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Pensieri a caldo di una scrutatrice renziana, il lunedì mattina

Ieri mi sono alzata alle 6 e nemmeno un’ora dopo pedalavo nella nebbia per andare ad aprire il mio seggio, il Ravenna 3 in via Landoni.

Per tutta la giornata (tranne un paio d’ore di cambio da parte di un’altra volontaria) sono stata al seggio, insieme a un’altra decina fra scrutatori e rappresentanti di lista. Alle otto di sera abbiamo chiuso (nessuno in coda fuori, anzi negli ultimi 5 minuti proprio nessuno), abbiamo ricontrollato il conteggio dei votanti (tenuto costantemente aggiornato durante il giorno), abbiamo aperto l’urna, contato i voti (Bersani 368 Tabacci 4 Puppato 10 Vendola 102 Renzi 326), trasmesso i dati, preparato e firmato i verbali, impacchettato tutto il materiale, rimesso a posto tavoli e sedie. Alle 22 avevamo chiuso tutto e ci siamo salutati; dopo circa 40 minuti a Ravenna si conoscevano già i risultati definitivi a livello provinciale.

Sto scrivendo questo post che è quasi l’una, i seggi sono chiusi da 17 ore, e ancora non si riesce a capire quale sia il numero esatto dei votanti, né le percentuali.

Sarà l’arretrato di sonno, sarà il lunedì mattina, ma io ho molti motivi di sconforto. Dato che non mi piace far finta, facciamo che li scrivo così magari facendoli uscire da me mi fanno un po’ meno male.

Il risultato nazionale

Nei comitati Renzi eravamo convinti che, col crescere dell’affluenza, ci sarebbe stato un testa a testa fra Renzi e Bersani, e invece con oltre 3 milioni di votanti ci sono vari punti di distacco. Sì lo so che domenica si riparte da 0 a 0, ma non facciamo finta, sarebbe stato meglio avere un primo tempo in pareggio.

Il risultato del Sud

Amici meridionali, vi sta bene l’esistente, oscillate fra la sicurezza dell’apparato bersaniano e l’utopia massimalista di Vendola, e nel frattempo non sapete nemmeno gestire decentemente un’operazione facile facile come dividere le schede in cinque mucchi. Sapete che c’è? ne ho le palle piene di farmi carico dei vostri problemi, oggi sono un po’ più secessionista di ieri, spenderò a Sud i soldi delle mie vacanze ma basta.

L’età media dei votanti

Al mio seggio – domenica prossima farò il conto esatto con le date di nascita degli elenchi – l’età media dei votanti secondo le mie stime superava i 60 anni.

Sono venuti a votare centinaia di anziani, alcuni portati apposta dai compagni di partito, ma la maggior parte sulle proprie gambe, ben contenti di esercitare il proprio diritto di scelta; poche decine di quarantenni e cinquantenni, ancor meno trentenni e ventenni, tre diciottenni al primo voto.

E non è che questo abbia favorito particolarmente Bersani rispetto a Renzi, anzi, è un 45% contro 40%, per Renzi un risultato migliore del nazionale. E non erano elettori di destra (per quanto idiota sia scandalizzarsi perché elettori di destra decidono che gli importa votare alle primarie del centrosinistra perché evidentemente valutano interessante una delle ipotesi di premiership che ne potrebbe uscire): anche se il mio seggio è in un quartiere ricco, la stragrande maggioranza di questa gente veniva salutata con affetto dagli altri scrutatori, era “gente nota”.

Del resto ai banchetti in piazza (non solo il nostro, anche quelli degli altri candidati) si fermavano quasi solo gli anziani; giovedì sera a sentire Renzi a Ravenna i più giovani erano i ragazzi del comitato (io fra loro la più vecchia), la platea era in gran parte coi capelli bianchi.

Ne deduco che ai giovani (alla stragrande maggioranza dei giovani) non gliene frega un cazzo del proprio futuro, o meglio aspettano che qualcuno glielo risolva, gli trovi un lavoro, gli passi la paghetta, gli passi il compito da copiare, ma nel frattempo loro non alzano nemmeno il culo dalla poltrona per venirti a dire come la pensano, cosa vorrebbero loro.

E non sto parlando del fatto che non votino Renzi (scelta lecita, ci mancherebbe), ma proprio del fatto che non votano e basta. La democrazia è una cosa per vecchi? Allora piantatela di lamentarvi per le scelte degli altri sulle vostre teste.

Ora mi farò un’altra settimana di campagna elettorale, perché non bisogna dar nulla per scontato e perché penso che davvero Renzi sia il miglior candidato possibile alla presidenza del Consiglio, ma stamattina mi sento una vecchia rompicoglioni, e la cosa migliore che mi sento di dire è che voglio far crescere mio figlio un po’ “hungry” perché impari a metterci anche del suo, se la vuole sfangare.

Perché voterò Matteo Renzi

Fra due settimane ci saranno le primarie del centrosinistra: no, non sono “le primarie del PD”,  anche se in giro trovo diverse persone convinte che per votare occorra essere iscritti al partito, segno che la pretesa del PD di stabilirne regole e governarne l’organizzazione è un danno prima di tutto per la partecipazione democratica.

Come è noto a chi mi frequenta, online e offline, non solo voterò Matteo Renzi (e ne ho finanziato la campagna versando un contributo sul sito Adesso! Partecipo), ma sto cercando di dare una mano al comitato ravennate che sostiene la sua candidatura: e lavorerò in tutti i modi perché sia Renzi il candidato premier alle elezioni politiche del 2013.

E, lo dico chiaramente, se non sarà Renzi a vincere queste primarie, io non voterò il PD di Bersani, e, in mancanza di qualche novità rilevante che faccia emergere dalla melma partitica attuale una proposta realmente nuova e seria, per la prima volta nella mia vita, nel mio trentesimo anno da elettrice (tutto speso a sinistra, passando dal PCI ai DS all’Ulivo al PD) il mio voto non andrà a nessuno.

Voto Renzi perché è l’unico che riesce a parlare (ancora?) in un linguaggio umano: ha spazzato via il politichese, con la stessa allegra noncuranza con cui io mi rifiuto di adattarmi all’aziendalese o al gergo del marketing. Tuttavia, ho la pretesa di non confondere lo stile coi contenuti: anche Berlusconi non parlava da politico, ma i suoi erano discorsi da cumenda arrembante con una visione del mondo ferma agli anni ’50 (le barzellette sulle segretarie), non da uomo del XXI secolo, abituato a confrontarsi in modo diretto anche online. Quindi, mi piace come Renzi dice le cose che dice, ma soprattutto mi piacciono le cose che dice.

Voto Renzi perché dichiara che il suo non è un mandato a vita: vuole provarci come presidente del consiglio, ma, se non dovesse vincere, tornerà a fare il sindaco di Firenze e poi, al termine del suo mandato, si metterà a lavorare “nel privato”. In un paese in cui si fa carriera politica restando pervicacemente attaccati al proprio scranno locale a costruirsi le alleanze che ti pagheranno lo stipendio futuro in qualche ente o azienda amica (lo spiega benissimo il sindaco di Forlì Roberto Balzani in Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco) questa è una dichiarazione rivoluzionaria.

Voto Renzi perché il suo programma è leggibile e concreto:

  • i parlamentari sono troppi e i partiti non sono enti pubblici: abolizione o riduzione drastica del finanziamento pubblico ai partiti, che si devono pagare coi contributi dei loro sostenitori (vedi Ritrovare la democrazia)
  • bisogna investire sulla scuola, partendo dall’edilizia scolastica (che, posso dirlo per esperienza diretta, è vergognosamente inadeguata) e riorganizzando la scuola sulla base della qualità della formazione che si dà ai ragazzi, non della salvaguardia delle graduatorie di anzianità (quindi: formazione continua dei docenti e selezione per merito, vedi Investire sugli italiani)
  • la crescita si favorisce partendo dalle piccole opere, quelle che incidono direttamente sulla qualità della vita e creano le condizioni per lo sviluppo: asili nido, banda larga, manutenzioni (vedi Un nuovo paradigma per lo sviluppo: partire dal basso smantellando le rendite)
  • bisogna ridurre la pressione fiscale, sia quella diretta, sia la tassa occulta dell’aberrante complicazione del sistema fiscale italiano, che costringe le persone e soprattutto le imprese a perdere tempo e risorse in misura spropositata rispetto a quanto avviene negli altri paesi (vedi Un fisco dalla parte di chi lavora e intraprende)
  • la pubblica amministrazione deve essere riorganizzata completamente, secondo meccanismi di trasparenza, semplificazione, digitalizzazione e adottando il criterio del merito e dell’efficienza (vedi Uno stato semplice dalla parte dei cittadini)
  • sulla sicurezza: accorpare le (troppe) forze di polizia, capire le dinamiche delle migrazioni per ridurne l’impatto sull’ordine pubblico, affrontare il problema della violenza sulle donne come problema di disuguaglianza e pregiudizi culturali, ripensare la Fini-Giovanardi introducendo forme di depenalizzazione: buonsenso allo stato puro, sapete quanto mi piace (vedi La garanzia della sicurezza)
  • cittadinanza per chi nasce in Italia: nel terzo millennio mi sembra sia ora di abbandonare lo ius sanguinis per passare allo ius solicivil partnership per gli omosessuali: per quanto mi riguarda, sono favorevole al matrimonio a prescindere dal sesso, ma preferisco di gran lunga una promessa concreta e verificabile rispetto al vago proposito di aprire un tavolo che va da Casini a Vendola e chiuderlo solo quando saranno tutti d’accordo (l’anno del mai il 36 d’agosto, si dice dalle mie parti); riconoscimento del fatto che le famiglie sono cambiate, e questo significa divorzio veloce, regole e diritti anche per le convivenze, norme civili per la fecondazione assistita; rivedere completamente la regolamentazione del diritto d’autore, perché non si può gestire il presente con norme scritte in un’epoca diversa (la sezione Diritti all’altezza dei tempi del programma è una delle mie preferite)

Il nostro paese ha grandi risorse ma deve cambiare completamente rotta, e l’unico modo per farlo è un imponente ricambio della classe politica degli ultimi decenni e un taglio netto con un sistema di governo e sottogoverno che ha premiato gli amici invece che i capaci.

La peggiocrazia di cui parla Zingales io l’ho vista all’opera da dentro, in anni in cui, lavorando in un’azienda “del sistema”, ho dovuto combattere ogni volta per scegliere i fornitori, i partner con cui collaborare, gli eventi a cui partecipare: a volte ho vinto, a volte ho perso, e alla fine, stanca dei rospi che mi venivano messi nel piatto, ho deciso di tornare libera, dato che ero convinta (a ragione) di non lavorare grazie a una tessera (che non ho mai preso) ma per capacità ed esperienza.

Quando Matteo Renzi dice che nella sua squadra non metterà quelli più fedeli ma quelli più bravi, quando rivendica orgogliosamente come eredità che gli ha lasciato l’esperienza scout la voglia di giocare e di lasciare il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato, quando da sindaco informa i suoi cittadini in modo diretto e veloce (come oggi si può fare ed è un crimine non farlo, ne scrissi a febbraio riguardo alla gestione dell’emergenza neve), io mi ci ritrovo: posso non essere d’accordo col 100% delle sue affermazioni (e ci mancherebbe!), ma riconosco in lui un uomo del nostro tempo, e penso sia il momento di far guidare il paese a uno che ha dieci anni meno di me. Adesso!

Segnali di speranza dal Rapporto Censis 2011

Sto leggendo il 45° Rapporto CENSIS sulla società italiana (registrandovi sul sito www.censis.it potete scaricarlo gratuitamente), e vi trovo, finalmente, alcuni elementi di speranza.

Nell’introduzione si parla di “rivincita della razionalità sull’emozione“:

Dopo anni in cui l’io si è risolto nell’appartenere a questa o a quella fazione, a questo o a quel gruppo, si avvertono i segnali di un’inversione di rotta. Come se gli individui, delusi dall’investimento sull’appartenenza, si stessero riprendendo la delega, anzi si stessero riprendendo la propria testa, il proprio pensiero autonomo sulla realtà. Si profila un’evoluzione “prosociale” del primato tutto italiano della persona.

CENSIS rileva anche la “stanchezza verso le tante forme di erosione delle regole, di rottura del rispetto della e nella comunità tramite azioni furbesche“, e registra la disponibilità del 57,3% degli italiani a “sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese ‒ anche se, di questi, quasi il 46% restringe la propria disponibilità ai soli casi eccezionali“.

Sembra cambiare, alla buon’ora!, l’atteggiamento nei confronti della politica:

“Gli eccessi del passato danno meno presa all’adesione per simpatia, per fascinazione, per carisma, per identificazione o per rivalsa. Si chiede una classe dirigente di specchiata onestà sia in pubblico sia in privato, si chiede che i leader siano illuminati da saggezza e consapevolezza, si chiede che siano preparati.”

Un paese affaticato, con una classe dirigente strutturalmente indebolita dalla sua composizione: “poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eclatante”; un paese che produce sempre meno, con un sistema scolastico che arranca e servizi che faticano non dico a raggiungere standard europei, ma anche a mantenere i livelli del passato.

Un paese che, dall’estero, non viene considerato affatto un buon posto dove venire a studiare o a fare business, ma continua a essere una destinazione di viaggio desiderata e idealizzata (se ne parlava anche a BTO2011, in particolare nel panel sul Country Brand Index), e possiede una grande ricchezza in termini di prodotti che sono “brand territoriali”.

E tuttavia un paese dove gli immigrati costituiscono una risorsa nuova e importante; le persone si riorganizzano in nuove reti di solidarietà e partecipazione; le reti di relazioni create dalla vicinanza, dall’associazionismo, dal volontariato, generano forme di aiuto e auto-aiuto; e le persone hanno voglia di ritrovarsi insieme, tanto che la partecipazione a eventi collettivi è in continuo aumento.

Non tutto è perduto per l’Italia?

Modesta preghiera sulla Norvegia

Leggo le cronache dell’ennesima strage partorita dal cervello di un integralista, e le uniche parole che mi vengono alla bocca sono quelle di una vecchia canzone di Guccini, Libera nos Domine.

Da tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore,
dai sacri sanfedisti e da quel loro odore,
dai pazzi giacobini e dal loro bruciore,
da visionari e martiri dell’ odio e del terrore,
da chi ti paradisa dicendo “è per amore”,
dai manichei che ti urlano “o con noi o traditore!”,
libera, libera, libera, libera nos Domine!

[…]

Da te, dalle tue immagini e dalla tua paura,
dai preti d’ ogni credo, da ogni loro impostura,
da inferni e paradisi, da una vita futura,
da utopie per lenire questa morte sicura,
da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura,
da fedeli invasati d’ ogni tipo e natura,
libera, libera, libera, libera nos Domine,
libera, libera, libera, libera nos Domine..

Il tappo del serbatoio e lo stato corrente della morale in Italia

La scorsa settimana ho comprato e letto in un pomeriggio “La libertà dei servi” di Maurizio Viroli, professore ordinario di Teoria politica all’Università di Princeton. Un’analisi spietata della storia passata e recente d’Italia, che mostra come nel nostro paese la demagogia abbia la meglio sulla democrazia matura, e i cortigiani siano largamente maggioritari rispetto agli uomini liberi. Cito Viroli:

Insegnare a ragionare su questioni morali è forse in Italia il più urgente impegno civile. L’analfabetismo morale ha raggiunto proporzioni allarmanti, forse più di quello letterario. Evidenti errori di ragionamento – “ma lo fanno tutti, perché non dovrei farlo anch’io?”; “ha violato le leggi, ma ha fatto anche del bene”; “è corrotto, ma è anche simpatico”; “non ha alcuna integrità, ma è intelligente”, e via di questo passo – sono diventati luoghi comuni. […] Siffatto modo di ragionare, si fa per dire, nasce dall’evidente intento di giustificare la violazione delle regole per potere essere poi trattati in analoghe circostanze con analoga benevolenza. Con l’ovvia conseguenza che i disonesti sono premiati e circondati da approvazione e gli onesti puniti e circondati da disapprovazione e spesso da malcelato disprezzo.

Le parole di Viroli mi sono tornate in mente sabato mattina, mentre facevo il rifornimento di metano. Quest’estate, durante l’ultimo pieno fatto a Brunico, l’omino del distributore ha appoggiato il tappo del serbatoio della Multipla non sul tetto dell’auto, come fanno i bravi omini, ma di fianco all’erogatore, dimenticandosi poi di rimetterlo. Se n’è accorto l’addetto al pieno successivo, purtroppo per noi sulla strada di casa (a metà della Statale Romea); ci ha avvisati, e ci ha detto che non era un problema grave perché comunque il tappo è pressoché inutile (ci pensa la valvola a tenere il gas dentro). Però io ogni tanto ci penso, al mio tappo, e mi dico che forse dovrei ricomprarlo.

Ieri mattina, mentre pagavo il pieno, ho chiesto all’addetto del distributore “dove posso comprarne uno nuovo?” Lui si è messo a ridere, e mi ha detto “semplice: parcheggi vicino a un’altra Multipla, e glielo freghi”; alla mia faccia perplessa, ha aggiunto “ma lo sai quanto costa? capace che ci spendi 22-23 euro, per un tappo nuovo!”. Io gli ho detto che se devo mettermi a rubare per risparmiare 22 euro, sto anche senza, o aspetto di passare da uno sfasciacarrozze, e lui ha insistito “comunque va bene anche se è una Panda!”.

Qualche ora dopo ho raccontato l’episodio ad alcuni conoscenti, e uno di questi ha detto che lui avrebbe fatto proprio così, “tanto in Italia rubano tutti, c’è gente che ruba miliardi, e tu ti fai problemi per un tappo di serbatoio”.

Sì, un tappo è niente, e ciascuno, me compresa, ha i suoi peccati da discutere con la propria coscienza. Ma questo sostenere ad alta voce che si può fare, che ciascuno può a suo comodo ignorare le regole e fare come più gli conviene, è il carburante della nostra corsa verso l’imbarbarimento. È lo stesso atteggiamento che porta alcuni “consulenti fiscali” a dirmi, come fosse la cosa più normale del mondo, “tanto comunque un po’ di nero lo fai, no?” (più altri suggerimenti per procurarmi finti costi che non ho voglia di raccontare, né di seguire).

Non sono una santa, ma non voglio che mio figlio cresca con questa morale amorale: e voglio essere libera di denunciare chi ruba miliardi, senza che nessuno venga a dirmi “stai zitta tu, che, quando c’è stato da rubare un tappo di serbatoio, te lo sei messo in tasca”.

Io resto dell’idea di Viroli:

Sia detto una volta per tutte: persone che sragionano nel modo che ho descritto possono vivere soltanto da servi.

Se non ora, quando? Anche sempre

Sono anni che non vado in piazza a manifestare, e sono anche anni che mi tengo lontana dallo stanco rito dell’otto marzo, e mi impegno piuttosto per affermare il valore e la dignità delle donne in ogni gesto quotidiano – lavorare, parlare in pubblico, essere un certo tipo di madre.

Ma domani andrò anch’io: la misura è colma, e, per quanto poco possa servire, essere in tante e in tanti a dirlo qualche differenza la fa.

Conosco fior di donne in gamba, che lavorano seriamente, che creano sapere e ricchezza: sono stufa di vedere sui giornali e in tv solo veline svestite, giudicate per la misura delle loro tette e per la furbizia con cui la danno via.

Conosco uomini che collaborano alla pari con le donne, che sul lavoro le considerano in base al merito, e nella vita cercano compagne, non bambole di gomma: sono stufa di sentire battute stantìe (venite a investire in Italia che ci sono le belle segretarie, signorina si cerchi un marito ricco lei che è così carina), da parte di chi dovrebbe essere il primo ad aiutare il paese a crescere bene.

Il puritanesimo è l’ultimo dei miei problemi: personalmente, ritengo che fra adulti consenzienti tutto sia lecito, e non sarei contraria alla prostituzione legalizzata e tassata.

Ma non accetto che far la puttana sia diventato lo sbocco professionale “normale” e “consigliato” per le donne, quasi non fossimo capaci di fare altro. Se avessi una figlia, anche bellissima, le insegnerei ben altro; ho un figlio, e cerco ogni giorno di crescerlo con un’idea di donna che merita rispetto e si fa rispettare.

Qualcuno dirà che la penso così perché non sono abbastanza figa da vendermi: sono stanca anche di queste battute idiote, e tanto.

Domani vado in piazza anch’io, e non finisce certo qui.

Chi tocca i fili muore

Leggo sulla Stampa online:
Sono in corso alcune perquisizioni nella sede de il Giornale e nelle abitazioni di alcuni giornalisti del quotidiano milanese. A quanto si è appreso i provvedimenti sono stati disposti dalla procura di Napoli nell’ambito di una inchiesta su presunte minacce, attraverso la raccolta di un dossier, nei confronti del presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, dopo che l’imprenditrice aveva formulato critiche nei confronti del Governo in alcune sue dichiarazioni.

2 agosto, io mi ricordo

Avevo 15 anni, e quel 2 agosto ero in Appennino, a fare insieme agli altri capisquadriglia del mio reparto scout il sopralluogo prima del campo estivo.

Mi ricordo di me che cammino nel verde, gli occhi sgranati, a chiedermi come fosse possibile, come fosse possibile anche questo.

Dalla stazione di Bologna c’ero passata, prima di allora, solo poche volte, di cui una in compagnia di una mia amica, un anno più giovane di me; ma quasi tutti i nostri amici più grandi (e i capi scout del nostro reparto) studiavano all’università lì, e l’idea che in quel luogo così comune delle loro e nostre vite fosse scoppiata una bomba, fossero morte ottanta persone, e duecento ferite, non riuscivamo a metterla da nessuna parte.

Da allora, per quella stazione ci sarò passata cinquecento volte almeno, e lo squarcio nella parete non smette ancora di ammutolirmi. Qualche mese fa, mentre aspettavo un treno, ho visto un gruppo di turisti francesi, saranno stati una trentina, che si erano fermati a leggere e fotografare la lapide. “c’est l’histoire de l’Italie” mi ha spiegato con un sorriso uno di loro, e gliene sono stata grata.

La memoria si trasmette, almeno un po’. Io la strage di Bologna me la ricordo per sempre, e in qualche modo mi ricordo anche della partigiana Iris Corbari impiccata ai lampioni di piazza Saffi a Forlì insieme ai suoi compagni, mia madre bambina che la intravede passando, mio nonno che cerca di coprirle lo sguardo con la mano. “c’est l’histoire de l’Italie”

la reputazione delle strutture sanitarie online su Pazienti.org

È in partenza il progetto Pazienti.org, community dedicata alla raccolta di feedback sulle esperienze delle persone all’interno delle strutture sanitarie. Le testimonianze dei pazienti, raccolte in forma anonima, vengono verificate nel caso contengano segnalazioni particolarmente gravi, usate per fornire alle strutture sanitarie un report sulla loro attività, e rese disponibili per aiutare altre persone a fare scelte migliori.

Il progetto è partner di PatientOpinion, impresa non profit inglese che dal 2006 raccoglie le storie dei pazienti e fornisce ad ospedali e cliniche inglesi un prezioso feedback per migliorare i propri servizi e il rapporto coi pazienti.

Il lancio, anche in Italia, di un servizio di questo tipo si deve principalmente all’impegno di Linnea Passaler, che, insieme a un piccolo gruppo di colleghe, sta lavorando da mesi per costruire un progetto che si propone l’ambizioso obiettivo di

generare dinamiche di miglioramento del servizio pubblico più importante, quello che si prende cura della vostra salute e del vostro futuro

In queste settimane Pazienti.org sta raccogliendo le prime storie, i racconti delle esperienze vissute all’interno delle strutture del SSN, che possano servire come nucleo del database di referenze e recensioni.

Quindi, se avete una storia da raccontare, è il momento di farlo.

In bocca al lupo ragazze!

cosa fa notizia in Italia

Premessa: chi mi conosce sa benissimo qual è il mio orientamento politico e può immaginare che, se io dovessi votare alle Regionali del Lazio, il mio voto andrebbe senza alcun dubbio o esitazione ad Emma Bonino, donna di cui stimo preparazione, impegno e grinta.

Apprezzo molto l’ultima iniziativa dei Radicali, presentata in prima persona dalla Bonino, di cui sono venuta a conoscenza grazie al blog di Nicola Mattina: l’archivio consultabile delle spese sostenute dalla Camera dei Deputati, con importo, fornitore e note sull’ordine.

Aggiungo però un paio di considerazioni.

Nel programma elettorale della Bonino, come citato da Nicola, leggo che

“Per aumentare la responsabilità del governo, promuovere una partecipazione informata dei cittadini e creare nuove opportunità economiche, sotto la presidenza di Emma Bonino, ogni agenzia dell’amministrazione regionale sarà obbligata a rendere disponibili su internet tutti i dati pubblici in suo possesso …”

Ora, programma o non programma, la trasparenza riguardo ai costi della Pubblica Amministrazione è già un obbligo di legge. Esiste infatti una “direttiva trasparenza per i siti della PA”, che, in applicazione dell’articolo 11 del dlgs 150/2009 (riforma Brunetta), chiede a tutte le PA di:

“creare sul sito istituzionale una apposita sezione denominata “Trasparenza, valutazione e merito”, di facile accesso e consultazione, ove pubblicare obbligatoriamente: il Programma triennale per la trasparenza e l’integrità e il relativo stato di attuazione, il Piano e la Relazione sulla performance, l’ammontare complessivo dei premi collegati alla performance stanziati e di quelli effettivamente distribuiti, l’analisi dei dati relativi al grado di differenziazione nell’utilizzo della premialità per i dirigenti e per i dipendenti, i nominativi e i curricula dei componenti degli Organismi Indipendenti di Valutazione e del responsabile delle funzioni di misurazione della performance, i curricula dei dirigenti e dei titolari di posizioni organizzative, le retribuzioni dei dirigenti con particolare riguardo alle componenti variabili e alla valutazione di risultato, i curricula e le retribuzioni di coloro che rivestono incarichi di indirizzo politico – amministrativo, gli incarichi conferiti a dipendenti pubblici e a soggetti privati, retribuiti e non retribuiti (art. 11, comma 8)”

Quindi, il programma della Bonino si potrebbe anche tradurre in “faremo rispettare una legge che esiste già”. Fatto non scontato in Italia, anzi forse rivoluzionario, ma per favore chiamiamo le cose col loro nome.

La seconda cosa che mi sconvolge è che, per ottenere i dati di spese della Camera dei Deputati, sia stata necessaria una battaglia lunga tre mesi culminata in uno sciopero della fame. Ripeto: per ottenere da chi fa le leggi il rispetto delle leggi. Questo non è un paese civile.

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