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pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Il mese dei sensi di colpa, da uccidere

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Di solito non mi succede, ma in questi giorni viaggio in pena, coi cani dei sensi di colpa che mi mordono i polpacci.

Molte cose che vanno bene, benissimo, molto viaggiare che mi apre il cuore e i pensieri e mi fa bene, molti incontri e occasioni. E, a fianco di tutto questo, i mille pensieri che mi vengono quando osservo mio figlio, e mi sento ribollire dentro pensieri e sentimenti opposti.

Da una parte ne sono innamorata e fiera; dall’altra, quando mi scontro con la sua testardaggine, con certe pigrizie, con le scuse che accampa per non fare o rimandare, gli spaccherei la testa a mazzate, per vedere cosa c’è dentro.

In certi momenti penso di essermi presa un impegno troppo grande facendo un bambino: forse, per come sono fatta io, che amo varare i progetti e farli navigare da soli appena sono in grado di stare in piedi, un figlio è un impegno troppo a lungo termine, troppo definitivo, troppo esigente. So anche che questa esperienza mi ha fatto imparare cose di me e della vita che altrimenti mai avrei capito, e che in qualche modo anch’io, come tanti genitori imperfetti, posso trovare una mia strada ogni giorno.

Questo inizio di anno scolastico è stato molto faticoso; è coinciso con due mesi in cui sono stata spesso via, e, per quanto l’ingegnere sia nel primo percentile dei padri presenti e affidabili, ci sono state forse troppe ore-nonni, o troppe poche ore-mamma. Sì, è importante la qualità del tempo speso insieme, certo, però è capitato che tornassi a casa stanca, e probabilmente molto del poco tempo passato insieme è stato tempo di stanchezza e di impazienza.

Fatto sta che ci siamo trovati a metà ottobre in mezzo ai litigi, ai pomeriggi di tortura coi compiti, all’escalation dei ricatti, alle litigate mattutine per arrivare in tempo a scuola. Sono ripartita col magone, mi porto dietro il magone da settimane, e non l’ho ancora smaltito tutto.

A un certo punto, dopo la crisi peggiore, ho deciso di darmi una calmata e di abbassare l’asticella, a me e a lui. Mi sono riaperta un credito di pazienza e ho deciso di lasciar da parte un po’ di impegni, almeno per un po’. Sta funzionando, anche se è faticoso. Stiamo facendo pace, e stiamo trovando alcuni piccoli trucchi per non litigare e per divertirci insieme. Siamo un po’ meno agitati, e un po’ alla volta certi eccessi e certe ribellioni rientrano, ed esce fuori di nuovo il bambino meraviglioso che è Guido.

In background mi disturbano altri sensi di colpa: la scrittura del libro che va a rilento, la rinuncia a partecipare ad alcuni eventi a cui avrei voluto contribuire (i primi che mi vengono in mente: gli incontri su Agenda Digitale Ravenna, la Leopolda questo weekend, le Ravenna Future Lessons in cui sono riuscita solo a fare un passaggio veloce per salutare gli amici), gli arretrati di lettura… e anche la consapevolezza chiarissima di non essere fatta per fare la madre a tempo pieno (“There is nothing more boring for an intelligent woman than to spend endless amounts of time with small children. I felt I wasn’t the best person to bring them up. I would have ended up an alcoholic or a frustrated intellectual like my mother” – grazie Sara per la citazione di Doris Lessing).

Ne verrò fuori, un passo dopo l’altro, troveremo una strada. Riuscirò anche ad ammazzare questi sensi di colpa, ne scrivo per farli arretrare, non mi servite a niente, succhiasangue che non siete altro. Ho bisogno di energia, di vita, di passione, ho bisogno di dormire bene, ho bisogno di ridere di cazzate e di sentire che sto facendo qualcosa di buono. Non ho il fisico per il costume da Wonderwoman.

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6 pensieri su “Il mese dei sensi di colpa, da uccidere

  1. Stefano in ha detto:

    [Sometimes] Less is more. Come hai ben scritto tu, il segreto sta tutto nel posizionare l’asticella all’altezza giusta. Fosse facile!

  2. Cara Alessandra, le mamme come te o come me, ovvero quelle che abbiamo una passione e un lavoro (che a volte coincidono), siamo sempre in precario equilibrio. Da una parte il bisogno di coltivarci e di far crescere i nostri progetti, dall’altra quello di far crescere i nostri figli e dar loro i mezzi per coltivarsi. L’equilibrio è precario perché ci sono tante cose in gioco, il giorno ha sempre le solite 24 ore, e ogni tanto i figli hanno bisogno di una cura extra.
    Quando siamo stressate o in ansia o affaticate, cerchiamo un tempo e uno spazio per coccolarci e prenderci cura di noi (un viaggio, un pomeriggio di non fare niente, un giorno in una spa, boh). Quando i bambini sono stressati o in ansia o affaticati, oh, sorpresa, non possono arrangiarsi da soli, non hanno meccanismi autoregolatori. Non sono ironica, davvero mi è successo di sorprendermi per questa cosa! Ahimè, in situazioni di questo genere entriamo in gioco noi. Anche perché se non ci siamo in nei momenti critici, che ci stiamo a fare?
    Ho fatto la pace con la mia voglia di strafare, che puntualmente mi portava a crollare, proprio ripensando al ruolo dei genitori: per la logistica (cibo, vestiti, pulizia di casa) basta un/una colf, per i compiti potrebbe bastare anche una brava babysitter, per il sostegno emotivo non è possibile delegare.
    Mi è successo l’anno scorso, con la mia bimba più piccola che era in totale crisi con la scuola, con l’autostima a terra e il terrore di esporsi, voti bassissimi, il momento dei compiti da tragedia greca (rimaneva bloccata, paralizzata davanti ai quaderni). Ho dovuto mollare il corso di teatro che stavo facendo, non tanto per una questione di orari ma di energia a disposizione. Tra il lavoro e la bimba non mi rimaneva granché. Alla fine con la bimba ho applicato la terapia degli abbracci e infinita pazienza e le cose sono migliorate. Anche quest’anno, però, ho visto che ci sarà parecchio lavoro da fare, quindi anche quest’anno non mi sono iscritta a teatro. Pazienza, lo farò l’anno prossimo. So che se la piccola fosse sempre in difficoltà io sarei sempre più angosciata e non riuscirei a godermi nemmeno il mio momento di teatro.
    Traduzione: se per un po’ rinunci ad alcune delle tue attività, potrai seguire più da vicino tuo figlio (come infatti sta avvenendo) e un po’ alla volta starà meglio lui e quindi starai meglio tu, più tranquilla. Tu stai già facendo “qualcosa di buono”, anzi qualcosa di straordinario: stai ascoltando un piccolo essere che non ha i mezzi per dire le cose esplicitamente, stai rallentando in un mondo che corre in continuazione. Cogli l’occasione per guardare le cose da un altro punto di vista, per fare una cernita più severa delle attività che realmente meritano la tua attenzione, la tua dedizione.
    Non è facile e a volte la frustrazione è forte, ma ce la farai benissimo. Fidati (di te).
    Un abbraccio forte!

  3. Bel post, e ancor miglior commento di Marielo, imho. Le cose giuste, per quanto ne capisco io son già state dette🙂

  4. Grazie per il post, davvero bello. L’unica cosa che voglio dire, a costo di sembrare un bigotto rompiballe, riguarda quel “non sono fatta per fare la madre a tempo pieno”.

    Forse è banale, ma quando lo ricordo a mia moglie a lei è molto di aiuto: per Guido sei la miglior mamma possibile sulla faccia della terra, anche solo per il fatto che sei insostituibile.
    🙂

  5. Pingback: La cura | Exploradora

  6. Pingback: Ci vuole di più, costa di più e #bastalagne | Alessandra Farabegoli

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