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Perché voterò Matteo Renzi

Fra due settimane ci saranno le primarie del centrosinistra: no, non sono “le primarie del PD”,  anche se in giro trovo diverse persone convinte che per votare occorra essere iscritti al partito, segno che la pretesa del PD di stabilirne regole e governarne l’organizzazione è un danno prima di tutto per la partecipazione democratica.

Come è noto a chi mi frequenta, online e offline, non solo voterò Matteo Renzi (e ne ho finanziato la campagna versando un contributo sul sito Adesso! Partecipo), ma sto cercando di dare una mano al comitato ravennate che sostiene la sua candidatura: e lavorerò in tutti i modi perché sia Renzi il candidato premier alle elezioni politiche del 2013.

E, lo dico chiaramente, se non sarà Renzi a vincere queste primarie, io non voterò il PD di Bersani, e, in mancanza di qualche novità rilevante che faccia emergere dalla melma partitica attuale una proposta realmente nuova e seria, per la prima volta nella mia vita, nel mio trentesimo anno da elettrice (tutto speso a sinistra, passando dal PCI ai DS all’Ulivo al PD) il mio voto non andrà a nessuno.

Voto Renzi perché è l’unico che riesce a parlare (ancora?) in un linguaggio umano: ha spazzato via il politichese, con la stessa allegra noncuranza con cui io mi rifiuto di adattarmi all’aziendalese o al gergo del marketing. Tuttavia, ho la pretesa di non confondere lo stile coi contenuti: anche Berlusconi non parlava da politico, ma i suoi erano discorsi da cumenda arrembante con una visione del mondo ferma agli anni ’50 (le barzellette sulle segretarie), non da uomo del XXI secolo, abituato a confrontarsi in modo diretto anche online. Quindi, mi piace come Renzi dice le cose che dice, ma soprattutto mi piacciono le cose che dice.

Voto Renzi perché dichiara che il suo non è un mandato a vita: vuole provarci come presidente del consiglio, ma, se non dovesse vincere, tornerà a fare il sindaco di Firenze e poi, al termine del suo mandato, si metterà a lavorare “nel privato”. In un paese in cui si fa carriera politica restando pervicacemente attaccati al proprio scranno locale a costruirsi le alleanze che ti pagheranno lo stipendio futuro in qualche ente o azienda amica (lo spiega benissimo il sindaco di Forlì Roberto Balzani in Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco) questa è una dichiarazione rivoluzionaria.

Voto Renzi perché il suo programma è leggibile e concreto:

  • i parlamentari sono troppi e i partiti non sono enti pubblici: abolizione o riduzione drastica del finanziamento pubblico ai partiti, che si devono pagare coi contributi dei loro sostenitori (vedi Ritrovare la democrazia)
  • bisogna investire sulla scuola, partendo dall’edilizia scolastica (che, posso dirlo per esperienza diretta, è vergognosamente inadeguata) e riorganizzando la scuola sulla base della qualità della formazione che si dà ai ragazzi, non della salvaguardia delle graduatorie di anzianità (quindi: formazione continua dei docenti e selezione per merito, vedi Investire sugli italiani)
  • la crescita si favorisce partendo dalle piccole opere, quelle che incidono direttamente sulla qualità della vita e creano le condizioni per lo sviluppo: asili nido, banda larga, manutenzioni (vedi Un nuovo paradigma per lo sviluppo: partire dal basso smantellando le rendite)
  • bisogna ridurre la pressione fiscale, sia quella diretta, sia la tassa occulta dell’aberrante complicazione del sistema fiscale italiano, che costringe le persone e soprattutto le imprese a perdere tempo e risorse in misura spropositata rispetto a quanto avviene negli altri paesi (vedi Un fisco dalla parte di chi lavora e intraprende)
  • la pubblica amministrazione deve essere riorganizzata completamente, secondo meccanismi di trasparenza, semplificazione, digitalizzazione e adottando il criterio del merito e dell’efficienza (vedi Uno stato semplice dalla parte dei cittadini)
  • sulla sicurezza: accorpare le (troppe) forze di polizia, capire le dinamiche delle migrazioni per ridurne l’impatto sull’ordine pubblico, affrontare il problema della violenza sulle donne come problema di disuguaglianza e pregiudizi culturali, ripensare la Fini-Giovanardi introducendo forme di depenalizzazione: buonsenso allo stato puro, sapete quanto mi piace (vedi La garanzia della sicurezza)
  • cittadinanza per chi nasce in Italia: nel terzo millennio mi sembra sia ora di abbandonare lo ius sanguinis per passare allo ius solicivil partnership per gli omosessuali: per quanto mi riguarda, sono favorevole al matrimonio a prescindere dal sesso, ma preferisco di gran lunga una promessa concreta e verificabile rispetto al vago proposito di aprire un tavolo che va da Casini a Vendola e chiuderlo solo quando saranno tutti d’accordo (l’anno del mai il 36 d’agosto, si dice dalle mie parti); riconoscimento del fatto che le famiglie sono cambiate, e questo significa divorzio veloce, regole e diritti anche per le convivenze, norme civili per la fecondazione assistita; rivedere completamente la regolamentazione del diritto d’autore, perché non si può gestire il presente con norme scritte in un’epoca diversa (la sezione Diritti all’altezza dei tempi del programma è una delle mie preferite)

Il nostro paese ha grandi risorse ma deve cambiare completamente rotta, e l’unico modo per farlo è un imponente ricambio della classe politica degli ultimi decenni e un taglio netto con un sistema di governo e sottogoverno che ha premiato gli amici invece che i capaci.

La peggiocrazia di cui parla Zingales io l’ho vista all’opera da dentro, in anni in cui, lavorando in un’azienda “del sistema”, ho dovuto combattere ogni volta per scegliere i fornitori, i partner con cui collaborare, gli eventi a cui partecipare: a volte ho vinto, a volte ho perso, e alla fine, stanca dei rospi che mi venivano messi nel piatto, ho deciso di tornare libera, dato che ero convinta (a ragione) di non lavorare grazie a una tessera (che non ho mai preso) ma per capacità ed esperienza.

Quando Matteo Renzi dice che nella sua squadra non metterà quelli più fedeli ma quelli più bravi, quando rivendica orgogliosamente come eredità che gli ha lasciato l’esperienza scout la voglia di giocare e di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato, quando da sindaco informa i suoi cittadini in modo diretto e veloce (come oggi si può fare ed è un crimine non farlo, ne scrissi a febbraio riguardo alla gestione dell’emergenza neve), io mi ci ritrovo: posso non essere d’accordo col 100% delle sue affermazioni (e ci mancherebbe!), ma riconosco in lui un uomo del nostro tempo, e penso sia il momento di far guidare il paese a uno che ha dieci anni meno di me. Adesso!

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Il tappo del serbatoio e lo stato corrente della morale in Italia

La scorsa settimana ho comprato e letto in un pomeriggio “La libertà dei servi” di Maurizio Viroli, professore ordinario di Teoria politica all’Università di Princeton. Un’analisi spietata della storia passata e recente d’Italia, che mostra come nel nostro paese la demagogia abbia la meglio sulla democrazia matura, e i cortigiani siano largamente maggioritari rispetto agli uomini liberi. Cito Viroli:

Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile. L’analfabetismo morale ha raggiunto proporzioni allarmanti, forse più di quello letterario. Evidenti errori di ragionamento – “ma lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io?”; “ha violato le leggi, ma ha fatto anche del bene”; “è corrotto, ma è anche simpatico”; “non ha alcuna integrità, ma è intelligente”, e via di questo passo – sono diventati luoghi comuni. […] Siffatto modo di ragionare, si fa per dire, nasce dall’evidente intento di giustificare la violazione delle regole per potere essere poi trattati in analoghe circostanze con analoga benevolenza. Con l’ovvia conseguenza che i disonesti sono premiati e circondati da approvazione e gli onesti puniti e circondati da disapprovazione e spesso da malcelato disprezzo.

Le parole di Viroli mi sono tornate in mente sabato mattina, mentre facevo il rifornimento di metano. Quest’estate, durante l’ultimo pieno fatto a Brunico, l’omino del distributore ha appoggiato il tappo del serbatoio della Multipla non sul tetto dell’auto, come fanno i bravi omini, ma di fianco all’erogatore, dimenticandosi poi di rimetterlo. Se n’è accorto l’addetto al pieno successivo, purtroppo per noi sulla strada di casa (a metà della Statale Romea); ci ha avvisati, e ci ha detto che non era un problema grave perché comunque il tappo è pressoché inutile (ci pensa la valvola a tenere il gas dentro). Però io ogni tanto ci penso, al mio tappo, e mi dico che forse dovrei ricomprarlo.

Ieri mattina, mentre pagavo il pieno, ho chiesto all’addetto del distributore “dove posso comprarne uno nuovo?” Lui si è messo a ridere, e mi ha detto “semplice: parcheggi vicino a un’altra Multipla, e glielo freghi”; alla mia faccia perplessa, ha aggiunto “ma lo sai quanto costa? capace che ci spendi 22-23 euro, per un tappo nuovo!”. Io gli ho detto che se devo mettermi a rubare per risparmiare 22 euro, sto anche senza, o aspetto di passare da uno sfasciacarrozze, e lui ha insistito “comunque va bene anche se è una Panda!”.

Qualche ora dopo ho raccontato l’episodio ad alcuni conoscenti, e uno di questi ha detto che lui avrebbe fatto proprio così, “tanto in Italia rubano tutti, c’è gente che ruba miliardi, e tu ti fai problemi per un tappo di serbatoio”.

Sì, un tappo è niente, e ciascuno, me compresa, ha i suoi peccati da discutere con la propria coscienza. Ma questo sostenere ad alta voce che si può fare, che ciascuno può a suo comodo ignorare le regole e fare come più gli conviene, è il carburante della nostra corsa verso l’imbarbarimento. È lo stesso atteggiamento che porta alcuni “consulenti fiscali” a dirmi, come fosse la cosa più normale del mondo, “tanto comunque un po’ di nero lo fai, no?” (più altri suggerimenti per procurarmi finti costi che non ho voglia di raccontare, né di seguire).

Non sono una santa, ma non voglio che mio figlio cresca con questa morale amorale: e voglio essere libera di denunciare chi ruba miliardi, senza che nessuno venga a dirmi “stai zitta tu, che, quando c’è stato da rubare un tappo di serbatoio, te lo sei messo in tasca”.

Io resto dell’idea di Viroli:

Sia detto una volta per tutte: persone che sragionano nel modo che ho descritto possono vivere soltanto da servi.

Se non ora, quando? Anche sempre

Sono anni che non vado in piazza a manifestare, e sono anche anni che mi tengo lontana dallo stanco rito dell’otto marzo, e mi impegno piuttosto per affermare il valore e la dignità delle donne in ogni gesto quotidiano – lavorare, parlare in pubblico, essere un certo tipo di madre.

Ma domani andrò anch’io: la misura è colma, e, per quanto poco possa servire, essere in tante e in tanti a dirlo qualche differenza la fa.

Conosco fior di donne in gamba, che lavorano seriamente, che creano sapere e ricchezza: sono stufa di vedere sui giornali e in tv solo veline svestite, giudicate per la misura delle loro tette e per la furbizia con cui la danno via.

Conosco uomini che collaborano alla pari con le donne, che sul lavoro le considerano in base al merito, e nella vita cercano compagne, non bambole di gomma: sono stufa di sentire battute stantìe (venite a investire in Italia che ci sono le belle segretarie, signorina si cerchi un marito ricco lei che è così carina), da parte di chi dovrebbe essere il primo ad aiutare il paese a crescere bene.

Il puritanesimo è l’ultimo dei miei problemi: personalmente, ritengo che fra adulti consenzienti tutto sia lecito, e non sarei contraria alla prostituzione legalizzata e tassata.

Ma non accetto che far la puttana sia diventato lo sbocco professionale “normale” e “consigliato” per le donne, quasi non fossimo capaci di fare altro. Se avessi una figlia, anche bellissima, le insegnerei ben altro; ho un figlio, e cerco ogni giorno di crescerlo con un’idea di donna che merita rispetto e si fa rispettare.

Qualcuno dirà che la penso così perché non sono abbastanza figa da vendermi: sono stanca anche di queste battute idiote, e tanto.

Domani vado in piazza anch’io, e non finisce certo qui.

2 agosto, io mi ricordo

Avevo 15 anni, e quel 2 agosto ero in Appennino, a fare insieme agli altri capisquadriglia del mio reparto scout il sopralluogo prima del campo estivo.

Mi ricordo di me che cammino nel verde, gli occhi sgranati, a chiedermi come fosse possibile, come fosse possibile anche questo.

Dalla stazione di Bologna c’ero passata, prima di allora, solo poche volte, di cui una in compagnia di una mia amica, un anno più giovane di me; ma quasi tutti i nostri amici più grandi (e i capi scout del nostro reparto) studiavano all’università lì, e l’idea che in quel luogo così comune delle loro e nostre vite fosse scoppiata una bomba, fossero morte ottanta persone, e duecento ferite, non riuscivamo a metterla da nessuna parte.

Da allora, per quella stazione ci sarò passata cinquecento volte almeno, e lo squarcio nella parete non smette ancora di ammutolirmi. Qualche mese fa, mentre aspettavo un treno, ho visto un gruppo di turisti francesi, saranno stati una trentina, che si erano fermati a leggere e fotografare la lapide. “c’est l’histoire de l’Italie” mi ha spiegato con un sorriso uno di loro, e gliene sono stata grata.

La memoria si trasmette, almeno un po’. Io la strage di Bologna me la ricordo per sempre, e in qualche modo mi ricordo anche della partigiana Iris Corbari impiccata ai lampioni di piazza Saffi a Forlì insieme ai suoi compagni, mia madre bambina che la intravede passando, mio nonno che cerca di coprirle lo sguardo con la mano. “c’est l’histoire de l’Italie”

il triste destino dei commons

Annunciata con largo anticipo, e del resto largamente prevedibile a fine dicembre, è arrivata la neve anche a Ravenna. Non si parla di nevicate epocali, tipo quella del ’95 che seppelì la Pianura Padana sotto un metro di neve, ma di un’intensa nevicata, durata alcune ore e seguita da un’ondata di freddo.

I primi fiocchi hanno iniziato a cadere venerdì sera, e sabato mattina tutti ci siamo svegliati con la città imbiancata. Visto che io e l’ing. eravamo a casa da soli (Guido aveva dormito dai nonni, perché il programma della serata prima, andato a monte causa neve, prevedeva un’uscita mondana), siamo scesi di sotto e, in poco più di un’ora di lavoro, abbiamo spalato tutta la rampa che porta ai garages del condominio, il marciapiede davanti a casa e il vialetto d’accesso fra il cancellino pedonale e il portone. Nessuno dei nostri vicini di casa (abitiamo in un condominio di nove appartamenti) si è fatto vivo per darci una mano, e i due che sono rientrati in casa mentre stavamo finendo hanno fatto finta di niente.

Poi siamo andati a piedi a casa dei miei suoceri, che abitano a poco più di un chilometro da noi. La strada per arrivare da loro attraversa la periferia residenziale di Ravenna, in gran parte edificata a piccoli condomini e case mono o bifamiliari, una zona dove se parcheggi l’auto davanti a una casa che non è la tua il proprietario ti guarda storto. Con queste premesse, mi sarei aspettata di incontrare un sacco di formichine al lavoro, ciascuno a spalarsi il marciapiede davanti a casa: invece, sarà stato pulito un tratto su dieci.

Abbiamo perfino visto un signore che spalava la neve dal suo passo carraio, e, invece di ammucchiarla in un punto dove non desse fastidio, la buttava in mezzo alla carreggiata (suppongo dalla parte opposta alla direzione che prende lui quando esce di casa..)

Al ritorno, nel pomeriggio, i due metri di marciapiede che non eravamo riusciti a finire erano ancora innevati; così l’ing. è rimasto giù con Guido, e ha terminato il lavoro.

In compenso, il campione di paternalismo che amministra questa città ha emesso – di sabato mattina – un’ordinanza di chiusura di tutte le scuole per lunedì. Visto che nessuna delle previsioni meteo che ho consultato in questi giorni prevede nuove nevicate, mi sembra quantomeno esagerato dichiarare default dei servizi per otto centimetri di neve, a meno che il fine non sia quello di  mandare la gente a recuperare un po’ dello shopping natalizio saltato questo sabato.

Mi chiedo cosa faranno domani mattina i genitori che, sprovvisti di nonni a pieno servizio o semplicemente non raggiunti in tempo dalla notizia, arriveranno a scuola coi loro figli trovandola chiusa. Speriamo che prendano i bambini e vadano a spalare un po’.

pausa di riflessione

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

reclamare serve, a volte

Qualche tempo fa raccontavo in questo blog di aver scoperto che Poste Italiane non consegnava più i “plichi voluminosi” (leggi: libri acquistati su Amazon) a casa, adducendo varie scuse. La cosa mi aveva fatto imbestialire non poco, e l’avevo riportata all’ottimo servizio clienti di Amazon.

Ne avevo tratto varie considerazioni, in primis su come sia difficoltoso in questo paese dei cachi proporre servizi che altrove sono considerati normali, ma che qui trovano sulla loro strada ostacoli burocratici, carenze organizzative, infrastrutture ottocentesche, corporazioni, e via andare.

Ciononostante, a inizio di marzo ho acquistato altri libri online, perché se devo aspettare che arrivino tradotti e già vecchi in Italia, preferisco comunque andarmeli a prendere in posta.

E ieri, tornando a casa per il pranzo, ho trovato ad aspettarmi (abbandonato sulla buchetta della posta, che per fortuna è dentro al cortile, ma lasciamo perdere…) l’inconfondibile pacchetto di cartone marcato Amazon, con dentro “What would Google do?” e “Nudge”.

Mi piacerebbe sapere se questo improvviso cambio di rotta delle Poste sul livello di servizio da prestare ai clienti sia dovuto a proteste arrivate direttamente ai loro uffici reclami (io ho fatto una telefonata piuttosto agitata in merito), o al fatto che, dopo alcune segnalazioni come la mia, qualcuno in Amazon.uk ha ricordato a qualcuno in Deutsche Post di ricordare a qualcuno in Poste Italiane che le consegne a domicilio vanno intese “fino a casa del cliente”.

Nel dubbio, mi tengo i miei libri e per il momento mi placo.

concetti di base

Ma scusate, la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le 2000 persone elette con le primarie? Quella e’ gente vera, non virtuale.

(Dario Franceschini a Repubblica, oggi)

Non so quale stupida arroganza porti Franceschini a rilasciare certe dichiarazioni. La base qual è?

Dario, voglio darti una brutta notizia. Io ho un blog, e se ritieni per questo di snobbarmi e non considerarmi rappresentativa della base, pace. Però nell’ultima settimana ho parlato di PD con mia madre, mio marito, mia sorella, diversi amici e amiche. Nessuno di loro ha un blog, tutti alle ultime elezioni hanno votato PD, nessuno di loro vi voterà alle prossime, e le espressioni che più ricorrevano in queste chiacchierate erano “schifo, nausea, sconcerto, incazzatura, delusione, pena”.

Forse io non rappresento la base in quanto blogger, ma sicuramente la rappresento in quanto scoglionatissima ex-elettrice di un partito che ho sostenuto per tutta la sua storia, privatamente e pubblicamente.

Non so ancora (come molte delle persone che citavo prima) se alle prossime elezioni manifesterò questa delusione e incazzatura astenendomi, non andando a votare, votando Di Pietro o i radicali, annullando la scheda. Ma finché il PD sarà governato non dalla base, ma da questo vertice ottuso e fallimentare, non consideratemi più parte della base, grazie.

Post scriptum: ah, e nel frattempo ricominciate pure il gioco dei distinguo e del tenere insieme tutto e il suo contrario, specialmente su questioni tipo il testamento biologico su cui la base ha le idee chiarissime e ha dimostrato in mille maniere di averle. In fondo, perché prolungare l’agonia?

sia chiaro fin da ora

Dovesse mai capitarmi di finire in uno stato di coma dichiarato irreversibile dai medici, dichiaro per iscritto che non voglio essere salvata da nessuno, né preti, né politici, né cantanti, e che su questo non ho mai cambiato idea nel corso di tutta la mia vita.

Dovessi cambiarla, non mancherò di lasciarne testimonianza scritta, in assenza della quale tutti mi facciano il sacrosanto piacere di non immischiarsi nelle mie libere scelte.

chiamatelo pure servizio…

Nel pieno dello spleen di gennaio, non paga dell’orgia di saldi del 2, ho deciso di comperarmi anche un paio di libri su Amazon.uk, e, il 5 gennaio, ho fatto il mio ordine.

L’ultima volta che avevo comprato un libro lì, mi era arrivato a casa nel giro di una settimana scarsa, così il 10 ero già in fregola pregustando il piacere di aprire il pacchetto al ritorno dal lavoro. Invece, niente. Verso metà mese, sono andata nell’area Tracking Your Orders, e, vedendo una data di consegna attesa per il 12 gennaio, ho cominciato a innervosirmi.

Ho scritto un mail “where’s my stuff” dalla pagina di help, e, in poche ore, il cortesissimo servizio clienti di Amazon mi ha risposto, spiegandomi che effettivamente si era andati oltre i tempi di consegna normali, e che, in caso di ritardi particolarmente prolungati, si sarebbero fatti carico di tutte le loro responsabilità. Mi hanno chiesto cortesemente di pazientare fino al 20, e così ho fatto.

Il 20 sera, ancora niente. Così, il 21, ho riscritto, spiegando che purtroppo ancora non avevo ricevuto nulla. Tempo due ore dalla segnalazione, e mi hanno riscritto scusandosi di nuovo, e garantendo che, visto il mancato rispetto dei loro standard di servizio, mi avrebbero immediatamente inviato un nuovo pacco con i miei due libri. A ruota, è seguito l’avviso di spedizione.

Il giorno dopo (ieri) sono tornata a casa per pranzo, cosa che faccio di rado; nella buchetta, un avviso di Poste Italiane mi informava che c’era un pacco da andare a ritirare all’ufficio postale dal giorno seguente. Dato che sapevo che in casa c’era gente, sono salita su a passo da bersagliere, spinta anche dal roteare delle sfere, ho preso il telefono e ho chiamato per farmi spiegare perché, con tre persone in casa (anzi 4, contando anche Guido: Paolo, la zia che badava Guido, e la colf), il postino non si fosse sbucciato il dito a suonare alla porta per lasciare il pacco (già mi è successo in ufficio con delle raccomandate…).

E qui viene il bello: quella che mi ha risposto all’altro capo del telefono mi ha spiegato che il postino non aveva con sè il plico, perché trattavasi di “pacco voluminoso”, e questi non vengono più consegnati a casa. Ho chiesto se stava scherzando; no!, anzi, secondo lei questo era a maggior vantaggio del cliente, perché, se il postino si porta dietro il pacco e poi non trova nessuno, essendo il pacco voluminoso mica lo può lasciare fuori dalla buchetta, dove la pioggia potrebbe rovinarlo o qualcun altro potrebbe prenderlo.

Insomma, a quanto pare il servizio postale italiano non prevede più la copertura dell’ultimo miglio, se non per le lettere standard: questa è a carico dell’utente (user managed delivery?).

Suppongo che questa sia una novità dell’ultima ora, visto che, fino a prima di Natale, ho regolarmente ricevuto a casa pieghi di libri di dimensioni e peso anche maggiori di quello che oggi la santa zia è andata a prelevarmi alla posta (per evitare che io facessi una strage, visti gli urli che mi ha sentito fare al telefono).

Dopo questa e il ritorno di svariati biglietti di auguri natalizi per “indirizzo sconosciuto” (a indirizzi regolarmente esistenti, ovviamente), mi confermo nel proposito di usare il meno possibile gli scadenti servizi di Poste Italiane. Mi chiedo anche, se le Poste sono arrivate solo quarte nella classifica 2008 delle companies to incazz for, la situazione è veramente oltre il punto del non ritorno.

PS: ho naturalmente avvisato Amazon.uk dell’arrivo del primo pacco spiegando il problema,  garantendo che non accetterò il secondo recapito, e ringraziandoli per la cortesia ed efficienza, e ho ricevuto dopo cinque minuti un messaggio di risposta scritto da un essere umano, altrettanto gentile dei precedenti. Quando si dice “alti standard di servizio”..

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