alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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tempo di bilanci

Con la fine del 2009, lascerò, dopo otto anni, il mio posto di amministratore delegato in Wafer.

Fino a un anno fa, questa era l’ultima cosa che mi sarei immaginata: Wafer è stata per me una specie di bambino, che ho fatto nascere e crescere, cercando di farlo somigliare a me nei miei pregi, e di non fargli pesare i miei difetti. Ha assorbito e generato pensieri, passione, progetti, energia; come un figlio, mi ha cambiata, resa orgogliosa, fatta arrabbiare.

In questi otto anni ho imparato che le cose non sempre riescono come vorresti, perché ci sono tanti fattori che le influenzano oltre al lavoro e all’impegno che ci metti tu. Qualche volta, di fronte alla sfiga, ho pianto – come quando abbiamo trovato la sede svuotata dai ladri – e poi mi sono soffiata il naso e ho ripreso a sorridere, perché lamentarsi è un pozzo che succhia energia, e di energia ne serve tanta, invece.

Ho imparato, ogni giorno di più, che bisogna chiamare le cose col loro nome e guardarle in faccia, senza raccontarsela e senza rimandare le decisioni. Ho anche sperimentato più volte quanto serva cambiare punto di vista, e guardare le stesse cose in un modo diverso.

Così a un certo punto, a inizio di quest’anno, ho riconsiderato la mia vita e il mio lavoro, e ho capito che una stagione si stava chiudendo, e che non avevo più voglia di continuare a lungo. Ci sono varie vicende che hanno contribuito a questo spegnersi della passione: patti non scritti che negli anni sono stati malcompresi o malrispettati, storie che potevano e dovevano andare in modo diverso e invece sono finite male, fatica di crescere e tenere insieme i numeri in un mercato asfittico e senza regole, compromessi e diplomazie che mi venivano chiesti, e che non volevo più accettare; e infine la crisi globale, che ci sta mettendo tutti di fronte alla necessità urgente di cambiare.

Mi guardo indietro, e mi dico che è stata una gran palestra e una gran scuola. Ho indossato quasi tutti i cappelli che ci si può mettere in un’agenzia web, dai ruoli operativi a quelli manageriali; ho lottato con la mia difficoltà a delegare, e ho scoperto quanto mi sia difficile gestire i conflitti.

Alla fine, quel che penso mi sia riuscito meglio – oltre ad alcuni lavori di cui sono davvero fiera – è motivare le persone, creando un ambiente di lavoro in cui ciascuno avesse la possibilità di crescere, di prendersi delle responsabilità, di imparare. Poi non tutti l’hanno fatto in misura uguale, o con risultati eccellenti, ma ci sono state sorprese e soddisfazioni, e Wafer è stato un posto di lavoro dove non ti si spegne il cuore quando entri in ufficio. Sono stati otto anni di open space, in tutti i sensi: trasparenza su obiettivi e conti, impegno a distribuire il più possibile le informazioni, incoraggiamento allo scambio di conoscenze, analisi aperta degli errori con l’obiettivo di non ripeterli.

Ma ora ho bisogno di ritrovarmi da sola. Voglio prendermi tempo, per studiare e sperimentare. Ho un po’ di idee, le voglio esplorare senza il peso di dover gestire (in Italia) un’azienda di otto persone, e il vincolo di dover rendere conto a dei soci che non hanno la più pallida idea di quello che faccio.

Cambierò il mio status FriendFeed, non più “mordo il freno”, ma qualcosa che devo ancora pensare. Sono sicura che il prossimo bilancio sarà molto migliore.

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vendere buon senso

In certi momenti mi chiedo se non avrei fatto meglio, a un certo punto della mia vita, a scegliere di specializzarmi in qualcosa. Sono vent’anni che attraverso territori, quasi sempre sentendomi un po’ clandestina (una laureata in biologia che lavora fra gli informatici, una tecnica che si occupa di comunicazione, una laica disincantata che discute ai tavoli dei cooperatori, una sinistrorsa in confindustria), sempre cercando di non stare troppo a lungo sullo stesso progetto, perché alla lunga ogni progetto mi stanca.

Se devo pensare a una cosa che so far bene, credo sia quella di tradurre concetti e bisogni da una lingua all’altra, creando modelli mentali che fanno dialogare le persone. In Wafer mi sono sempre preoccupata che tutti avessero un’idea, magari vaga, ma funzionale, di quel che facevano gli altri, per poter lavorare meglio insieme; ai miei clienti ho sempre spiegato più che vendere; tenere una lezione o una presentazione è una sfida che ho sempre accettato volentieri.

Mi è venuto da sorridere quando, alcuni giorni fa, incuriosita da una segnalazione del Piccolo Imprenditore, ho rispolverato il mio account Safari Books Online per sfogliare un po’ di Designin Social Interfaces, e vi ho trovato una pagina scritta da Tom Hughes-Croucher, technical evangelist e front-end engineer di Yahoo, sull’importanza di creare modelli mentali per gli utenti del web.

One of the things I like about computers is their ability to create magic. They provide abilities that no one thought possible and make them a reality. Yet, for many people this is also the biggest source of complaint about computers.
When you drive a car, you probably don’t understand the thermodynamics of expanding chains of combusting hydrocarbons happening under the hood. […] But, even if you don’t, you can still understand that there is a direct correlation between the accelerator and the car moving forward. Of course, most interfaces are not quite this simple, even in cars. If the car won’t move, you assess what might have happened. And lo, you’ve left the parking brake on! With this error dealt with, you are free to go about your driving.
[…] while cars contain significant amounts of complexity (complexity you and I almost certainly don’t fully understand), we can still functionally use them and recover the situation when things go wrong. This is because the sequence of events that makes the car work has formed a mental model in our heads. The car goes forward only when it contains fuel, the engine is on, you are not applying the brakes, and you are pressing the accelerator. Since we have this model of how the car works, we are able to troubleshoot when it doesn’t behave as we expected.
What is significant about the models we create is how functional they are. They aren’t based on the combustion of hydrocarbons or lateral torque. Heck, if there is serious engine trouble, that is still a black box to me, but I know I can call AAA to tow me to a garage. And this, dear friends, is the crux of it: you need to design interfaces that let people recover from their mistakes. The problem you face as the designers of magical boxes rather than cars, however, is that users do not have the same robust mental model of computers that they have for cars.
[…] When using the Web, there are numerous contextual or circumstantial errors than can occur, but the majority of users have no mental model with which to understand and recover from them. We looked at four possible causes of the gas pedal not accelerating a car, and yet a web page failing to load can have upward of a dozen causes. Since users lack a mental model, the best plan of action is to try and self-diagnose the error and educate the user. The distinction is important. Although it may seem sufficient to tell users that something went wrong and what they can do next, they eventually are going to get into the same state again with the same confusion. Instead, if there was a problem with the DNS, tell them so, and help them understand what DNS is. Maybe you have to use an analogy of a phone book for website numbers that their computer dials, or maybe you can convey the information in a more straight-up way. However you do it, don’t just let your users keep failing and becoming frustrated. Instead, give them a mental model that will last them a lifetime as a satisfied customer.

Il motivo del mio sorridere era che dieci anni fa io scrivevo più o meno le stesse cose parlando della mia esperienza nell’insegnare a persone non tecniche come usare il computer. Niente di stratosferico, intendiamoci, non c’è bisogno di essere un technoevangelist at Yahoo per arrivarci; come direbbe Krugs, it’s not rocket science.

Il che mi riporta al mio cruccio iniziale: non sarà che, stringi stringi, tutto quel che ho fatto in questi anni si possa ridurre a curiosità, uso del buon senso, lingua sciolta e una buona dose di empatia?

Per fortuna poi mi ricordo che uno dei problemi tipici delle donne è la stupida tendenza a sottostimarsi, e minimizzare le proprie capacità; così faccio riemergere dall’oblio un po’ di dettagli utili, tipo che riesco a parlare coi programmatori perché per anni ho sbrogliato, con ottimi risultati, query e procedure.

Adesso impacchetto il mio buonsenso, e vado a venderlo, che oltretutto mi pare ce ne sia un gran bisogno in giro.

riparto da qui

Mentre valutavo fra me i pro e contro dell’inaugurare un nuovo blog, più serio e professionale, abbandonando questo al suo destino, mi sono imbattuta (serendipity purissima) in Penelope Trunk, autrice di libri e di un seguitissimo blog su come gestire la propria vita lavorativa.

Mi ha subito catturata l’alternarsi vertiginoso di argomenti professionali (i consigli su come gestire la propria carriera) e questioni privatissime (matrimonio, divorzio, nuovi amori, figli avuti e non avuti): una cosa che ho sempre vissuto come un difetto o un problema, ma che la Trunk trasforma in un punto di forza, affermando che il suo intento è precisamente quello di capire “how to find success at the intersection of work and life”. E con orgoglio e naturalezza mostra come è impossibile tener rigidamente separate le cose, anzi come sia necessario farle vivere insieme.

Allora mi sono rilassata, e ho pensato che è meglio continuare a scrivere qui; ho cambiato motto e pagina su di me, scelto un nuovo tema il più minimale possibile, e deciso che quel che conta è seguire (e tenere sempre accesa) la passione di fare le cose.

Non ho mai, prima d’ora, scritto un post sul fatto di tenere un blog, ma stasera – senza che ci sia da festeggiare nessun anniversario o numero tondo di post o commenti – vorrei celebrare e ringraziare tutte le persone con cui ho creato legami in questi anni; ciascuno di voi mi ha cambiata e arricchita. Considero una grande fortuna il vivere in quest’epoca in cui, grazie a Internet, possiamo creare e mantenere relazioni con tante persone, anche lontane; per ragioni anagrafiche, non sono una nativa digitale, e posso apprezzare bene la differenza coi miei vent’anni.

E ora riparto, da qui.

Kindle, due settimane dopo

Sono passate oltre due settimane da quando mi è arrivato il Kindle, e posso serenamente confermare la soddisfazione dei primi giorni di uso.

Ho appena letto l’ottimo articolo di Luca De Biase, che su Nova24 scrive gran parte delle cose che penso anch’io: ottima leggibilità, immediatezza d’uso, punto di forza nel consentire acquisti d’impulso, e voglia di “avere di più”, non tanto in termini di caratteristiche tecniche dell’oggetto, ma proprio più libri e più cose da leggere.

Aggiungo alcune considerazioni: il Kindle è un perfetto esempio di prodotto “buono abbastanza” per avere successo. Non risponde ai desiderata di chi si sofferma a disquisire di standard chiusi, colori, opzioni aggiuntive per sfruttare la connessione wi-fi, e così via, ma soddisfa abbondantemente chi vuole uno strumento per leggere, comodo, ben fatto e semplice da usare. E viene venduto a un prezzo accettabile, il che gli permetterà secondo me di aprire finalmente un mercato di dimensioni interessanti per gli editori (e probabilmente per altri produttori di e-book).

Gli acquisti d’impulso: questo sarà un motore strepitoso. Navigo nella libreria Amazon, vedo un sacco di titoli interessanti, posso farmi mandare un’anteprima gratuita, che mi arriva direttamente sul Kindle; leggo prefazione e primo capitolo, non di fretta come farei in una libreria, ma comodamente seduta in poltrona, e arrivo al pulsante “acquista con un click”. Sfido chiunque a resistere alla tentazione di ricevere il resto del libro, tempo un minuto, direttamente in mano. Ci metterei più tempo a far la coda alla Feltrinelli, probabilmente..

E infatti, ne vorrei di più: più libri, più giornali, soprattutto in italiano. Mi scoccia terribilmente quando cerco un libro e scopro che esiste solo nell’edizione di carta. Mi scoccia ancor di più constatare che la differenza di prezzo non è poi tanta, certo con la carta dovrei metter su anche i costi di spedizione (e il tempo, e i disservizi di Poste Italiane), ma mi è perfino capitato di trovare un libro che, grazie a un’offerta sull’edizione paperback, costa addirittura di più nella versione Kindle 😦

E infine, l’eterno lamento sul piacere della carta. Me lo sento ripetere da molti, quasi tutti trenta-quarantenni, cioè persone che teoricamente dovrebbero avere preso in questi anni un po’ di confidenza con la tecnologia e i suoi vantaggi. Ma quale piacere, per quale carta? Il piacere è nelle idee, nelle storie, nelle informazioni. Il piacere è nella carta bella, quella su cui si stampano belle foto, belle illustrazioni, cose per cui vale la pena scegliere materiali raffinati, bravi grafici, tipografi esperti. Il piacere è poter leggere una storia senza portarsi in spalla il peso, così come ascoltiamo la musica che amiamo tutta raccolta in un oggetto che ci sta in tasca.

Mia madre ha da poco compiuto 71 anni, e non ha mai imparato a programmare il videoregistratore; le ho dato in mano il Kindle, su cui le avevo aperto la prima pagina de La Stampa; le ho fatto vedere il tasto “next page”, ha detto “bello!” e si è messa a leggere; e poi ha fatto i suoi commenti, ma non erano commenti sul Kindle, erano le sue opinioni sulla notizia che stava leggendo.

mia madre legge La Stampa sul Kindle

mia madre legge La Stampa sul Kindle

Questo secondo me è il miglior commento sull’usabilità del Kindle e, più in generale, dei lettori di e-book.

space clearing in corso

Svuotare gli armadi, gettare via tutto quel che non si usa più, e rimettere in ordine il resto, è una catarsi periodica che ha effetti meravigliosi sullo spirito. Quando è terminata.

La parte difficile dello space clearing è la prima metà del lavoro, quella in cui l’armadio si sta svuotando, ogni superficie della casa è occupata da mucchi di vestiti, scatole, sacchetti, e ancora non ci è chiaro quale ordine costruiremo alla fine. Davanti agli occhi, tutta la roba inutile abbiamo accumulato negli anni; in testa, i conti dei soldi spesi, del tempo perso, del peso portato.

La mia vita ora è esattamente in questa fase: tutto fuori dagli armadi, ampie aree incognite nella mappa del futuro, molto materiale da impacchettare e portar via, molto spazio da fare.

Abbiate pazienza se, nel mezzo di questo casino, a volte sono un po’ suscettibile e stanca.

Kindle experience #1

Non appena Amazon.com ha annunciato che avrebbe venduto il Kindle anche fuori dagli Stati Uniti, ho ceduto alla tentazione, e, senza aspettare Babbo Natale, sono corsa sul sito a ordinarne uno.

In quel momento, si trattava solo di una prenotazione, con

Delivery estimate: October 21, 2009 – October 23, 2009
Shipping estimate for these items: October 19, 2009

Puntuale come sempre, il 19 ottobre Amazon.com mi ha informata dell’avvenuta spedizione, e, superando ogni mia più rosea aspettativa, il Kindle è arrivato a casa mia il 21 ottobre.

In breve: sono molto soddisfatta del mio acquisto.

  • il peso è quello giusto per stare bene in mano, anche quando leggo a letto
  • leggere è altrettanto piacevole che sulla carta, non stanca gli occhi, neppure la sera alla luce della lampada da comodino
  • il cambio pagina è veloce
  • l’Oxford Dictionary of American English a portata di click su ogni parola è un bel regalo quando, leggendo testi in inglese, mi viene un dubbio (magari per molti di voi questo è un lusso superfluo, ma a me ogni fa comodo)
  • è davvero bello. Col tocco di grazia delle “copertine” ogni volta diverse che vengono mostrate quando va in stand-by (le sto fotografando tutte)

Ho acquistato subito un libro, Groundswell, a $13.79 (meno della metà del costo dell’edizione di carta), e lo sto leggendo, senza alcun problema.

Mi sono anche fatta convertire un po’ di PDF che languivano sull’hard disk del mio Mac in attesa di essere letti, usando il servizio gratuito Amazon.com (si manda il documento a <nomeaccount>@free.kindle.com, e questo torna indietro per email, pronto per essere trasferito via USB dal Mac al Kindle).

Ho anche attivato il free-trial de La Stampa, per vedere l’effetto che fa leggere il giornale in versione e-newspaper. La prima piccola delusione è stata, il giovedì mattina, vedere che l’edizione quotidiana era in ritardo, e, invece che alle 7:45 (che è comunque troppo tardi, non tanto per me ma per chi fa il pendolare in treno, o comunque si alza presto), mi è arrivata verso le nove. In ogni caso leggere il quotidiano sul Kindle è diverso, manca a mio parere una visione “a colpo d’occhio” che permetta di scegliere gli articoli da leggere, e ci ho messo un po’ di tempo a trovare il modo di vedere l’indice degli articoli sezione per sezione invece di scorrerli uno dopo l’altro. Ma forse è solo questione di abitudine, già oggi me lo sono goduto di più.

Avrei voluto confrontarla con la versione Kindle del Corriere della Sera, ma, con mio grande disappunto, ho scoperto che è disponibile solo per i Kindle USA. Signor Corriere della Sera, sappi che io non ti compro tutte le mattine (ormai i quotidiani di carta non li compero più, tranne il 24ore), quindi, avessi deciso di sottoscrivere un abbonamento alla tua versione elettronica, avresti guadagnato un cliente pagante, non perso una copia in edicola. Continuerò a leggerti a gratis nella sola versione online..

Ai nostalgici della carta: ho appena soeso l’impressionante cifra di 5 euro e spiccioli per comprare la versione e-book di Cat’s eye, uno dei miei romanzi preferiti, uno dei più belli di Margaret Atwood. L’ho fatto proprio perché nei giorni scorsi avevo iniziato a rileggere la mia copia di carta, un paperback che ha ormai una ventina d’anni, ed è – vi assicuro – buono per il macero, carta ingiallita che non da alcun piacere tattile, anzi, quando lo leggo fra le lenzuole mi verrebbe quasi voglia di andarmi a lavare le mani prima di dormire. Lo lascerò senza rimpianti in un punto bookcrossing, e mi rileggerò il libro sul Kindle; magari certe parti potrei addirittura farmele leggere, visto che è uno dei libri con la versione “text-to-speech” disponibile.

Nella mia grande pigrizia, non ho ancora studiato bene come si fa a prendere appunti, mettere segnalibri, cambiare la voce dello speaker da uomo a donna… insomma, lo sapete che per queste cose sono poco geek 😉 Però in questo modo avrò materiale per almeno un altro post, o nel frattempo ve lo sarete comprati anche voi quindi risparmierò un po’ di tempo per leggere.

Ah, dimenticavo. Nel frattempo, Amazon.com ha deciso di abbassare di 20 dollari il prezzo del Kindle International. E mi ha restituito (a me come a tutti quelli che hanno acquistato il Kindle International al vecchio prezzo) i 20 dollari pagati in pù rispetto al prezzo attuale. Sono belle notizie, davvero: è così che si trasformano i clienti in entusiasti sostenitori di un servizio.

riflessi condizionati

Premessa: noi con Guido abbiamo smesso di usare il passeggino più o meno quando lui aveva due anni. Credo che la decisione sia stata presa nel momento in cui abbiamo sostituito la Polo Variant, dotata di comodo portabagagli da station vagon, con la Multipla, comodissima per i passeggeri ma dotata di vano bagagli piccolo e ulteriormente ridotto dall’ingombrante ruota di scorta.

Fin dalla sua seconda estate (età circa venti mesi) l’abbiamo fatto camminare sui sentieri dell’Appennino, accontentandoci di fare passeggiate brevi, e sacrificando le spalle del babbo per trasportarlo quando proprio non ce la faceva più. Non abbiamo preteso di fare e fargli fare cose più grandi di lui, adattandoci ai suoi tempi e alla sua resistenza, e sicuramente siamo stati facilitati in questa scelta dall’innata pigrizia dell’ingegnere, e dalla mia cronica stanchezza degli ultimi anni, che ha decisamente ridotto la mia naturale iperattività.

Ne siamo stati premiati: il pargolo si è abituato velocemente a camminare senza protestare, e sta diventando un robusto escursionista, in grado ormai di farci percorrere sentieri che danno qualche soddisfazione.

Così avrei dovuto plaudere senza esitazioni all’articolo di oggi sul Corriere, “Quei bambini di sei anni ancora nel passeggino”. In effetti anche noi, quando all’entrata della scuola materna vediamo alcuni compagni di Guido arrivare in carrozza, storciamo la bocca con aria di superiorità.

Perché allora mi sento a disagio nel leggerlo?

Perché nell’articolo le uniche chiamate in causa per i danni causati ai bambini sono le mamme. Come se questi figli non avessero padri. Come se la responsabilità di far crescere i figli in modo equilibrato e funzionale fosse solo ed esclusivamente delle donne. Che oggi, guarda un po’, pretendono di districarsi fra molte altre responsabilità e incombenze, e allora trascurano i loro doveri primari.

Questo mi fa arrabbiare. La responsabilità di far crescere bene i figli, in un tempo in cui tutti abbiamo molte cose da fare, è di entrambi i genitori. Non sono “le mamme” che devono smetter di correre troppo, sono “i genitori”. Non sono “le mamme” che devono riflettere su come tenere in equilibrio le esigenze dei bambini e quelle della propria vita professionale, sono “i genitori”. Allora possiamo ricominciare a ragionare.

in escursione a 2000 metri

in escursione a 2000 metri

questo resta un blog ateo e materialista

.. nel caso a qualcuno fossero venuti dei dubbi, o vi avessero raccontato altro 😉

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Uno dei momenti più duri, la fine della trasferta in bus da Lima a Huànuco, quando il mio stomaco si è ribellato ai 3000 metri (in altitudine) di tornanti. Foto di Giampiero Corelli.

Sono rientrata ieri notte, e ho passato la giornata di oggi a mettere in lavatrice il contenuto della mia valigia e a raccontare i momenti e le impressioni del viaggio in Perù all’ingegnere e, quando aveva la pazienza di seguirmi, a Guido.

Per una settimana ho viaggiato con un gruppo di cattolici ravennati, guidati dal loro arcivescovo, ritrovando – dopo quasi trent’anni che ne sto fuori – i temi e i riti della mia gioventù cattolica.

Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza davvero ricca e intensa. Abbiamo visto da vicino (e annusato, e gustato, e toccato, e ascoltato) una regione poverissima, dove la gente vive in condizioni che oggi, nel nostro terzo millennio occidentale e iperconnesso, sono difficili da immaginare.

Ho scattato molte foto, quasi tutte alle persone che incontravo, persone che, con mio grande stupore, ci accoglievano con un’allegria e una spontaneità che non avrei mai immaginato di trovare. Per mia fortuna, non sono una persona schizzinosa, e l’intensa emozione del viaggio deve avermi fatto impennare le difese immunitarie, quindi sono rimasta intoccata sia dal mal d’altura, sia dal Montezuma. Il racconto del viaggio è sul sito www.padremorini.org, sito che conto, fra qualche settimana, di lasciare in gestione ai ragazzi che seguono dall’Italia don Stefano.

Dato che ero là per raccontare, e che, passato il capoluogo di distretto, Internet era praticamente inesistente, ho usato Twitter via SMS; dopo una giornata, i miei compagni di viaggio hanno iniziato a venire da me, felici come bambini, per raccontarmi che da casa i loro amici e parenti mi leggevano, ed è stato bellissimo; ho così “evangelizzato” ai social network un gruppo di persone che normalmente, per età e anche un po’ per estrazione culturale, fanno parte della schiera di quelli che “Internet è il male”, compreso l’arcivescovo che, con grande curiosità, mi ha fatto mille domande sul lavoro che stavo facendo.

Ne ho concluso che, come in ogni evangelizzazione, la buona novella non bisogna “dirla a parole”, ma bisogna “metterla in atto”, dimostrandone l’effettiva bontà.

Scrivere senza conversare è stato per me difficile: normalmente, leggo i commenti alle cose che scrivo e mi sento costantemente immersa nella conversazione con le persone a cui sono legata. Dalle Ande, invece, spedivo messaggi in bottiglia, gli unici feedback quelli che mi venivano riferiti dai miei compagni di viaggio; così, appena sono riuscita a riavere una connessione, mi sono subito collegata a FriendFeed, sperando di trovarci qualcuno nonostante in Italia fosse notte fonda. La comunicazione, o è interazione, o non funziona.

Riguardo al titolo di questo post, nei giorni scorsi ho inevitabilmente riflettuto sulle spiegazioni che ci costruiamo per “dare un senso a questa storia”. Passato il livello della soddisfazione dei bisogni di base – la sopravvivenza quotidiana, con cui sulle Ande ancora la maggior parte della gente fa i conti tutti i giorni – o ci sbattiamo senza senso, o ci creiamo valori che diano significato alle nostre giornate, al di là del trasmettere i nostri geni alla prole. La religione è senz’altro una soluzione funzionale: organizzata, solida, portabile (ne esistono versioni semplificate per i derelitti, e teologie avanzate per gli intellettuali), con vantaggi sociali e politici. Per chi non voglia adottarla, è comunque possibile darsi un senso e un’etica personale; nella mia, è rimasto qualcosa del motto scout “lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”, e c’è molta curiosità per tutto ciò che è umano, religione compresa.

chavin

La foto, sempre di Corelli, mi ritrae mentre ascolto don Stefano Tognetti, un prete vicentino che vive da 18 anni a Huàrez, sulle Ande Centrali peruviane

sbloccarsi

Quando alla fine del 2008 la mia spalla destra si è “congelata”, l’ho presa molto male. Del resto, cosa avreste fatto voi dopo settimane di dolore tanto insistente da non farvi dormire, ritrovandovi alla fine incapaci di fare movimenti del tutto normali come prendere un libro da uno scaffale?

Da gennaio a marzo sono passata per le mani di vari fisioterapisti, i primi gentili, l’ultima molto aggressiva, senza nessun risultato: il mio braccio continuava a rifiutarsi di salire oltre l’altezza della spalla.

A fine marzo, dopo una seduta particolarmente massacrante, ho deciso di darmi un po’ di tregua, e ho iniziato a frequentare le sessioni di lavoro di Rita Valbonesi, sequenze di esercizi yoga in mezzo alle quali lei pratica a turno un breve trattamento osteopatico.

Un paio di pesanti bronchiti mi hanno stesa per tutto aprile e buona parte di maggio, e ho interrotto anche quelle: ubi maior, minor cessat, e fra antibiotici, effetti collaterali, stanchezza e carichi di lavoro, ho concluso che la spalla poteva rinunciare a un po’ della mia attenzione. Tutto sommato, il male era diminuito, e, anche se continuavo a non potere alzare il braccio, ormai mi ero abituata alla situazione di parziale inabilità.

A giugno, in vista del trasloco di Guido verso la casa al mare dei nonni, ho programmato di riprendere le lezioni mattutine di Rita, e mi sono comprata un manuale delle edizioni Red su “Yoga e Pilates”. Vincendo la pigrizia e lo scetticismo, ho iniziato a fare esercizi a casa quasi tutti i giorni, e, una volta a settimana, ad alzarmi prima del solito per andare in palestra a farmi trattare.

In un paio di settimane, ho recuperato quasi tutta la mobilità che avevo perso. Ora sollevo di nuovo il braccio destro fin sopra la testa, mi resta solo un po’ di blocco laterale quando lo spingo all’indietro.

La Rita parla di sblocco delle catene muscolari e di riequilibrio del sistema neurovegetativo; io non mi faccio troppe domande, solo registro la conferma di cose di me che sapevo da tempo: forzarmi non serve se non a peggiorare le cose, arrivarci da un’altra parte e con gentilezza in genere funziona meglio.

pausa di riflessione

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

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