disgelo e buoni propositi per l’avvenire
2 luglio 2008
Grazie Monica e Paola. “Progetti privati di breve durata” è stato un post difficile da scrivere, ma ancora più difficile per me è stato sostenere il (relativamente lungo) silenzio che l’ha seguito.
Per una settimana mi sono chiesta se avessi superato qualche confine non lecito, a scrivere di un tema così privato, e la risposta che mi sono invariabilmente data era affermativa. Non potete immaginare quanto ho apprezzato, dopo qualche giorno, il primo prudente messaggio via Skype di “come stai?”, e ancora di più i vostri commenti.
Ho pesato il pudore degli altri, e mi sono anche sentita in colpa di aver generato questa fatica, questo imbarazzo.
Questo è un blog in cui mischio – mi rendo conto, senza misura – vita e lavoro e politica e cazzate. E’ un po’ un colpo basso, lo ammetto, arrivare qui pensando di leggere una “perla di CV” o un episodio della serie “ilpiccologuido”, e invece trovarsi fra le mani una di quelle robe che non sai proprio cosa dire di giusto, e allora stai zitto, ma ci sei rimasto male.
Però io la linea editoriale non ce la faccio a darmela. L’unica linea editoriale di questo blog sono io, di che umore mi sveglio la mattina, quante cose a mezzo si agitano nella mia testa e nella mia vita. Ammiro e seguo e commento i blog coerenti, centrati su un progetto o un interesse o un argomento, ma nel mio blog ci tengo un po’ di tutto.
Fra qualche giorno vado in vacanza, e mi prendo una settimana di sole a non far niente, tranne badare che Guido non si perda in mare. Lascerò decantare le idee, e magari, se non la linea, ritroverò un po’ di misura.
OK?
misuriamo le parole
16 gennaio 2008
Sento il bisogno di rimettere un po’ in ordine le idee, in questi giorni in cui Ferrara sproloquia che l’aborto terapeutico è come l’eugenetica nazista, e perfino la solitamente misurata Concita De Gregorio mette insieme, nello stesso articolo, l’ansia perfezionista dei genitori moderni e le “ecografie e diagnosi prenatali sofisticate che scongiurano la possibilità di anomalie e difetti”.
Un po’ di rispetto, per favore, e distinguiamo le cose serie dalle stupidaggini.
Chi non ha mai vissuto in prima persona la paura che qualcosa stesse andando male, e non sto parlando di capelli scuri invece che biondi, dovrebbe per piacere stare zitto.
Io ci ho passato settimane, con quel genere di paure, magari non ci fossero stati dei bravi ecografisti non le avremmo mai avute, e invece, per fortuna di altri, ci sono, i bravi ecografisti. E sono stati bravi anche con noi, ci hanno sostenuti e tranquillizzati, nonostante quelle malefiche zampine sembrassero un po’ troppo corte e curve; poteva essere una cosa che si risolveva in niente, o invece il primo segno di una condizione praticamente incompatibile con la vita.
Però io ho sempre pensato che, se la storia avesse preso una brutta china, non l’avrei fatta andare avanti, perché io qualcun altro al dolore non lo posso costringere, se la prenda un mostro come Ferrara ’sta responsabilità, ma sui suoi figli, non sui miei.
E invece poi di altri brutti segni non ce ne sono stati, e quando il mostriciattolo è sbucato fuori e l’hanno misurato, era lungo normale, i suoi benedetti 50 centimetri, e tutto a posto come si deve. Sono stata felice di avere avuto fortuna, e di avere avuto comunque dei bravi medici intorno. E delle stupidaggini che si possono risolvere ho promesso e mantenuto di preoccuparmene il giusto, cosa volete che sia una pallina che non è scesa subito, andiamo!, e se ha due linee di febbre please don’t panic.
Ma l’amnio l’ho fatta, eccome se l’ho fatta, e non per vedere di che colore avrebbe avuto gli occhi, ma per essere sicura che avesse il numero giusto di cromosomi. Non mi sono sentita per questo irrispettosa della dignità della persona umana, io e Ferrara abbiamo evidentemente un concetto molto diverso della dignità e della persona umana.
metti che un weekend d’autunno
11 novembre 2007
Metti che è un periodo in cui devi lavorare a testa bassa senza sbagliarne mezza. Metti che hai dovuto tenere tuo figlio a casa dal nido per quasi tre settimane, fra post-operatorio e raffreddori. Metti che nel frattempo tutti i nonni e nonne si sono messi a spendere i loro “buoni turismo in terza età”, e via con viaggi di durata varia, “ve la cavate lo stesso?”, e come fai a dirgli di no, che tutto il resto dell’anno sono a disposizione? Metti che tuo marito ha da dieci giorni tosse, raffreddore, sinusite, mestruazioni, ma si ostina a rifiutarsi di andare dal medico, grugnendo asserendo che si cura con l’aspirina e che tanto può lavorare da casa. Metti che vorresti, in ordine sparso, ragionare su un’occasione di casettina in un borgo che si potrebbe acquistare, fare il secondogenito prima che sia definitivamente troppo tardi, vedere montati i mobiletti Ikea che avete acquistato quasi un anno fa e cominciare a pensare al lettino “da grande” per Guido, prima che tocchi coi piedi nel lettino di adesso. Metti che nel frattempo anche tu ti sei presa la tua tosse, che ti schianta i polmoni facendo pendant coi maldischiena da sollevamento pupo.
Allora ti capita che esci da sola, come fosse la tua quotidiana ora d’aria, e ti vien da piangere dalla stanchezza e dall’impazienza. E magari, mentre ricacci dentro il magone, intravedi da lontano qualcuno che conosci, e allora tiri il sorriso e dici ciao, tutto bene, sì grazie.
Poi leggi cosa scrive Concita questa settimana, L’arte di andarsene, e ti girano pure le scatole, perché dopo tutto questo sbattersi ti vengono pure a dire “ma perché lo fai? chi te l’ha chiesto?”. Me lo chiedo io. Sono io che non voglio rinunciare quasi a niente: è un problema? Sono io che non voglio tirar su mio figlio a sofficini, voglio tornare a casa e leggergli le favole, ma vorrei anche aver tempo e forza di leggere per me, e vorrei una volta al mese cambiare orizzonti e fare un giro fuori, mica lontano eh, ma un muoversi che non sia solo da casa all’ufficio alla coop a casa dei nonni al mercato dalla pediatra e poi ricominciare senza passare dal via. E vorrei ogni tanto ballare un tango.
Meglio consolarsi con Julio Bocca, nel frattempo.
mannaggia al vago!
8 ottobre 2007
Allora io cerco di fare la disinvolta, porto Guido all’ospedale a farsi prendere il sangue, poi, quando l’infermiera lo fora senza riuscire a spillarne neppure una goccia, mentre lui piange come un gattino chiedendosi perché gli stanno facendo male, le mie orecchie cominciano a ronzare e un rullo compressore mi ripassa dalla testa ai piedi. Mi tengo in vita aggrappandomi al lettino, e riesco a non svenire e a non distrarre le infermiere (che badino al mio cucciolo, per favore!). Ci vogliono altri due tentativi, e altre due infermiere, per riempire le provette. Guido riesce a sopportare il tutto, gli racconto una favola e mi lascio tirare i capelli. Alla fine restiamo un quarto d’ora a giocare nella casetta di plastica della sala d’aspetto, Paolo è scosso quanto me ma la dà a vedere di meno, e poi ripartiamo per portarlo al nido.
Mi ricompongo.
Sono riuscita a non piangere e a non vomitare, e lo considero un discreto risultato. Sia chiaro, per quelli/e che diranno “ecco esce fuori la mamma ansiosa”, io sto male anche quando forano me, o un altro adulto. Non è mammite quella, è proprio un riflesso vagale ipersensibile. La mammite ha avuto altri effetti, tipo un irrazionale desiderio di non farne più nulla, niente esami, niente fori, niente operazione, fuori tutti. Adesso mi vado a raccontare una favola anch’io, e cerco di farmela passare.
quindici anni fa (post triste)
2 ottobre 2007
Il 2 ottobre del ‘92, poco dopo le tre del pomeriggio, rientrando a casa ho incrociato mio padre che usciva, per andare a giocare una partita di tennis. Un paio d’ore dopo in casa è suonato il telefono, ho risposto (mia madre era al lavoro, io no), chiamavano dal circolo tennis, e mi han detto che si era sentito male, era al pronto soccorso.
Sono uscita in bicicletta, dopo avere avvisato mia madre col tono tranquillo di chi è convinta che sia solo una sciocchezza, quelle cose che iniziano a capitare verso i sessant’anni, si sa, ’sti uomini che vogliono strafare e poi si devono dare una calmata.
Al pronto soccorso il medico mi ha fatta sedere, e mi ha detto che mio padre era morto. A cinquantotto anni, giocando a tennis, con un cuore – lo si è visto dopo, all’autopsia – già provato da piccoli, non percepiti infarti precedenti.
Dopo sono arrivate settimane di stordimento e pianto, e poi le cose da fare comunque, e dopo ancora alcune scelte importanti, e un po’ alla volta nuove persone nella mia vita.
Ogni volta che ci penso, vorrei consolarmi pensando che da qualche parte mi vede, invece so di non crederci. E mi arrabbio, perché non mi ha vista diventare quel che volevo diventare, essere più felice che allora, mantenere certe promesse. Perché non mi ha vista bellissima e fiera in certi momenti, perché Guido non ha un nonno gentile e tranquillo come lui sarebbe stato.
Vedo in me certi suoi atteggiamenti, la tranquilla consapevolezza di valere, il piacere di stare e parlare con la gente, e intuisco che anche lui, quando io e Daniela eravamo piccole, deve essere stato un genitore poco ansioso e molto attento alla sostanza. Dovrei consolarmi di aver fatto pace con lui su certe cose, poco prima che morisse, e di averne un ricordo solido e positivo. Ma io di certe cose non mi consolo, rassegnarmi non mi piace anche quando non c’è alternativa. Così mi tengo i miei magoni, e poi la smetto e ricomincio a pensare al resto.