto, assaporando il profumo verde e fresco delle fave appena raccolte, e a me sono venuti in mente altri produttori incontrati in questi anni, gente che fa verdura e frutta e olio saporiti e profumati, che ti vende quello che ha raccolto all’alba, ti spiega come mangiarlo, ti mette nel sacchetto un frutto in più “così lo assaggia”, e lo fa con passione e amore.

Mi sono sentita fortunata ad avere la campagna vicino, a poter mangiare frutta e verdura raccolti nel giro di pochi chilometri, e non passati per magazzini frigoriferi. Prendere l’abitudine di mangiare i prodotti di stagione significa, dopo un po’, non riuscire a pensare di comprare un pomodoro a febbraio. Con Guido ne abbiamo piantate quattro varietà diverse, di pomodori, così quest’anno vedremo quelle che ci piacciono di più. Di fragole ne faremo un po’ meno, abbiamo rimpiazzato le piante vecchie con quattro piantine nuove ma il primo anno non avremo grandi raccolti; le erbe aromatiche invece sono tutte in forma, e forse ripianteremo un fico dopo aver ceduto il nostro alla casa del mare dei nonni. Ma i pomodori raccolti e messi nel piatto… quelli da soli valgono l’attesa del momento giusto.

esagerazioni

Premessa: sono stata veramente contenta per l’articolo sul COWOrking uscito nell’ultimo numero di D-Repubblica, è uscito in copertina, le foto sono bellissime, e il servizio spiega molto bene il senso del condividere spazi e idee.

Tuttavia, non posso fare a meno di sorridere vedendo come Giuliano Di Caro, nelle nove (9) righe in cui ha riassunto la nostra piacevolissima chiacchierata telefonica, sia riuscito a.. esagerare.. quasi su tutta la linea.

A beneficio dei miei 25 lettori, preciso quindi alcuni particolari:

A Ravenna, Alessandra Farabegoli ha un’agenzia web (1), la Wafer. Entro luglio avrà tre scrivanie (2) per i coworkers. E grazie ai suoi rapporti e gruppi on-line, sa già come riempirle. “Facciamo parte dell’Emilia Romagna Business Club (3)“, spiega, “che raggruppa giovani imprenditori, e del Romagna Creative District”.

(1) sì, magari! In Wafer io sono l’A.D. e socia al 5%, grazie mille per l’attribuzione della proprietà, ma ancora mi manca un po’ per la scalata definitiva.

(2) le scrivanie saranno una o due, a meno che all’Ikea non ci inventino quelle a castello. Però ci sarà a disposizione la sala riunioni, l’angolo ristoro, e molta molta atmosfera positiva 🙂

(3) ovviamente si sta parlando del Romagna Business Club, ancora gli emiliani non ce li siamo annessi, per quanto con tutto l’attivismo di Sartoni non escludo che prima o poi invaderemo a macchia d’olio l’Italia intera 😀

cento di queste donne

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Oggi ho il privilegio di aver compiuto cento anni, privilegio che non molti altri hanno, e il privilegio di conservare ancora la capacità di intendere e di volere, e di lavorare ancora alle mie ricerche sul sistema nervoso. […] È una fortuna per me incredibile essere ancora fra i viventi, dopo aver attraversato momenti non sempre facili. Credo che la cosa più importante della mia vita sia stato aver dedicato tutto il tempo possibile a chi ha bisogno. Il corpo può morire. Ma  restano i messaggi che abbiamo mandato in vita. Perciò il mio messaggio è questo: credete nei valori.

Rita Levi Montalcini compie oggi 100 anni.

il valore del servizio – 2

Spesso si tende a sottovalutare la gravità degli effetti del lavorare male, con disattenzione e trascuratezza. Cosa succederà mai, a parte far perdere la pazienza a qualcun altro, o sprecare un po’ più di tempo/risorse/energia?

Finché si tratta di una commessa che non mi sa spiegare i dettagli tecnici di un cellulare, niente di sostanzialmente grave. Ma non è sempre così.

Antefatto: mia sorella ha partorito Matteo (“il cuginetto!”) a inizio novembre, praticamente tre anni esatti dopo la nascita di Guido. Naturale quindi che spesso mi chieda consigli sui dubbi piccoli e grandi che vengono a ogni neomamma, consigli a cui io rispondo volentieri per quello che so sia dall’esperienza diretta, sia dalle letture online e offline, recenti e passate.

C’è da dire che Daniela è fortunata, perché Matteo è una pasta di bambino, cresce (tanto), tetta (con una regolarità da manuale), dorme (più e meglio di ogni altro bambino che io abbia conosciuto), è sano e allegro, insomma c’è poco di cui preoccuparsi.

Negli ultimi giorni, Matteo era un po’ irrequieto: mangiava poco e male, frignava, dormiva di meno. Sono cose che capitano, e poi passano, fra l’altro sembra che ci siano già un paio di dentini in procinto di spuntare, quindi ho rassicurato al telefono la sorellina dicendole di non stare in ansia, tenerlo sotto osservazione e, semmai, parlarne con la pediatra se la cosa si prolungava troppo.

Ieri sera, dopo averlo messo a letto stanco e stremato e quasi digiuno, Daniela, alla ricerca di qualche consiglio sul che fare, si è messa a leggere l’opuscolo “omeopatia per bambini” che aveva preso in farmacia, perché lei sta attenta a usare meno medicine possibili per sè e per Matteo, e a usarle il più leggere e naturali possibile.

E qui, le è venuto un colpo. Una decina di giorni fà, assillata da un fastidioso mal di gola, aveva chiesto alla parafarmacia vicino a casa qualcosa per curarsi che non fosse un antibiotico né il propoli (“qualcosa di naturale, perché sto allattando”); e la parafarmacista (si dice così?) le aveva venduto dei granuli sublinguali a base di Phytolacca, che ha effetti antiinfiammatori e antisettici.

Peccato che i principi attivi contenuti nella Phytolacca interferiscano anche col processo dell’allattamento: infatti, a dosi minime, la si usa per risolvere ingorghi mammari, e a dosi diverse per bloccare la produzione di latte, interrompendo forzatamente l’allattamento. Ma questo la parafarmacista l’ha imparato solo stamattina, quando un’imbestialita Daniela le si è presentata davanti a chiederle spiegazioni.

Per fortuna, interrotta la Phytolacca e smaltita l’incazzatura, il latte è tornato e Matteo ha mangiato in abbondanza, tornando alle abitudini consuete. Santa pace, ma vendere medicine, sia pure naturali e/o omeopatiche, si potrà farlo con la leggerezza con cui si vendono bottoni?

terapia del piacere

Il weekend scorso l’ho passato a riprendermi dal male dell’ultima seduta di fisioterapia. La fisioterapista nuova, infatti, a cui mi aveva indirizzata l’ortopedico del famoso staff di punta per la cura della spalla, mi aveva allegramente massacrata, al grido di “sono dalla tua parte Alessandra”. Risultato: l’intero braccio dolorante per giorni, e un umore costantemente sull’orlo della crisi di nervi (della serie “per favore non chiedetemi come va che scoppio a piangere”), e raddoppio forzato della dose quotidiana di oppiacei.

Dopo aver passato il sabato e la domenica sottoterra, ho riflettuto su alcune cose:

  • tempo di risoluzione del problema prospettato dai fisioterapisti “gentili” con cui ho lavorato da gennaio a febbraio: due o tre mesi
  • tempo di risoluzione del problema prospettato dall’allegra torturatrice: sei mesi almeno
  • lista di attesa per un’eventuale operazione chirurgica: 5-6 mesi

Anche nell’ipotesi che il metodo “soft” dia risultati più lentamente del previsto, perché soffrire più del sopportabile? Non ho riserve di energia bastanti a sopportare dolore fisico non strettamente necessario.

Così ho deciso di annullare gli appuntamenti successivi, e di prendermi un paio d’ore il lunedì mattina per andare a trovare il mio amico Leo e ballare qualche tango, che erano mesi che non lo facevo. Abbiamo ballato, ce la siamo raccontata, e dopo – sarà stata la prima vera giornata di sole dell’anno – mi sentivo davvero leggera.

Sarà un caso, sarà che ho avuto un sacco di casini a cui pensare durante i giorni successivi, ma questa settimana la spalla mi ha fatto meno male.

O forse è vero quello che dico ogni tanto per scherzo, che la crisi si è manifestata a una spalla perché io mi carico come un mulo di ogni peso possibile, mentre ogni tanto dovrei prendermela comoda, smettere di guidare io la danza, rilassarmi e lasciarmi portare. Che ancora ballo bene, sapete?

il valore del servizio

Sto considerando l’idea di cambiare cellulare, acquistando qualcosa con cui potermi anche collegare a Internet per gestire un po’ di posta, twittare e ciacolare su Friendfeed durante i tempi morti di viaggi, appuntamenti, e simili.

Dato che sono pigra, in scarsità di tempo e con arretrati colossali, e, per quanto portabandiera delle GGD Romagna, mi sento troppo vecchia per essere realmente geek, ieri dopo pranzo mi son detta “beh, passiamo dal <nome di nota rete vendita di elettrodomestici e vari generi tecnologici>, è di strada, fanno orario continuato, di mercoledì alle tre non ci sarà nessuno, e i commessi saranno a mia disposizione”.

Sono arrivata, ho fatto un giro in zona Apple per soppesare il possibile prossimo notebook di cui urge l’acquisto, ho chiesto al ragazzo in zona se potetva darmi qualche indicazione sui telefoni, ma lui mi ha detto che era meglio chiedere direttamente alla sua collega del reparto telefonia; e così ho fatto.

La tipa dietro il banco mi ha guardata con aria un po’ scoglionata, e mi ha chiesto cosa cercavo; le ho spiegato che volevo orientarmi un po’ fra i vari modelli di cellulari, e che comunque ne cercavo uno con una tastiera QWERTY, perché lo avrei usato anche per navigare, gestire un po’ di posta, e simili; ma non sapevo bene se orientarmi su un Blackberry, un Nokia, l’LG fighetto Prada, il cugino LG praticamente uguale che costa un terzo… Insomma, volevo chiarirmi un po’ le idee ed ero lì per quello.

La sua prima reazione è stata quella di indicarmi dentro alle vetrine (che si è ben guardata dall’aprire) i modelli con la tastiera QWERTY: “questo, poi questo, poi quest’altro..”. Beh, grazie, la so riconoscere anch’io una tastiera, ho pensato, ma mi sono morsa la lingua e, cercando di assumere un tono gentile, ho risposto “Sì, lo vedo che questi hanno la tastiera, ma mi servirebbe capire quali sono le differenze fra l’uno e l’altro”. Rassegnata di fronte alla mia insistenza, ci ha pensato un po’, poi mi ha guardata negli occhi e mi ha chiesto “Ti faccio una domanda: tu ce l’hai Internet a casa?”. Ingenuamente, ho pensato che volesse valutare che uso facessi io di Internet, tipo quanto tempo sto collegata, se avrei usato il terminale mobile in viaggio, o simili.. Le ho risposto che certo, avevo ADSL sia a casa che al lavoro, e.. Mi ha interrotta, “Allora ti do un consiglio”, con l’aria di avere in tasca la soluzione ai miei dilemmi. Mi sono zittita, in attesa di ricevere indicazioni. Trionfante per aver trovato la risposta, ha sentenziato “Cercati i vari modelli su Internet, così ti studi bene tutte le caratteristiche”.

Le ho sorriso “grazie per il consiglio, sorella”. E ho pedalato verso l’ufficio, chiedendomi perché diavolo avrei dovuto studiarmele io, le caratteristiche dei vari modelli di telefonino, dato che di lavoro non faccio la commessa del reparto telefonia di un centro commerciale, e che comunque, se mi tocca studiare da sola su Internet quel che mi voglio comprare, perché poi disturbarmi a uscire per andarmelo a prendere in negozio? Mah. Il prossimo che sento dire che l’ecommerce fa perdere posti di lavoro e che Internet azzera il valore del servizio e del rapporto umano, lo mando a vendere brustoline sulla spiaggia.

paradossi solo apparenti

Ho fatto passare l’otto marzo ignorando volutamente la ricorrenza, perché da anni mi sono convinta che l’otto marzo o è tutti i giorni, o è una presa per i fondelli.

Ho in ogni caso molto apprezzato il post di LivePaola, che cita e commenta il rapporto Cerved sulle imprese italiane guidate da donne: se ancora non l’avete letto, fatelo, ne vale la pena.

Io di mio ho passato la settimana scorsa a leggere un libro di cui si è abbastanza discusso negli ultimi tempi, “Il paradosso dei sessi” di Susan Pinker. Presentato e promosso come un testo rivoluzionario, che “getta nuova luce sulle differenze fra uomo e donna e offre spunti inediti per riaprire il dibattito” (quarta di copertina), il libro in realtà mi è sembrato una rimasticatura in chiave sociologica di “Venere e Marte”, meno fresca dell’originale e un po’ più inquietante per le conclusioni a cui arriva.

L’autrice, che nella sua pagina di biografia si definisce “a psychologist and newspaper columnist who writes about social science for the daily press”, raccoglie e presenta diversi dati ottenuti in ricerche psicologiche e sociologiche, e li mescola ad alcune interviste presentate come “case histories” esemplificative delle sue teorie.

Il succo dei “dati scientifici”:

  1. Esaminando campioni di maschi e femmine, la distribuzione statistica del QI  è diversa nei due gruppi: pur essendo il QI distribuito secondo la classica curva a campana, con i valori medi di uomini e donne equivalenti, la distribuzione nella popolazione maschile è più “schiacciata”, con code più lunghe ai due estremi. Cioè, banalizzando, esistono fra i maschi più idioti e più geni, mentre nei valori medi le donne sono più numerose.
  2. La distribuzione del “quoziente di empatia” (un analogo del QI, calcolato in base a test della capacità di interazione sociale) è nettamente diversa nei due sessi, con la curva delle donne decisamente spostata su valori più alti rispetto a quella degli uomini.
  3. I risultati scolastici delle donne sono in media migliori di quelli degli uomini, e il distacco fra i due sessi tende ad aumentare negli anni. Lo svantaggio che le donne avevano nelle materie matematiche e scientifiche va colmandosi, anzi nei paesi orientali è già annullato o invertito, mentre gli uomini continuano a restare indietro nelle materie linguistiche e letterarie
  4. Vari problemi psicologici sono distribuiti in modo difforme fra i sessi: la dislessia interessa gli uomini in rapporto di 4:1 rispetto alle donne, la sindrome di Asperger (una variante dell’autismo caratterizzata da assenza di deficit cognitivi, ottime performance scientifiche e tecniche, e totale disinteresse e difficoltà di gestione nell’ambito relazionale) è al 90% un problema maschile. Per converso, le donne soffrono maggiormente di depressione e stati d’ansia.
  5. E tuttavia, nonostante questo stato delle cose, le posizioni di potere restano in netta maggioranza occupate da uomini, e il divario retributivo fra i sessi non accenna a colmarsi. Anzi, sono molte le donne che, per scelta consapevole, decidono di abbandonare promettenti carriere o per dedicarsi alla famiglia, o per intraprendere percorsi professionali meno impegnativi.

Da cosa dipende tutto questo? La Pinker non ha dubbi: dato che, a suo dire, nel mondo occidentale non esistono più limitazioni oggettive a quel che le donne potrebbero fare, il fatto che poi esse non vogliano farlo dipende da una diversa predisposizione psicologica, determinata in ultima analisi dagli ormoni.

Infatti, per farla breve, il testosterone limita le capacità linguistiche, stimola l’aggressività e aumenta la predisposizione al rischio; al contrario, l’ossitocina (prodotta in gran quantità ad esempio durante l’allattamento) aumenta l’empatia e genera uno stato di appagamento, che viene automaticamente collegato alle attività di accudimento.

Così, sempre banalizzando, i maschi rischiano senz’altro di morire giovani in imprese demenziali, ma quelli che sopravvivono sono più tosti, e, tendendo a fregarsene del prossimo, macinano carriera più facilmente. Inoltre, se c’è da occupare un posto che richiede impegno totalizzante, scarse o nulle interazioni sociali, e una dose di astrazione al limite della paranoia (insomma, il tipico lavoro da ingegnere), beh chi vi viene in mente di così malato da metterci? Una donna?

E, dall’altra parte, quanti uomini sacrificherebbero una fetta di stipendio per fare un lavoro appagante dal punto di vista umano, impegnato nel sociale, che comporti accudimento anche fisico di altre persone; o, addirittura, questo lavoro lo farebbero gratis, come fanno milioni di mogli e madri e figlie senza battere ciglio?

L’aspetto irritante di questo ragionamento è che mescola dati reali e affermazioni che tanto reali non sono. Il risultato è quello di giungere a una conclusione che suona più o meno come “sorelle mie, smettetela di sbattere contro il tetto di cristallo, non è roba che fa per noi, anzi, chi ci incita a sfondarlo in realtà non rispetta il nostro essere differenti!”.

Ci ho ragionato sopra, perché la fatica di conciliare lavoro e famiglia e un po’ di vita personale la conosco tutta (nonostante un marito che si prende tutta la sua parte di responsabilità familiari, come pochi in questo paese sono abituati a fare). E so che gli ormoni contano, e so che ci sono difetti e pregi che è più probabile trovare ora nell’uno, ora nell’altro sesso.

Tuttavia, la storia non sta tutta qui.

Partiamo dall’influenza dei dati biologici. Innanzitutto, lasciatemi spazzare via qualunque citazione che riguardi esperimenti comportamentali condotti su topi, cavie, pinguini (ad esempio, le topine che dopo il parto diventano più brave a uscire dai labirinti, e amenità simili). Siamo mammiferi e siamo condizionati dal nostro essere fisico, senza dubbio, ma siamo anche dotati di un cervello estremamente grande rispetto alle dimensioni del nostro corpo; è questa la caratteristica che più ci marca come specie. Se la maggior parte degli animali ha comportamenti e reazioni rigidamente determinati, gli individui della nostra specie mostrano un’enorme variabilità, che deriva dall’estrema adattabilità dei nostri schemi cerebrali.

Come scrive uno dei maggiori biologi evoluzionisti del XX secolo, Stephen Jay Gould:

Flexibility may well be the most important determinant of human consciousness; the direct programming of behaviour has probably become inadaptive. [..] Violence, sexism and general nastiness are biological since they represent one subset of a possible range of behaviors. But peacefulness, equality, and kindness are just as biological – and we may see their influence increase if we can create social structures that permit them to flourish. [“Ever Since Darwin”, p.257]

Insomma, parlare per generalizzazioni può essere comodo, ma teniamo sempre presenti che, soprattutto per gli esseri umani, le generalizzazioni valgono quel che valgono, perché la variabilità è enorme e i possibili adattamenti sono tutti altrettanto leciti e naturali.

Peraltro, dopo essermi ripassata tutti i fondamentali, mi sono anche riletta meglio i dati della Pinker, e ho notato che lo studio sulle distribuzioni del QI che lei cita come base di tutto il ragionamento successivo è una ricerca degli anni ’30. Ora, dagli anni ’30 in avanti, ci sono state centinaia di altri studi e ricerche che hanno messo in dubbio l’effettiva validità del QI come parametro di valutazione delle differenze tra gruppi: si è visto come i primi test del QI fossero estremamente condizionati dal background socioculturale, e ricerche successive hanno inficiato i primi risultati e ridimensionato l’importanza di questo parametro. Quindi, siamo sicuri di stare ragionando su dei dati buoni? Mah, io qualche dubbio ce l’ho.

Ma la Pinker ci porta tutta una serie di testimonianze di donne di successo che a un certo punto se ne sono tornate a casa, e ne conclude che alla fine “non è questo che le donne vogliono, tant’è che non se lo prendono neppure oggi che lo potrebbero avere”. Questa è la parte di ragionamento su cui mi sono arrabbiata di più.

Perché quella considerazione apparentemente buttata lì, “oggi le donne potrebbero in teoria fare tutto”, è uno dei pilastri di tutto il ragionamento. Se non esistono limiti esterni, allora il fatto che le donne non occupino i piani alti significa semplicemente che i piani alti non fanno per loro.

Io conosco un sacco di donne che non hanno il lavoro fra le loro priorità. Che fanno un passo indietro piuttosto che due avanti, che appena restano incinte si mettono a sedere, e programmano un rientro il più tardi possibile.

Però conosco anche molti uomini che non hanno il lavoro tra le loro priorità. Sì, lavorano, e certo, raramente si mettono in congedo parentale, ma non si prendono più impegni di tanto, esattamente come le donne di prima.

Però per gli uomini è più abituale, comunque, lavorare a tempo pieno. Forse perché vengono selezionati e assunti prevalentemente da altri uomini? Nelle grandi aziende, spesso il reparto HR è guidato da donne, ma quante sono le grandi aziende in Italia, e quante invece le microaziende col padroncino? e come cambiano visibilmente le cose quando a capo della microazienda è una donna?

Poi, i condizionamenti. Siamo proprio sicuri che ormai non ce ne siano? Non so in Canada, sicuramente in Canada è meglio, ma da noi di discorsi e luoghi comuni su quel che “è naturale” aspettarsi da maschi e femmine io ne sento tutti i giorni, mio malgrado. A partire, purtroppo, da un impresentabile Presidente del Consiglio, che, per citarne una delle migliori, qualche anno fa invitava i manager di Wall Street a “investire in Italia, perché da noi ci sono le belle segretarie”.

È ancora molto comune trovare stereotipi imbarazzanti nei libri per bambini. Qualche giorno fa, mio figlio ha portato a casa dalla biblioteca dell’asilo un libretto, sarà stato stampato non più tardi degli anni ’90, su “cosa farò da grande”, in cui il 90% dei personaggi erano orsetti maschi, che si proponevano di fare i più diversi mestieri, e le poche orsette femmine facevano, indovinate un po’, l’infermiera (con a fianco l’orsetto futuro dottore), la hostess, e la diva del cinema. Vi assicuro che non è il primo caso di questo tipo che vedo, nonostante stiano crescendo in quantità e qualità i libri che trattano bambini e bambine in modo più sensato, senza nemmeno scadere nel politically correct più banale. Cosa si abituano a pensare i bambini e le bambine, magari con una madre a parttime (che il fulltime, se non si hanno nonni a disposizione, è un’impresa ardua), rispetto a quel che è normale fare da grandi? Certo, le cose cambiano col tempo, son molto cambiate, ma non pensiamo che tutti i condizionamenti siano magicamente spariti, e che non ce li portiamo addosso – facendo chi più, chi meno fatica a liberarsene.

E per finire: io non voglio lavorare per tutta la vita dieci ore al giorno. L’ho fatto, in alcuni momenti, ma non penso nemmeno che sia produttivo lavorare dieci ore al giorno, come regola.

Se si tratta di fasi straordinarie di lavoro intenso, ok, penso che ne possa valere la pena, e penso che ci siano fior di donne in grado e con la voglia di sbattersi. Ma se si tratta di un codice sociale, tipo “la fedeltà si misura da quanto straordinario fai”, allora lasciatemi dire che sono stronzate.

Liberiamo un po’ tutti, uomini e donne, la nostra vita e il nostro lavoro dai riti inutili: le riunioni troppo lunghe, il dover lavorare per forza dall’ufficio, le trasferte per dirsi cose che basterebbe una videochiamata con Skype.

Ci resterà, a tutti, uomini e donne, più tempo per fare altro, e sciacquarci la mente nella vita, nei libri, nella natura. Ci servirà anche a lavorare meglio.

Diamo anche il valore che hanno – anche un valore economico, cioè dei buoni stipendi, per essere chiari –  a quelle attività, spesso tipicamente femminili, che hanno a che fare con la socialità e l’accudimento. Paghiamo bene insegnanti, infermieri, assistenti sociali – pretendendo che siano preparati e facciano bene il loro lavoro.

È a questo che serve spingere il più possibile le donne ai piani alti del potere: a costringere tutti a cambiare, think different please, i vecchi schemi non funzionano più, è ora di rivoluzionare le regole.

Vedrete che dopo (il rapporto Cerved è lì a testimoniarlo) funzionerà meglio.

cambiare aria

A fine gennaio ho deciso d’impulso di iscrivermi a cinque lezioni del master in digital marketing di Apogeo, la prima quella di oggi con Marco Massarotto. E’ la prima volta da quando è nato mio figlio che vado via da sola e non dormo a Ravenna, e ieri sera mi sono resa conto di quanto ne avessi bisogno e anche voglia. Forse la media delle madri non sa vivere se non mette a letto tutte le sere la prole, ma le medie non sempre descrivono gli individui, no?  Per me, tornare a viaggiare da sola sia pure per poco, uscire a cena con LivePaola (ancora più brillante dal vivo che online), e passare il sabato a ragionare di relazioni online con un gruppo di persone stimolanti e preparate, è stato un balsamo necessario e benefico, nonostante tutti gli arretrati e la stanchezza di questi ultimi mesi. Poi gli arretrati li smaltirò, ne sono certa: non è solo il tempo che mi serve, è anche ritrovare lo spirito giusto, e, per aiutarmi in questo, cambiare aria è una gran cura.

concetti di base

Ma scusate, la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le 2000 persone elette con le primarie? Quella e’ gente vera, non virtuale.

(Dario Franceschini a Repubblica, oggi)

Non so quale stupida arroganza porti Franceschini a rilasciare certe dichiarazioni. La base qual è?

Dario, voglio darti una brutta notizia. Io ho un blog, e se ritieni per questo di snobbarmi e non considerarmi rappresentativa della base, pace. Però nell’ultima settimana ho parlato di PD con mia madre, mio marito, mia sorella, diversi amici e amiche. Nessuno di loro ha un blog, tutti alle ultime elezioni hanno votato PD, nessuno di loro vi voterà alle prossime, e le espressioni che più ricorrevano in queste chiacchierate erano “schifo, nausea, sconcerto, incazzatura, delusione, pena”.

Forse io non rappresento la base in quanto blogger, ma sicuramente la rappresento in quanto scoglionatissima ex-elettrice di un partito che ho sostenuto per tutta la sua storia, privatamente e pubblicamente.

Non so ancora (come molte delle persone che citavo prima) se alle prossime elezioni manifesterò questa delusione e incazzatura astenendomi, non andando a votare, votando Di Pietro o i radicali, annullando la scheda. Ma finché il PD sarà governato non dalla base, ma da questo vertice ottuso e fallimentare, non consideratemi più parte della base, grazie.

Post scriptum: ah, e nel frattempo ricominciate pure il gioco dei distinguo e del tenere insieme tutto e il suo contrario, specialmente su questioni tipo il testamento biologico su cui la base ha le idee chiarissime e ha dimostrato in mille maniere di averle. In fondo, perché prolungare l’agonia?

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