alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Archive for the tag “paese dei cachi”

nessun aggiornamento significativo

Un paio di settimane fa ho raccontato l’assurda vicenda che stiamo vivendo per aver deciso di pagare a una nostra collaboratrice a progetto in maternità un’integrazione dell’80% riconosciuto dall’INPS.

Nonostante le richieste di chiarimento e le varie azioni intraprese di comune accordo coi nostri consulenti del lavoro, gli uffici “gestione separata” e “prestazioni di maternità” dell’INPS di Ravenna non si sono ancora messi d’accordo fra loro su quale sia la strada che possiamo percorrere per arrivare a una soluzione.

Cioè: abbiamo evidentemente agito “fuori norma”, ma a quanto pare non esiste un modo per loro accettabile di ricondurci a una situazione regolare e riconoscere l’evidente fatto che la diretta interessata ha avuto un figlio a metà luglio, e quindi attualmente è a casa in maternità. Qualunque cosa facciamo, l’INPS di Ravenna sembra decisa a riavere indietro i soldi già pagati alla collaboratrice, a non erogarle nessun altro assegno di maternità, e a tenersi peraltro ben stretti i contributi che noi abbiamo fin qui regolarmente versato.

Al momento abbiamo interpellato direttamente la responsabile nazionale della “gestione separata”. Pare comunque che il nostro caso sia al momento unico.

Sono sbattezzata.

il meglio è nemico del bene

Una nostra collaboratrice a progetto quest’estate ha avuto un figlio. Quando mi ha detto di essere incinta, le ho fatto i complimenti e, un po’ prima che stesse a casa, mi sono informata dai nostri consulenti del lavoro su come vengono gestite le maternità nei contratti a progetto.

La mia consulente mi ha detto più o meno “vai tranquilla, tu proroghi la scadenza contratto di cinque mesi, e in quel periodo l’INPS paga alla ragazza l’80% del compenso. Quando lei rientra, tutto riprende come al solito”. Visto che a me (che sono dipendente) durante la maternità lo stipendio veniva pagato per intero, le ho chiesto “e il resto, il 20% di competenza del datore di lavoro, ci pensi tu con le buste paga, vero?”. Mi ha guardata strana, perché non le era mai capitato che qualcuno volesse fare l’integrazione per una coPro, e mi ha spiegato che il 20% non è dovuto, in realtà neppure alle dipendenti, anche se è uso quasi universale che le dipendenti lo ricevano; però, per i contratti a progetto… Le ho chiarito che noi volevamo trattare le maternità coPro come le altre, e abbiamo chiuso lì.

Comunque, io ero tranquilla, e ho detto alla mia collaboratrice che stesse tranquilla anche lei. Dopo un po’, la mia consulente del lavoro mi ha detto che noi l’integrazione avremmo fatto meglio a pagarla “fuori” dal periodo di maternità, per non ingenerare equivoci sul fatto che nei cinque mesi lei sarebbe stata effettivamente a casa. Io ho detto che per me, come si doveva fare si facesse, e ho informato la mia collaboratrice. La quale però, dopo aver parlato con un’impiegata INPS, ci ha riferito che all’INPS le avevano detto l’esatto contrario, e che noi avremmo dovuto fare le buste paga al 20% per la parte che ci riguardava, e nel frattempo l’INPS le avrebbe pagato l’80% restante. Visto che non ho intenzione di diventare un’esperta di buste paga (di lavori ne ho già abbastanza), ho ribadito che per me bastava che le cose fossero fatte secondo leggi e regole, rispettando la sostanza degli accordi.

E quindi, così abbiamo fatto, anzi per esattezza così hanno fatto i nostri consulenti del personale, emettendo le buste paga tutti i mesi.

Dopo un po’ però all’INPS hanno cambiato idea, e se ne sono usciti fuori sostenendo che, se noi pagavamo un compenso (sia pure del 20% dell’importo di contratto), questo non poteva che significare una cosa: la collaboratrice stava lavorando, e, di conseguenza, non aveva nessun diritto alla maternità. In ragione di questo assunto, l’INPS ha minacciato di chiederle la restituzione dell’80% versato nei primi mesi, e ha bloccato i pagamenti per i prossimi mesi.

La nostra consulente del lavoro, con molta pazienza, ha scritto alcuni giorni fa una lettera piuttosto decisa di richiesta di chiarimenti, ma ancora non ha avuto risposta.

Pare che, decidendo di trattare una collaboratrice a progetto secondo criteri minimamente etici, si incorra in un caso non previsto, una specie di Comma22 della gestione risorse umane.

Non ho più la forza di incazzarmi per queste cose, davvero ne ho piene le scatole di questo paese dei cachi.

change we can believe in?

Ho speso qualche giorno dell’ultima settimana di ferie nella lettura di Meritocrazia, il libro di Roger Abravanel già recensito molto bene, fra gli altri, da LivePaola in due post di qualche tempo fa.

I primi otto capitoli del libro fanno un’analisi approfondita del “mal di merito” italiano: non condivido al 100% tutte le opinioni espresse da Abravanel, in particolare la sua fiducia – che in certi momenti mi pare esagerata – verso i sistemi “puramente meritocratici e liberisti”, ma senz’altro mi trovo d’accordo con l’esame dei guasti generati dal familismo italico e dall’abitudine nostrana a privilegiare l’appartenenza rispetto alla competenza.

La lettura mi ha anche suscitato diverse riflessioni su scelte che avrei potuto/dovuto fare (o poter fare), soprattutto verso la fine del mio percorso scolastico, riflessioni che sto cercando di rielaborare in alcuni “cosa potrei fare adesso”, o, quantomeno, “cosa mi devo ricordare per quando Guido sarà grande”.

Ma non son queste le cose di cui volevo scrivere qui e ora.

Il capitolo senz’altro più stimolante è l’ultimo, che contiene quattro proposte in grado, secondo l’autore, di “invertire la rotta” e riportare l’Italia sulla strada della valorizzazione del merito.

Il guaio è che io le ho lette, e, pur trovandole condivisibili, faccio molta fatica a credere che siano realizzabili. Proprio per tutti i motivi esposti nei primi otto capitoli del libro, trovo estremamente improbabile, per dire, che una “delivery unit” abbia qualche possibilità di funzionare in Italia con risultati analoghi a quelli conseguiti in Gran Bretagna (del resto, come nota lo stesso Abravanel, l’esperimento fu tentato da Prodi, con scarsissimo successo). L’idea che si possa istituire un sistema di valutazione nazionale per le scuole? forse la Gelmini ce la può fare a farlo partire, ma già mi immagino i ricorsi e controricorsi a Tar&C da parte di genitori, presidi, professori che si ritengano discriminati da valutazioni troppo basse. L’Authority per le liberalizzazioni? Mai vista, in questo paese, un’authority autorevole ed efficace, sorry. Le quote obbligatorie di donne nei CdA, modello Norvegia? D’accordo totalmente sulla necessità e l’utilità di una misura del genere, ma, vista la probabilità di mettere questo genere di misure in agenda, mi sembra più pratico richiedere l’annessione forzata alla Norvegia. Con altri effetti collaterali interessanti, magari.

Insomma, proprio in questo momento non ce la faccio a credere nel cambiamento. Non sono contenta della cosa, odio pensare a “risolvere i miei problemi” accantonando la speranza di “affrontare i problemi di tutti”, e non mi piace pensare di essere diventata sfiduciata proprio ora che, con un figlio, dovrei pensare al futuro con ancora maggiore impegno.

Metto da parte tutto, e aspetto che mi torni un po’ di fiducia (non speranza o fede, fiducia razionale).

Quel che non metto da parte è l’etica personale, il comportarmi in coerenza con i miei principi nella vita e nel lavoro. Per quel che può fare, ritengo sia comunque qualcosa.

Attendo segnali che mi facciano cambiare idea.

siti stupefacenti

Sempre seguendo il thread della notizia sugli MP3 droganti, mi sono guardata per bene il sito del G.A.T., il Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza. Beh ragazzi, se volete un po’ di sballo gratis da Internet, tuffatevici dentro a pesce!!! Altro che orgasmic effect, qui si raggiungono effetti speciali che solo dosi massicce di gas esilarante sono in grado di provocare.

Finito l’effetto del trip, la persona seria che è in me ha perfino scritto a riguardo un post sul blog di Wafer. E poi dicono che la droga fa male!

dalla mailing list al network

[ndr: per pigrizia mia, e soprattutto perché questi argomenti mi interessano sia personalmente che professionalmente, questo post lo ritrovate tal quale anche nel blog di Wafer, che comunque vi invito a visitare, perché ci scrivo anche di altro ;-) ]

Venerdì scorso, su segnalazione del Forum Cultura del PD di Ravenna, ho partecipato a un incontro sulla comunicazione politica, animato da Antonio Sofi e Giovanni Boccia Artieri. Le riflessioni che ne sono scaturite mi sembrano interessanti non solo rispetto al tema della comunicazione politica, ma anche, più in generale, di come sta cambiando la logica della comunicazione.

Sofi, appena rientrato dal Personal Democracy Forum di New York, ha riassunto in poche frasi la differenza di strategia fra i due candidati democratici: Hillary Clinton aveva una enorme “mailing list”, cioè era in grado di comunicare e mobilitare centinaia di migliaia di persone fra gli attivisti e i simpatizzanti già “collegati” al partito democratico. Al contrario, Barak Obama, non potendo competere sulla dimensione della mailing list, ha usato la potenza del network, cioè ha aperto spazi in cui le persone potessero auto-organizzarsi e auto-connettersi. In questo modo, la sua campagna si è auto-propagata, perché i simpatizzanti hanno potuto produrre loro stessi contenuti utili, coinvolgere persone che non si erano mai avvicinate prima alla politica, sentirsi motivati e rispettati dall’approccio “orizzontale” del loro candidato.

Dalla campagna per le primarie democratiche alla riflessione sull’ultima campagna elettorale italiana, il passo è stato naturalmente breve. Pur convenendo sul fatto che il PD ha usato la rete in modo decisamente più aperto e innovativo rispetto al PDL, ci si è trovati d’accordo nel concludere che – complice il poco tempo a disposizione – non si sia adottata fino in fondo la logica della rete. Quasi un “mi piacerebbe, vorrei, ma non posso fino in fondo”. Il risultato è stato che sono stati aperti spazi di discussione, che però, per come erano stati attivati, sono stati percepiti dai netizens come “imposti” o “governati dal centro”; di conseguenza, le persone sono andate a discutere in altri luoghi, e, cosa ancora più grave, chi gestiva la comunicazione non li ha seguiti, ma è rimasto a parlare più o meno da solo dei “suoi” siti.

Altri errori evitabili:

  • non ascoltare: il primo passo da fare è quello di andare a cercare i contenuti che producono gli altri, leggere i blog indipendenti, partecipare alle conversazioni anche quando sono “fuori casa”. E qui mi sono immediatamente ricordata di una lettura recente, Internet PR di Marco Massarotto, che, parlando della comunicazione aziendale, parte esattamente dallo stesso consiglio: primo, ascoltare
  • creare contenuti difficili da propagare, come video usabili solo sul sito della campagna e solo scaricando un plugin. Con una comunicazione televisiva schiacciata nei 20 secondi delle dichiarazioni da telegiornale, Internet offre la meravigliosa possibilità di approfondire e chiarire i concetti (tanto che uno dei video più visti di Obama è un suo discorso di 35 minuti sul razzismo, visualizzato milioni di volte). Perché allora non fare un “buon” video, di 20-30 minuti, e metterlo sì nel sito del partito, ma anche e prima di tutto su YouTube, da dove potrà essere ripubblicato su decine di migliaia di pagine, e raggiungere persone che sul sito del partito non ci sarebbero mai andate..
  • pensare di ottenere “tutto e subito”: la logica del network ha tempi di propagazione graduali, anche se a un certo punto può diventare travolgente
  • avere la pretesa di parlare contemporaneamente a decine di migliaia di persone: in rete i grandi numeri spesso si ottengono con un effetto “long tail”, per addizione di piccoli numeri, perché il contenuto valutato come interessante viene ripubblicato sul blog da 1000 visitatori, ma anche su centinaia di blog da 30 visitatori, o anche da 4 visitatori: ma sono 4 visitatori che, magari, “quel” contenuto dal suo sito di origine non l’avrebbero mai visto
  • pensare che, se i media tradizionali costavano migliaia e milioni di euro (che si continuano a spendere), la comunicazione Internet deve invece essere fatta “a gratis”: non è così, certamente i costi di Internet sono decisamente più bassi, ma la competenza si deve pagare, e poi in rete si deve spendere tempo, ancora più che denaro.

Insomma, si può fare.. di meglio. Per fortuna (?) di tempo a disposizione per fare di meglio adesso ce n’è, quindi… sarà bene rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro.

chi dà consigli ai consulenti?

Nell’ultima settimana mi sono trovata praticamente ogni giorno a perdere tempo per dare spiegazioni e chiarimenti a qualcuno su un lavoro che, da contratto, gli dovrò poi pagare.

Non sto parlando del normale brief di inizio lavoro, s’intende: quello lo faccio sempre, spesso lasciando indicazioni scritte.

Sto parlando di cose che mi ritornano, con errori madornali, sia di forma (ma in contesti in cui la forma “è” sostanza, tipo documenti societari), sia soprattutto di merito.

L’ultima che mi è capitata è sublime. Avendo deciso di assumere con contratto di apprendistato una persona che lavorerà nello staff di produzione web, convoco un incontro con la persona stessa e chi ci seguirà nella gestione di tutta la burocrazia collegata all’apprendistato stesso (registrazione dell’apprendista, moduli e registri della formazione, etc.).

All’incontro, alla domanda “profilo da raggiungere”, consegno ai consulenti un mansionario scritto che contiene, in una pagina, tutto quel che dovrà fare (e quindi imparare a fare) la persona che arriva. Mi guardano come se fossi appena discesa da un’astronave, evidentemente avere le idee chiare su “chi fa cosa” e comunicarlo per iscritto è un evento raro.

Gli prometto inoltre che, a stretto giro, gli manderemo un piano formativo interno, che loro provvederanno a tradurre in “formatorese” ad uso della burocrazia regionale. Infatti, appena i consulenti se ne vanno, io, la ragazza e un altro socio mettiamo in ordine le cose da imparare, e spediamo la bozza di piano formativo ai consulenti.

Una settimana dopo, ricevo la loro versione del PIF (piano individuale di formazione, sic). Di tutto quel che abbiamo scritto noi è rimasta solo una voce, peraltro la più irrilevante. In compenso, ci sono circa 200 ore di tecnologia Microsoft.

Strabuzzo gli occhi, e afferro il telefono per chiedere chiarimenti. Mi rispondono che “per la qualifica regionale di Analista Programmatore, questo è il piano formativo standard”. Rispondo, cercando di mantenermi calma, che mi sembra un’assurdità, e che controllino meglio. Noi non lavoriamo in ambiente Microsoft, quindi questo piano formativo è palesemente inadatto a noi.

Mi dicono che verificheranno, e poi, poche ore dopo, mi fanno richiamare da un’altra, che mi conferma la cosa, “rassicurandomi” perché “tanto questo è il piano di massima, poi quando lo traduciamo nel vostro piano aziendale scriviamo quel che vogliamo”. Allora divento un po’ più dura, e gli dico che io non ho l’abitudine di firmare dei falsi, e che non credo assolutamente che in Emilia Romagna la qualifica di analista programmatore si possa conseguire solo a patto di sviluppare in una determinata tecnologia.

Come parlare sanscrito.

Cerco di farle un esempio usando un contesto diverso, e le spiego che “è come se io chiedessi di formare un traduttore, che ci serve per la lingua spagnola, e lei mi rispondesse che il PIF standard prevede inglese e basta. Cosa me ne faccio?” Non capisce. Cliccando sull’opzione “analista programmatore”, a lei il computer fa uscire quel testo, e tant’è.

Perdo la pazienza definitivamente, e minaccio un’interrogazione al consiglio regionale, e un casino della madonna (oltreché di non pagare le loro fatture).

Mi dice che verificherà senz’altro, e se nel frattempo le mando una traccia del PIF che servirebbe a noi… Aspetto risposta, aggiornerò.

vibrante protesta

Visto che la lista delle ministre donne è stata palesemente fatta con particolare riguardo all’aspetto estetico, qualcuno mi vuole spiegare perché di 17 ministri maschi non ce n’è uno che sia non dico un bel manzo, ma neppure minimamente attraente???

parziale attenuante

… certo che quando uno è il fratello del Commissario Montalbano, di questi tempi, parte avvantaggiato, anche rispetto ai temi della sicurezza…

Rutelli ti fai qualche domanda?

Ti hanno candidato nella speranza di vincere e fare il governo senza averti fra i coglioni; sei riuscito a perdere rovinosamente nonostante il viatico di Veltroni e Totti; 50mila romani pur di non votare te hanno votato Alemanno, e nell’altra scheda un post-DS.

Avrai mica il coraggio di chiedere come risarcimento morale un posticino di rilievo nel PD???

note a margine

Leggo su Repubblica il commento di Marco Ferrando a proposito del risultato elettorale del Partito Comunista dei Lavoratori (0,6% alla Camera, poco più di 200.000 voti).

Siamo la più grande forza politica a sinistra della Sinistra Arcobaleno.

Cioè, in pratica, “veniamo giusto secondi dopo quelli che già non contano più un cazzo”.

Beh, in questi casi il dubbio se ridere o piangere non si pone nemmeno, io e Paolo ci teniamo la pancia e ci sbellichiamo. Per fortuna che ci si riesce a consolare con poco..

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