alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

il meglio è nemico del bene

Una nostra collaboratrice a progetto quest’estate ha avuto un figlio. Quando mi ha detto di essere incinta, le ho fatto i complimenti e, un po’ prima che stesse a casa, mi sono informata dai nostri consulenti del lavoro su come vengono gestite le maternità nei contratti a progetto.

La mia consulente mi ha detto più o meno “vai tranquilla, tu proroghi la scadenza contratto di cinque mesi, e in quel periodo l’INPS paga alla ragazza l’80% del compenso. Quando lei rientra, tutto riprende come al solito”. Visto che a me (che sono dipendente) durante la maternità lo stipendio veniva pagato per intero, le ho chiesto “e il resto, il 20% di competenza del datore di lavoro, ci pensi tu con le buste paga, vero?”. Mi ha guardata strana, perché non le era mai capitato che qualcuno volesse fare l’integrazione per una coPro, e mi ha spiegato che il 20% non è dovuto, in realtà neppure alle dipendenti, anche se è uso quasi universale che le dipendenti lo ricevano; però, per i contratti a progetto… Le ho chiarito che noi volevamo trattare le maternità coPro come le altre, e abbiamo chiuso lì.

Comunque, io ero tranquilla, e ho detto alla mia collaboratrice che stesse tranquilla anche lei. Dopo un po’, la mia consulente del lavoro mi ha detto che noi l’integrazione avremmo fatto meglio a pagarla “fuori” dal periodo di maternità, per non ingenerare equivoci sul fatto che nei cinque mesi lei sarebbe stata effettivamente a casa. Io ho detto che per me, come si doveva fare si facesse, e ho informato la mia collaboratrice. La quale però, dopo aver parlato con un’impiegata INPS, ci ha riferito che all’INPS le avevano detto l’esatto contrario, e che noi avremmo dovuto fare le buste paga al 20% per la parte che ci riguardava, e nel frattempo l’INPS le avrebbe pagato l’80% restante. Visto che non ho intenzione di diventare un’esperta di buste paga (di lavori ne ho già abbastanza), ho ribadito che per me bastava che le cose fossero fatte secondo leggi e regole, rispettando la sostanza degli accordi.

E quindi, così abbiamo fatto, anzi per esattezza così hanno fatto i nostri consulenti del personale, emettendo le buste paga tutti i mesi.

Dopo un po’ però all’INPS hanno cambiato idea, e se ne sono usciti fuori sostenendo che, se noi pagavamo un compenso (sia pure del 20% dell’importo di contratto), questo non poteva che significare una cosa: la collaboratrice stava lavorando, e, di conseguenza, non aveva nessun diritto alla maternità. In ragione di questo assunto, l’INPS ha minacciato di chiederle la restituzione dell’80% versato nei primi mesi, e ha bloccato i pagamenti per i prossimi mesi.

La nostra consulente del lavoro, con molta pazienza, ha scritto alcuni giorni fa una lettera piuttosto decisa di richiesta di chiarimenti, ma ancora non ha avuto risposta.

Pare che, decidendo di trattare una collaboratrice a progetto secondo criteri minimamente etici, si incorra in un caso non previsto, una specie di Comma22 della gestione risorse umane.

Non ho più la forza di incazzarmi per queste cose, davvero ne ho piene le scatole di questo paese dei cachi.

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14 pensieri su “il meglio è nemico del bene

  1. Terrificante è la constatazione che il comportarsi in maniera umana sia diventato ormai un imprevisto, un dente storto dell’ingranaggio.
    (e noi ancora ce ne stupiamo, inguaribili, siamo)

  2. Pingback: Da leggere | Luca Sartoni

  3. Pingback: 30 seconds to Tambu · Non può che peggiorare - 5

  4. L’incertezza e l’arbitrarietà delle regole, purtroppo, sono sempre di più un deterrente anche per gli investimenti dall’estero. Siamo in fondo alle classifiche di FDI in Europa, e l’opacità della nostra burocrazia è uno dei fattori chiave che scoraggiano gli imprenditori esteri dall’investire in Italia. Tutto questo contribuisce a un circolo vizioso di mancanza di concorrenza, poche opportunità per i giovani, e depauperamento complessivo del Paese.

  5. In questo paese, la correttezza è uno svantaggio competitivo, infatti.

  6. Sono le assurdità che caratterizzano il nostro fantastico paese. Ci si può impegnare tentando di fare del proprio meglio, ma anche volendo non c’è soluzione: qualcosa andrà sempre storto.

  7. michelemarino in ha detto:

    Le regole ci sono.. è che fanno un po’ schifo.. specie quelle del lavoro a progetto. In particolare:

    1. La gravidanza, la malattia e l’infortunio del collaboratore a progetto non comportano l’estinzione del rapporto contrattuale, che rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo.

    e ancora:

    3. In caso di gravidanza, la durata del rapporto e’ prorogata per un periodo di centottanta giorni, salva piu’ favorevole disposizione del contratto individuale.

    Questi sono due commi dell’art.66 del d.lgs. 276/2003 (la legge dell’ultima riforma del lavoro).

    Nel lavoro a progetto il datore di lavoro non è un datore di lavoro e il dipendente non è un dipendente.
    Si chiamano, rispettivamente, “committente” e “collaboratore”.
    Sono definizioni sottili, lo so. Ma questo è il diritto.
    Un collaboratore non è un lavoratore subordinato. Ma autonomo.
    Come un idraulico che viene a casa nostra per riparare le tubature dell’intero apartamento. Pagheremmo mai un idraulico anche per il tempo in cui non lavora?
    E un committente che paga il suo collaboratore anche quando questo non lavora rischia di ingenerare l’idea che quel rapporto non sia a progetto bensì subordinato: quindi dovrebbero applicarsi tutta un’altra serie di norme molto più restrittive e protettive per il lavoratore.

    Ecco perchè sarebbe stato meglio pagarla fuori dal periodo di maternità. Per non rischiare.

    Per non rischiare che la bontà ci travolga. Che bel mondo!

    ciao, mick

  8. michelemarino in ha detto:

    …miiii.. che sembro antipatico in questa risposta!!
    …sembro che voglio fare la lezioncina!!!
    non era questa la mia intenzione… 😀
    mick

  9. Grazie Michele della puntualizzazione, hai ragione e infatti io non parlo, in questo caso, di dipendente, che non lo è, ma di collaboratrice. Permettimi comunque che una partita IVA è diversa da un contratto a progetto, nella forma e nella sostanza.

    Il problema è che la vulgata corrente sulla legge Biagi & C dice, al contrario, che “la maternità delle collaboratrici a progetto è tutelata come quella delle dipendenti”. Beh, insomma, l’80% non è proprio come il 100%. Sarebbe più corretto dire “quasi come”.

    L’altro problema è che è stata l’INPS di Ravenna, nella persona di una sua impiegata, a indurci in errore, dando istruzioni che poi si sono rivelate non corrette. Salvo poi rimangiarsele. Permettetemi, quando leggo che in questi giorni i dipendenti INPS hanno scioperato, di incazzarmi un po’.

    L’altro problema che io rilevo tutti i giorni è che da una parte il legislatore mi dice le cose di cui sopra e che tu mi riporti, e dall’altra pretende da me degli adempimenti che in tutto e per tutto riconducono il rapporto, anche autonomo, alla sostanzialità dei dipendenti: per dire, il TUIR sulla sicurezza nella sua ultima versione ci ha obbligati a far fare le visite mediche periodiche non solo ai collaboratori a progetto, ma perfino allo studente che sta facendo la tesi da noi!! E io, che sono cogliona, ho mandato tutti a fare le visite mediche, invece di fregarmene.

    Nella prossima vita, apro un’impresa edile e la mando avanti mandando i clandestini a schiantarsi giù dalle impalcature.

  10. michelemarino in ha detto:

    …il quasi, in realtà, ce l’hanno messo…. ma è scritto in modo che non risulti subito evidente (perchè sono dei geni!!! non abbiamo capito questo! quelli che scrivono le leggi sono intellettuali di alta categoria)…

    Da un lato dicono che la tutela della maternita’ deve avvenire nelle forme e con le modalita’ previste per il lavoro dipendente. Ma poi pensano bene di specificare che tale estensione e’ disciplinata nei limiti delle risorse rinvenienti dallo specifico gettito contributivo.
    Quindi si possono permettere di fare tutti i distinguo che vogliono.

    Il paradosso nel lavoro a progetto sta proprio in quello che dici tu, nell’ambiguità di questa forma di lavoro… la parasubordinazione… che parola ingegnosa!

    Per la prossima vita: la casa me la fai tu? se tutto in nero si risparmia. sigh!

    salut, mick

  11. Veronica in ha detto:

    Essendo l’oggetto del contendere vorrei aggiungere alcune cose:
    se il co.co.pro. è equiparato al dipendente per la malattia e per la maternità allora è vero anche che l’azienda deve essere libera di decidere se integrare il 20% o meno senza problemi di sorta al co.co.pro. così come farebbe con un dipendente. Giusto il paragone con l’idraulico con l’unica differenza che un co.co.pro. nella maggior parte dei casi ha un costo orario di gran lunga inferiore a quello di un idraulico…
    Qui il problema non è se l’azienda ha fatto bene o meno (e alla luce degli ultimi fatti mi viene da dire che abbiamo fatto malissimo 😉 )piuttosto che si usano due pesi e due misure. Se è l’Inps a dovere pagare fa le pulci a tutto ma se è l’azienda allora chi se ne importa…se si sbagliano affari loro.
    Dal canto mio ho il mio bel da fare ormai da mesi a presentare all’Inps documenti già presentati in precedenza e che spariscono nei meandri dei loro uffici per essere poi presi come pretesto ogni mese per non versare quanto dovuto. E non dico cosa ho dovuto fare per potere posticipare il congedo di un mese!
    La cosa preoccupante, a mio avviso, è che non solo si scoraggia l’azienda a fare le cose fatte bene – fatto di per se già gravissimo – ma si mina anche la voglia del dipendente/collaboratore di lavorare!E non credo che in Italia in questo momento ce lo possiamo permettere!

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