alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Archivio per la categoria “lavoro/web/comunicazione”

brevi note a margine di Parma 2.0

Oggi pomeriggio ho partecipato a un evento organizzato dall’Unione Industriali di Parma, su Enterprise 2.0 e Social Media Marketing. Sala piena (con saletta laterale per i ritardatari), nomi sicuramente molto validi sul palco: Massarotto, Camisani Calzolari, Zamperini, Quintarelli, Pepe Moder, Jacona, Grimaldi, Pallera..

Incredibile comunque vedere che, su quasi 20 persone invitate in qualità di esperti, non ci fosse neppure una donna. Una su 20, capite? In Italia non esiste una sola donna che si occupi di Social Media Marketing o di Enterprise 2.0 con competenze tali da essere considerata invitabile? O piuttosto ci sono ancora ambienti in cui la cooptazione fra simili genera un’automatica selezione per sesso?

Altra nota: non è realistico pensare di far parlare così tante persone in un pomeriggio, senza neppure dieci minuti di pausa per riossigenare il cervello e sgranchire le gambe. Verso la fine della giornata, il grado di cottura del pubblico era esagerato, e ciascuno dei concetti espressi dal palco era stato ripetuto da almeno due (quando non tre) relatori. Non sarebbe stato meglio ridurre il numero, o quantomeno coordinare gli interventi in modo da renderli più brevi e meno ripetitivi?

Degno di nota il saluto di apertura dei lavori da parte del direttore generale dell’Unione Industriali, Cesare Azzali; ve lo riassumo: “Io sono ottocentesco, e questo genere di fenomeni mi è completamente estraneo. Mi rendo però conto che ormai il mondo va in questa direzione, e se il mondo va da una parte, tu impresa non puoi andare da un’altra. Se la tendenza è che ci siano sempre piu coglioni [ndr, il termine “coglioni” non me lo sono inventato, l’ha pronunciato veramente], toccherà prenderne atto, e regolarsi di conseguenza. Ovviamente noi industriali veniamo da una cultura diversa, in cui conta il fare, non il fingere di fare propagandando il lavoro di altri. Però, visto che questo tipo di realtà è ormai imperante, speriamo almeno di poterci avvalere di professionisti decenti, e non di venditori di tappeti. Do quindi la parola agli illustri relatori..” Ciò detto, l’imponente direttore ha atteso che il primo relatore prendesse la parola, ed è scomparso per sempre dalla sala.

Quando si dice un caloroso benvenuto 😀

Post-scriptum: sono molto contenta di aver finalmente conosciuto di persona Barbara-Woman 🙂

Post-post-scriptum: per chi volesse sentire con le sue orecchie l’intervento di Azzali, c’è la registrazione dello streaming; riascoltandolo, noterete che il mio sunto non è stato proprio una trascrizione letterale, ma il senso c’è tutto.

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tempo di bilanci

Con la fine del 2009, lascerò, dopo otto anni, il mio posto di amministratore delegato in Wafer.

Fino a un anno fa, questa era l’ultima cosa che mi sarei immaginata: Wafer è stata per me una specie di bambino, che ho fatto nascere e crescere, cercando di farlo somigliare a me nei miei pregi, e di non fargli pesare i miei difetti. Ha assorbito e generato pensieri, passione, progetti, energia; come un figlio, mi ha cambiata, resa orgogliosa, fatta arrabbiare.

In questi otto anni ho imparato che le cose non sempre riescono come vorresti, perché ci sono tanti fattori che le influenzano oltre al lavoro e all’impegno che ci metti tu. Qualche volta, di fronte alla sfiga, ho pianto – come quando abbiamo trovato la sede svuotata dai ladri – e poi mi sono soffiata il naso e ho ripreso a sorridere, perché lamentarsi è un pozzo che succhia energia, e di energia ne serve tanta, invece.

Ho imparato, ogni giorno di più, che bisogna chiamare le cose col loro nome e guardarle in faccia, senza raccontarsela e senza rimandare le decisioni. Ho anche sperimentato più volte quanto serva cambiare punto di vista, e guardare le stesse cose in un modo diverso.

Così a un certo punto, a inizio di quest’anno, ho riconsiderato la mia vita e il mio lavoro, e ho capito che una stagione si stava chiudendo, e che non avevo più voglia di continuare a lungo. Ci sono varie vicende che hanno contribuito a questo spegnersi della passione: patti non scritti che negli anni sono stati malcompresi o malrispettati, storie che potevano e dovevano andare in modo diverso e invece sono finite male, fatica di crescere e tenere insieme i numeri in un mercato asfittico e senza regole, compromessi e diplomazie che mi venivano chiesti, e che non volevo più accettare; e infine la crisi globale, che ci sta mettendo tutti di fronte alla necessità urgente di cambiare.

Mi guardo indietro, e mi dico che è stata una gran palestra e una gran scuola. Ho indossato quasi tutti i cappelli che ci si può mettere in un’agenzia web, dai ruoli operativi a quelli manageriali; ho lottato con la mia difficoltà a delegare, e ho scoperto quanto mi sia difficile gestire i conflitti.

Alla fine, quel che penso mi sia riuscito meglio – oltre ad alcuni lavori di cui sono davvero fiera – è motivare le persone, creando un ambiente di lavoro in cui ciascuno avesse la possibilità di crescere, di prendersi delle responsabilità, di imparare. Poi non tutti l’hanno fatto in misura uguale, o con risultati eccellenti, ma ci sono state sorprese e soddisfazioni, e Wafer è stato un posto di lavoro dove non ti si spegne il cuore quando entri in ufficio. Sono stati otto anni di open space, in tutti i sensi: trasparenza su obiettivi e conti, impegno a distribuire il più possibile le informazioni, incoraggiamento allo scambio di conoscenze, analisi aperta degli errori con l’obiettivo di non ripeterli.

Ma ora ho bisogno di ritrovarmi da sola. Voglio prendermi tempo, per studiare e sperimentare. Ho un po’ di idee, le voglio esplorare senza il peso di dover gestire (in Italia) un’azienda di otto persone, e il vincolo di dover rendere conto a dei soci che non hanno la più pallida idea di quello che faccio.

Cambierò il mio status FriendFeed, non più “mordo il freno”, ma qualcosa che devo ancora pensare. Sono sicura che il prossimo bilancio sarà molto migliore.

spettacolare – Avinash Kaushik on web-analytics

Io e l’ingegnere abbiamo deciso di dedicare un weekend alla formazione, e ci siamo iscritti al Rimini Web Marketing Event. Pomeriggio davvero interessante, con un intervento di Piersante Paneghel su “SEO e il futuro dei motori di ricerca” e un’interessante anticipazione del CEO di ShinyStat, Paolo Zanzottera, sui loro nuovi strumenti di video analytics.

Il piatto forte del pomeriggio di oggi è comunque stato lo speech di Avinash Kaushik, analytics evangelist di Google; unica pecca, invece di fornire la traduzione simultanea in cuffia su richiesta, c’era una traduzione quasi istantanea che inevitabilmente rompeva il ritmo della presentazione.

Avinash ha parlato con vero entusiasmo (e con grande capacità di sedurre l’uditorio) dell’importanza di basare le proprie scelte sull’analisi dei dati (“in God we trust – every one else bring data”). Ha anche messo in luce come l’analisi dei dati deve condurre a fare scelte che facilitano la vita a chi viene a visitare i nostri siti (“rule #1: don’t stink”): a queste persone dobbiamo far trovare ciò che stanno cercando loro, non quello che vogliamo forzatamente dargli noi.

Un momento sublime è stato quello in cui, di fronte a una platea affollata e composta in buona parte da operatori turistici (spesso inclini a fare ammorbare il web da siti sovraccarichi di effetti speciali), il guru ha pubblicamente demolito un sito di quelli “come siamo fighi, tutti flash ed effetti speciali”: un design hotel, di cui non è possibile neppure capire dove stia (né ovviamente rintracciarlo su alcun motore di ricerca, essendo praticamente impermeabile agli spider); ma in compenso c’è il sottofondo musicale, e un sacco di palle che rimbalzano. “They have to die” è stato il suo commento (è esattamente quel che spesso penso anch’io). Come sospettavo, fatta stasera una veloce verifica sul whois, il sito è farina del sacco di persone presenti in sala (il che mi conferma sulle prime impressioni avute dai contatti in rete).

Lo speech è terminato con l’esortazione a valorizzare, prima di tutto, l’esperienza e la competenza delle persone: qualunque sia il vostro budget, dice Kaushik, dedicatene il 20% agli strumenti, e l’80% alle persone, perché i dati sono abbondanti e spesso ottenibili gratuitamente, ma la capacità di analizzarli e usarli è preziosa.

C’è bisogno di aggiungere che, anche nelle chiacchiere post-conferenza, Avinash è straordinariamente gentile e affabile, come solo le persone veramente brave sanno essere? credo di no. Mi è venuta una gran voglia di leggere i suoi libri, “Web Analytics: An Hour a Day” e quello appena uscito, “Web Analytics 2.0” (mi ha assicurato che entro poche settimane sarà anche quello disponibile su Kindle, quindi nel frattempo smaltirò il resto della mia pila di arretrati).

vendere buon senso

In certi momenti mi chiedo se non avrei fatto meglio, a un certo punto della mia vita, a scegliere di specializzarmi in qualcosa. Sono vent’anni che attraverso territori, quasi sempre sentendomi un po’ clandestina (una laureata in biologia che lavora fra gli informatici, una tecnica che si occupa di comunicazione, una laica disincantata che discute ai tavoli dei cooperatori, una sinistrorsa in confindustria), sempre cercando di non stare troppo a lungo sullo stesso progetto, perché alla lunga ogni progetto mi stanca.

Se devo pensare a una cosa che so far bene, credo sia quella di tradurre concetti e bisogni da una lingua all’altra, creando modelli mentali che fanno dialogare le persone. In Wafer mi sono sempre preoccupata che tutti avessero un’idea, magari vaga, ma funzionale, di quel che facevano gli altri, per poter lavorare meglio insieme; ai miei clienti ho sempre spiegato più che vendere; tenere una lezione o una presentazione è una sfida che ho sempre accettato volentieri.

Mi è venuto da sorridere quando, alcuni giorni fa, incuriosita da una segnalazione del Piccolo Imprenditore, ho rispolverato il mio account Safari Books Online per sfogliare un po’ di Designin Social Interfaces, e vi ho trovato una pagina scritta da Tom Hughes-Croucher, technical evangelist e front-end engineer di Yahoo, sull’importanza di creare modelli mentali per gli utenti del web.

One of the things I like about computers is their ability to create magic. They provide abilities that no one thought possible and make them a reality. Yet, for many people this is also the biggest source of complaint about computers.
When you drive a car, you probably don’t understand the thermodynamics of expanding chains of combusting hydrocarbons happening under the hood. […] But, even if you don’t, you can still understand that there is a direct correlation between the accelerator and the car moving forward. Of course, most interfaces are not quite this simple, even in cars. If the car won’t move, you assess what might have happened. And lo, you’ve left the parking brake on! With this error dealt with, you are free to go about your driving.
[…] while cars contain significant amounts of complexity (complexity you and I almost certainly don’t fully understand), we can still functionally use them and recover the situation when things go wrong. This is because the sequence of events that makes the car work has formed a mental model in our heads. The car goes forward only when it contains fuel, the engine is on, you are not applying the brakes, and you are pressing the accelerator. Since we have this model of how the car works, we are able to troubleshoot when it doesn’t behave as we expected.
What is significant about the models we create is how functional they are. They aren’t based on the combustion of hydrocarbons or lateral torque. Heck, if there is serious engine trouble, that is still a black box to me, but I know I can call AAA to tow me to a garage. And this, dear friends, is the crux of it: you need to design interfaces that let people recover from their mistakes. The problem you face as the designers of magical boxes rather than cars, however, is that users do not have the same robust mental model of computers that they have for cars.
[…] When using the Web, there are numerous contextual or circumstantial errors than can occur, but the majority of users have no mental model with which to understand and recover from them. We looked at four possible causes of the gas pedal not accelerating a car, and yet a web page failing to load can have upward of a dozen causes. Since users lack a mental model, the best plan of action is to try and self-diagnose the error and educate the user. The distinction is important. Although it may seem sufficient to tell users that something went wrong and what they can do next, they eventually are going to get into the same state again with the same confusion. Instead, if there was a problem with the DNS, tell them so, and help them understand what DNS is. Maybe you have to use an analogy of a phone book for website numbers that their computer dials, or maybe you can convey the information in a more straight-up way. However you do it, don’t just let your users keep failing and becoming frustrated. Instead, give them a mental model that will last them a lifetime as a satisfied customer.

Il motivo del mio sorridere era che dieci anni fa io scrivevo più o meno le stesse cose parlando della mia esperienza nell’insegnare a persone non tecniche come usare il computer. Niente di stratosferico, intendiamoci, non c’è bisogno di essere un technoevangelist at Yahoo per arrivarci; come direbbe Krugs, it’s not rocket science.

Il che mi riporta al mio cruccio iniziale: non sarà che, stringi stringi, tutto quel che ho fatto in questi anni si possa ridurre a curiosità, uso del buon senso, lingua sciolta e una buona dose di empatia?

Per fortuna poi mi ricordo che uno dei problemi tipici delle donne è la stupida tendenza a sottostimarsi, e minimizzare le proprie capacità; così faccio riemergere dall’oblio un po’ di dettagli utili, tipo che riesco a parlare coi programmatori perché per anni ho sbrogliato, con ottimi risultati, query e procedure.

Adesso impacchetto il mio buonsenso, e vado a venderlo, che oltretutto mi pare ce ne sia un gran bisogno in giro.

Kindle, due settimane dopo

Sono passate oltre due settimane da quando mi è arrivato il Kindle, e posso serenamente confermare la soddisfazione dei primi giorni di uso.

Ho appena letto l’ottimo articolo di Luca De Biase, che su Nova24 scrive gran parte delle cose che penso anch’io: ottima leggibilità, immediatezza d’uso, punto di forza nel consentire acquisti d’impulso, e voglia di “avere di più”, non tanto in termini di caratteristiche tecniche dell’oggetto, ma proprio più libri e più cose da leggere.

Aggiungo alcune considerazioni: il Kindle è un perfetto esempio di prodotto “buono abbastanza” per avere successo. Non risponde ai desiderata di chi si sofferma a disquisire di standard chiusi, colori, opzioni aggiuntive per sfruttare la connessione wi-fi, e così via, ma soddisfa abbondantemente chi vuole uno strumento per leggere, comodo, ben fatto e semplice da usare. E viene venduto a un prezzo accettabile, il che gli permetterà secondo me di aprire finalmente un mercato di dimensioni interessanti per gli editori (e probabilmente per altri produttori di e-book).

Gli acquisti d’impulso: questo sarà un motore strepitoso. Navigo nella libreria Amazon, vedo un sacco di titoli interessanti, posso farmi mandare un’anteprima gratuita, che mi arriva direttamente sul Kindle; leggo prefazione e primo capitolo, non di fretta come farei in una libreria, ma comodamente seduta in poltrona, e arrivo al pulsante “acquista con un click”. Sfido chiunque a resistere alla tentazione di ricevere il resto del libro, tempo un minuto, direttamente in mano. Ci metterei più tempo a far la coda alla Feltrinelli, probabilmente..

E infatti, ne vorrei di più: più libri, più giornali, soprattutto in italiano. Mi scoccia terribilmente quando cerco un libro e scopro che esiste solo nell’edizione di carta. Mi scoccia ancor di più constatare che la differenza di prezzo non è poi tanta, certo con la carta dovrei metter su anche i costi di spedizione (e il tempo, e i disservizi di Poste Italiane), ma mi è perfino capitato di trovare un libro che, grazie a un’offerta sull’edizione paperback, costa addirittura di più nella versione Kindle 😦

E infine, l’eterno lamento sul piacere della carta. Me lo sento ripetere da molti, quasi tutti trenta-quarantenni, cioè persone che teoricamente dovrebbero avere preso in questi anni un po’ di confidenza con la tecnologia e i suoi vantaggi. Ma quale piacere, per quale carta? Il piacere è nelle idee, nelle storie, nelle informazioni. Il piacere è nella carta bella, quella su cui si stampano belle foto, belle illustrazioni, cose per cui vale la pena scegliere materiali raffinati, bravi grafici, tipografi esperti. Il piacere è poter leggere una storia senza portarsi in spalla il peso, così come ascoltiamo la musica che amiamo tutta raccolta in un oggetto che ci sta in tasca.

Mia madre ha da poco compiuto 71 anni, e non ha mai imparato a programmare il videoregistratore; le ho dato in mano il Kindle, su cui le avevo aperto la prima pagina de La Stampa; le ho fatto vedere il tasto “next page”, ha detto “bello!” e si è messa a leggere; e poi ha fatto i suoi commenti, ma non erano commenti sul Kindle, erano le sue opinioni sulla notizia che stava leggendo.

mia madre legge La Stampa sul Kindle

mia madre legge La Stampa sul Kindle

Questo secondo me è il miglior commento sull’usabilità del Kindle e, più in generale, dei lettori di e-book.

RBC Ignite @Wafer #2: QR Code for dummies

Grazie a Luca, arrivano online i video dell’Ignite del 19 ottobre, fra cui la mia breve introduzione ai QR-Code.

La presentazione è anche su Slideshare, qui.

Kindle experience #1

Non appena Amazon.com ha annunciato che avrebbe venduto il Kindle anche fuori dagli Stati Uniti, ho ceduto alla tentazione, e, senza aspettare Babbo Natale, sono corsa sul sito a ordinarne uno.

In quel momento, si trattava solo di una prenotazione, con

Delivery estimate: October 21, 2009 – October 23, 2009
Shipping estimate for these items: October 19, 2009

Puntuale come sempre, il 19 ottobre Amazon.com mi ha informata dell’avvenuta spedizione, e, superando ogni mia più rosea aspettativa, il Kindle è arrivato a casa mia il 21 ottobre.

In breve: sono molto soddisfatta del mio acquisto.

  • il peso è quello giusto per stare bene in mano, anche quando leggo a letto
  • leggere è altrettanto piacevole che sulla carta, non stanca gli occhi, neppure la sera alla luce della lampada da comodino
  • il cambio pagina è veloce
  • l’Oxford Dictionary of American English a portata di click su ogni parola è un bel regalo quando, leggendo testi in inglese, mi viene un dubbio (magari per molti di voi questo è un lusso superfluo, ma a me ogni fa comodo)
  • è davvero bello. Col tocco di grazia delle “copertine” ogni volta diverse che vengono mostrate quando va in stand-by (le sto fotografando tutte)

Ho acquistato subito un libro, Groundswell, a $13.79 (meno della metà del costo dell’edizione di carta), e lo sto leggendo, senza alcun problema.

Mi sono anche fatta convertire un po’ di PDF che languivano sull’hard disk del mio Mac in attesa di essere letti, usando il servizio gratuito Amazon.com (si manda il documento a <nomeaccount>@free.kindle.com, e questo torna indietro per email, pronto per essere trasferito via USB dal Mac al Kindle).

Ho anche attivato il free-trial de La Stampa, per vedere l’effetto che fa leggere il giornale in versione e-newspaper. La prima piccola delusione è stata, il giovedì mattina, vedere che l’edizione quotidiana era in ritardo, e, invece che alle 7:45 (che è comunque troppo tardi, non tanto per me ma per chi fa il pendolare in treno, o comunque si alza presto), mi è arrivata verso le nove. In ogni caso leggere il quotidiano sul Kindle è diverso, manca a mio parere una visione “a colpo d’occhio” che permetta di scegliere gli articoli da leggere, e ci ho messo un po’ di tempo a trovare il modo di vedere l’indice degli articoli sezione per sezione invece di scorrerli uno dopo l’altro. Ma forse è solo questione di abitudine, già oggi me lo sono goduto di più.

Avrei voluto confrontarla con la versione Kindle del Corriere della Sera, ma, con mio grande disappunto, ho scoperto che è disponibile solo per i Kindle USA. Signor Corriere della Sera, sappi che io non ti compro tutte le mattine (ormai i quotidiani di carta non li compero più, tranne il 24ore), quindi, avessi deciso di sottoscrivere un abbonamento alla tua versione elettronica, avresti guadagnato un cliente pagante, non perso una copia in edicola. Continuerò a leggerti a gratis nella sola versione online..

Ai nostalgici della carta: ho appena soeso l’impressionante cifra di 5 euro e spiccioli per comprare la versione e-book di Cat’s eye, uno dei miei romanzi preferiti, uno dei più belli di Margaret Atwood. L’ho fatto proprio perché nei giorni scorsi avevo iniziato a rileggere la mia copia di carta, un paperback che ha ormai una ventina d’anni, ed è – vi assicuro – buono per il macero, carta ingiallita che non da alcun piacere tattile, anzi, quando lo leggo fra le lenzuole mi verrebbe quasi voglia di andarmi a lavare le mani prima di dormire. Lo lascerò senza rimpianti in un punto bookcrossing, e mi rileggerò il libro sul Kindle; magari certe parti potrei addirittura farmele leggere, visto che è uno dei libri con la versione “text-to-speech” disponibile.

Nella mia grande pigrizia, non ho ancora studiato bene come si fa a prendere appunti, mettere segnalibri, cambiare la voce dello speaker da uomo a donna… insomma, lo sapete che per queste cose sono poco geek 😉 Però in questo modo avrò materiale per almeno un altro post, o nel frattempo ve lo sarete comprati anche voi quindi risparmierò un po’ di tempo per leggere.

Ah, dimenticavo. Nel frattempo, Amazon.com ha deciso di abbassare di 20 dollari il prezzo del Kindle International. E mi ha restituito (a me come a tutti quelli che hanno acquistato il Kindle International al vecchio prezzo) i 20 dollari pagati in pù rispetto al prezzo attuale. Sono belle notizie, davvero: è così che si trasformano i clienti in entusiasti sostenitori di un servizio.

una serata riuscita

La serata RBC Ignite @ Wafer di lunedì scorso è davvero riuscita bene. Ho ripensato a questa e ad altre iniziative del Romagna Business Club, e trovo che, avendo come scopo quello di fare network, la formula “una serata, N argomenti, ciascuno presentato in modo veloce ma frizzante” sia davvero funzionale. Ciascuno esce di casa sicuro che:

  • ci sarà senz’altro qualche argomento nuovo e interessante
  • le eventuali presentazioni poco riuscite o su argomenti che non sono di nostro interesse ci porteranno via al massimo dieci minuti (cinque di presentazione, il resto per entrate-uscite-domande-commenti)
  • ci saranno altre persone, animate dalla stessa curiosità, da conoscere

La sede di Wafer non era mai stata così affollata; alla fine della serata, volendo chiudere per tornare a casa, abbiamo gentilmente spinto tutti fuori, restando dentro in quattro-cinque per sistemare un po’, e, quando siamo scesi per strada, nonostante il freddo si era formato un capannello di una decina di persone almeno, che continuava la conversazione; e anche noi siamo rimasti a chiacchierare ancora un po’.

Non vedo l’ora di vedere i video di questa volta; per ora, mi ricordo di non aver mai pubblicato qui il video della mia presentazione all’Ignite di un mese fa, e rimedio volentieri subito.

per una nuova ecologia della comunicazione # 4

Alcune riflessioni sulle possibili strategie competitive.

In ecologia il modello della selezione r-K descrive due possibili tipi di strategie competitive: la strategia r, basata sul potenziale riproduttivo, e la strategia K, basata sulla capacità portante dell’ambiente.

Le specie a strategia r (spesso definite come opportuniste o pioniere) basano la propria competitività su un alto potenziale riproduttivo: fanno tanti figli, la maggior parte dei quali è destinata a non sopravvivere fino all’età adulta, e tendono a riprodursi velocemente fino a saturare la capacità portante dell’ambiente; a questo punto, sono soggette a crolli drastici dovuti al rapido aumento dei tassi di mortalità. In queste specie la competizione intraspecifica (cioè fra individui della stessa specie) è molto alta, e il successo dipende dalla capacità di sfruttare al massimo le risorse disponibili.

Al contrario, le specie a strategia K puntano su elevate capacità di adattamento all’ambiente e uso efficiente delle risorse naturali. Queste specie crescono più lentamente, perché ciascun individuo si riproduce più tardi e fa meno figli; dedicano peraltro più risorse di cura alla prole, e, di conseguenza, la mortalità giovanile è più ridotta. La competizione all’interno della specie è limitata dall’instaurarsi di dinamiche sociali più articolate, ad esempio la territorialità, ed emergono comportamenti sociali e collaborativi. La rete di interazioni più fitta aumenta la stabilità del sistema nel suo complesso, e la numerosità della popolazione non è soggetta a picchi e crolli, ma oscilla intorno a un punto di equilibrio che dipende dalla capacità portante dell’ecosistema.

Le due strategie hanno maggiore o minor successo in relazione alle caratteristiche dell’ambiente: in situazioni instabili (ad esempio, gli estuari dei fiumi), caratterizzate da ampie oscillazioni delle condizioni ambientali, sono avvantaggiate le specie r; in ecosistemi maturi e più produttivi (ad esempio la foresta equatoriale) sono le specie K a prevalere.

Comportamenti collaborativi, alto livello di interazioni, trasmissione culturale dei comportamenti, alto livello di diversità, sono fenomeni che si manifestano e possono prosperare solo in ambienti del secondo tipo, perché gli ambienti di primo tipo sono intrinsecamente troppo poco stabili per consentire il consolidamento dei rapporti.

Se analizziamo il mercato come un ecosistema, vediamo che anche qui esistono strategie competitive diverse, che hanno successo in contesti diversi. Nelle situazioni instabili prevalgono le strategie “tutto e subito”, che privilegiano quantità, basso investimento individuale, opportunismo e velocità. Man mano che ci si sposta verso situazioni più “mature”, diventa più vantaggioso adottare una strategia K, basata su un uso equilibrato delle risorse in grado di manterle nel tempo, e su “pochi progetti ma ben curati”.

A questo punto, ciascuno può valutare che tipo di strategia competitiva gli si addice di più, e scegliere, di conseguenza, in quale tipo di ambiente muoversi. Per garantirsi il successo, occorrerà però non solo competere all’interno del proprio ambiente, ma anche lavorare – insieme agli altri attori del proprio ecosistema – per mantenere in salute l’ambiente stesso, evitando che venga scalzato da ecosistemi concorrenti.

Infatti anche gli ecosistemi in un certo senso competono fra loro: le dune tendono ad avanzare sulla spiaggia, e sono incalzate alle spalle dalla macchia mediterranea e dalla pineta; la foresta matura soffre dell’assedio delle piantagioni; il bosco si riappropria gradualmente dei pascoli abbandonati.

Salvaguardare il proprio ecosistema è particolarmente importante per chi adotta una strategia K, dato che gli ambienti ad alto livello di complessità dipendono da condizioni di equilibrio e stabilità, e soffrono in modo anche drammatico di eventi di degrado che rompano questo equilibrio; richiedono quindi una manutenzione costante e amorevole.

per una nuova ecologia della comunicazione #3

La buona comunicazione è utile nella misura in cui sono buoni il prodotto e il servizio che stiamo proponendo. Le persone non si metteranno a parlare di quanto sia buona o cattiva la vostra comunicazione, ma certamente parleranno di quanto sono soddisfatti o insoddisfatti di voi.

Se vi occupate di comunicazione per lavoro, è possibile che abbiate la tendenza a ignorare questa realtà, perché spesso vi trovate a discutere di comunicazione con altre persone che, come voi, lavorano in questo settore. Ma rifletteteci bene, e capirete che questa è solo in apparenza un’eccezione alla regola. Infatti, neppure voi o i vostri colleghi scegliete di acquistare un prodotto o servizio scadente solo perché è “ben comunicato”.

Tuttavia, se si offre un buon prodotto o servizio, comunicare in modo aperto e trasparente, offrire chiarezza e informazioni, e mettere a proprio agio le persone curando ambienti, testi, confezioni, migliorerà l’esperienza che le persone hanno usando il prodotto o il servizio, e aiuterà a creare un rapporto ricco e gratificante per tutti.

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