cose che funzionano, e cose che no
10 aprile 2009
Ieri mi è arrivato il secondo Mac della mia vita, un delizioso MacBook 13″ venuto a sostituire, dopo oltre 4 anni di onorato servizio, il PowerBook G4 precedente.
Dato che in questo periodo sono (più del solito) oberata di cose da fare, l’eccitazione per il nuovo acquisto era un po’ stemperata dal fastidioso pensiero che avrei dovuto reinstallare programmi, trasferire documenti, riconfigurare profili, operazioni nelle quali – vista la mia pigrizia e la tendenza a voler fare dieci cose contemporaneamente – solitamente finisco per perdere sempre qualcosa nel trasloco.
E invece: sfogliando le pagine del manualetto, scritte in un linguaggio insolitamente chiaro rispetto alla documentazione tecnica a cui sono purtoppo abituata, mi sono imbattuta nell’”Assistente di migrazione”: un’utility che mi prometteva di occuparsi al posto mio del trasloco.
Piuttosto scettica, ieri sera dopo aver messo a letto Guido ho acceso entrambi i portatili, e ho attivato l’Assistente. E’ bastato presentarli l’uno all’altro, scrivendo sul vecchio PowerBook il codice suggerito dall’Assistente del MacBook: i due oggetti si sono parlati fra loro, e mi hanno avvisata che avrebbero lavorato insieme per circa cinque ore.
Così me ne sono andata a dormire il sonno della donna stanca ma che cerca di essere giusta. E stamattina, quando mi sono svegliata, tutti i miei 20GB di applicazioni e documenti erano passati sul nuovo MacBook, che quindi era pronto per iniziare a lavorare con me.
Non ci volevo credere. Qualcosa aveva lavorato al posto mio, risparmiandomi ore di operazioni noiose e scoglionanti, e aveva lavorato bene, senza praticamente bisogno di istruzioni da parte mia.
L’unica differenza di cui mi sono felicemente accorta è stata che la copia demo di Fireworks, che dovevo convalidare acquistando un codice di licenza online, è stata “riverginata”, così ora ho a disposizione altri 30 giorni di uso gratuito
Quando penso alla tecnologia in aiuto del benessere, è anche a queste cose che penso.
Invece oggi pomeriggio ho vissuto la classica scoglionatura da disservizi tipicamente italiani: ho cercato invano di pagare online i contributi INPS della mia collaboratrice familiare.
L’operazione mi era più o meno felicemente riuscita il trimestre scorso, nonostante la procedura veramente demenziale: infatti, per pagare online sul sito dell’INPS con una carta di credito, occorre prima registrarsi un account sul sito delle Poste Italiane (azienda la cui sola evocazione basta a scatenarmi attacchi di prurito allergico); e poi, tornati sul sito dell’INPS, finalmente si riesce a passare attraverso la complessa procedura di pagamento, la cui notifica, chissà perché, viene obbligatoriamente fatta sull’account delle Poste.
Armata di pazienza, mi sono messa all’opera, ma, arrivata alla fine del pagamento,
L’emettitore della carta di credito dell’utente non ha autorizzato il pagamento
Come mai? Ho disponibilità sufficiente nella carta, questa non è scaduta, ho compilato codici fiscali, numero del rapporto, password di ingresso e di autorizzazione a non finire, perché l’emettitore della carta non mi autorizza a pagare??
Ho chiamato il numero verde CartaSi, superando tutti gli idioti autorisponditori e i quiz vocali e digitali, finché l’operatrice a cui sono riuscita a parlare mi ha detto che CartaSì non c’entra, è colpa delle Poste. Altro non mi è dato sapere. E comunque, anche ripetuta a distanza di qualche ora, l’operazione continua ad andare in errore, e a quest’ora al numero verde rispondono solo le macchine.
Ora, o sono dei cialtroni quelli che hanno progettato i sistemi di pagamento delle Poste, o sono dei cialtroni quelli di CartaSì, o sono dei cialtroni quelli dell’INPS, o tutte e tre queste affermazioni sono vere.
Fatto sta che domani io, in ritardo di un giorno, andrò a fare la coda alle Poste per pagare il bollettino. Sia maledetto questo paese, in cui ogni operazione quotidiana deve passare sotto le forche caudine dell’incompetenza e della complicazione.
reclamare serve, a volte
31 marzo 2009
Qualche tempo fa raccontavo in questo blog di aver scoperto che Poste Italiane non consegnava più i “plichi voluminosi” (leggi: libri acquistati su Amazon) a casa, adducendo varie scuse. La cosa mi aveva fatto imbestialire non poco, e l’avevo riportata all’ottimo servizio clienti di Amazon.
Ne avevo tratto varie considerazioni, in primis su come sia difficoltoso in questo paese dei cachi proporre servizi che altrove sono considerati normali, ma che qui trovano sulla loro strada ostacoli burocratici, carenze organizzative, infrastrutture ottocentesche, corporazioni, e via andare.
Ciononostante, a inizio di marzo ho acquistato altri libri online, perché se devo aspettare che arrivino tradotti e già vecchi in Italia, preferisco comunque andarmeli a prendere in posta.
E ieri, tornando a casa per il pranzo, ho trovato ad aspettarmi (abbandonato sulla buchetta della posta, che per fortuna è dentro al cortile, ma lasciamo perdere…) l’inconfondibile pacchetto di cartone marcato Amazon, con dentro “What would Google do?” e “Nudge”.
Mi piacerebbe sapere se questo improvviso cambio di rotta delle Poste sul livello di servizio da prestare ai clienti sia dovuto a proteste arrivate direttamente ai loro uffici reclami (io ho fatto una telefonata piuttosto agitata in merito), o al fatto che, dopo alcune segnalazioni come la mia, qualcuno in Amazon.uk ha ricordato a qualcuno in Deutsche Post di ricordare a qualcuno in Poste Italiane che le consegne a domicilio vanno intese “fino a casa del cliente”.
Nel dubbio, mi tengo i miei libri e per il momento mi placo.
concetti di base
24 febbraio 2009
Ma scusate, la base qual è? Quella dei blog o quella che abbiamo visto sabato, le 2000 persone elette con le primarie? Quella e’ gente vera, non virtuale.
(Dario Franceschini a Repubblica, oggi)
Non so quale stupida arroganza porti Franceschini a rilasciare certe dichiarazioni. La base qual è?
Dario, voglio darti una brutta notizia. Io ho un blog, e se ritieni per questo di snobbarmi e non considerarmi rappresentativa della base, pace. Però nell’ultima settimana ho parlato di PD con mia madre, mio marito, mia sorella, diversi amici e amiche. Nessuno di loro ha un blog, tutti alle ultime elezioni hanno votato PD, nessuno di loro vi voterà alle prossime, e le espressioni che più ricorrevano in queste chiacchierate erano “schifo, nausea, sconcerto, incazzatura, delusione, pena”.
Forse io non rappresento la base in quanto blogger, ma sicuramente la rappresento in quanto scoglionatissima ex-elettrice di un partito che ho sostenuto per tutta la sua storia, privatamente e pubblicamente.
Non so ancora (come molte delle persone che citavo prima) se alle prossime elezioni manifesterò questa delusione e incazzatura astenendomi, non andando a votare, votando Di Pietro o i radicali, annullando la scheda. Ma finché il PD sarà governato non dalla base, ma da questo vertice ottuso e fallimentare, non consideratemi più parte della base, grazie.
Post scriptum: ah, e nel frattempo ricominciate pure il gioco dei distinguo e del tenere insieme tutto e il suo contrario, specialmente su questioni tipo il testamento biologico su cui la base ha le idee chiarissime e ha dimostrato in mille maniere di averle. In fondo, perché prolungare l’agonia?
sia chiaro fin da ora
6 febbraio 2009
Dovesse mai capitarmi di finire in uno stato di coma dichiarato irreversibile dai medici, dichiaro per iscritto che non voglio essere salvata da nessuno, né preti, né politici, né cantanti, e che su questo non ho mai cambiato idea nel corso di tutta la mia vita.
Dovessi cambiarla, non mancherò di lasciarne testimonianza scritta, in assenza della quale tutti mi facciano il sacrosanto piacere di non immischiarsi nelle mie libere scelte.
chiamatelo pure servizio…
24 gennaio 2009
Nel pieno dello spleen di gennaio, non paga dell’orgia di saldi del 2, ho deciso di comperarmi anche un paio di libri su Amazon.uk, e, il 5 gennaio, ho fatto il mio ordine.
L’ultima volta che avevo comprato un libro lì, mi era arrivato a casa nel giro di una settimana scarsa, così il 10 ero già in fregola pregustando il piacere di aprire il pacchetto al ritorno dal lavoro. Invece, niente. Verso metà mese, sono andata nell’area Tracking Your Orders, e, vedendo una data di consegna attesa per il 12 gennaio, ho cominciato a innervosirmi.
Ho scritto un mail “where’s my stuff” dalla pagina di help, e, in poche ore, il cortesissimo servizio clienti di Amazon mi ha risposto, spiegandomi che effettivamente si era andati oltre i tempi di consegna normali, e che, in caso di ritardi particolarmente prolungati, si sarebbero fatti carico di tutte le loro responsabilità. Mi hanno chiesto cortesemente di pazientare fino al 20, e così ho fatto.
Il 20 sera, ancora niente. Così, il 21, ho riscritto, spiegando che purtroppo ancora non avevo ricevuto nulla. Tempo due ore dalla segnalazione, e mi hanno riscritto scusandosi di nuovo, e garantendo che, visto il mancato rispetto dei loro standard di servizio, mi avrebbero immediatamente inviato un nuovo pacco con i miei due libri. A ruota, è seguito l’avviso di spedizione.
Il giorno dopo (ieri) sono tornata a casa per pranzo, cosa che faccio di rado; nella buchetta, un avviso di Poste Italiane mi informava che c’era un pacco da andare a ritirare all’ufficio postale dal giorno seguente. Dato che sapevo che in casa c’era gente, sono salita su a passo da bersagliere, spinta anche dal roteare delle sfere, ho preso il telefono e ho chiamato per farmi spiegare perché, con tre persone in casa (anzi 4, contando anche Guido: Paolo, la zia che badava Guido, e la colf), il postino non si fosse sbucciato il dito a suonare alla porta per lasciare il pacco (già mi è successo in ufficio con delle raccomandate…).
E qui viene il bello: quella che mi ha risposto all’altro capo del telefono mi ha spiegato che il postino non aveva con sè il plico, perché trattavasi di “pacco voluminoso”, e questi non vengono più consegnati a casa. Ho chiesto se stava scherzando; no!, anzi, secondo lei questo era a maggior vantaggio del cliente, perché, se il postino si porta dietro il pacco e poi non trova nessuno, essendo il pacco voluminoso mica lo può lasciare fuori dalla buchetta, dove la pioggia potrebbe rovinarlo o qualcun altro potrebbe prenderlo.
Insomma, a quanto pare il servizio postale italiano non prevede più la copertura dell’ultimo miglio, se non per le lettere standard: questa è a carico dell’utente (user managed delivery?).
Suppongo che questa sia una novità dell’ultima ora, visto che, fino a prima di Natale, ho regolarmente ricevuto a casa pieghi di libri di dimensioni e peso anche maggiori di quello che oggi la santa zia è andata a prelevarmi alla posta (per evitare che io facessi una strage, visti gli urli che mi ha sentito fare al telefono).
Dopo questa e il ritorno di svariati biglietti di auguri natalizi per “indirizzo sconosciuto” (a indirizzi regolarmente esistenti, ovviamente), mi confermo nel proposito di usare il meno possibile gli scadenti servizi di Poste Italiane. Mi chiedo anche, se le Poste sono arrivate solo quarte nella classifica 2008 delle companies to incazz for, la situazione è veramente oltre il punto del non ritorno.
PS: ho naturalmente avvisato Amazon.uk dell’arrivo del primo pacco spiegando il problema, garantendo che non accetterò il secondo recapito, e ringraziandoli per la cortesia ed efficienza, e ho ricevuto dopo cinque minuti un messaggio di risposta scritto da un essere umano, altrettanto gentile dei precedenti. Quando si dice “alti standard di servizio”..
confronti impietosi
9 dicembre 2008
Da noi ci si congratula con la Gelmini per aver messo ventisette secondi di saluti e auspici su YouTube.
Negli USA il “president elect” mette online un video alla settimana denso di contenuti.
Da noi presidente del consiglio, ministri e gran parte dei parlamentari si affannano a vociferare di proposte di legge e regolamentazioni di una rete di cui non capiscono una cippalippa.
Negli USA Obama si impegna a portare banda larga e connessioni a tutte le scuole, a tutti i cittadini, a tutti gli ospedali (“perché se vogliamo che i nostri ragazzi possano competere nel 21mo secolo, dobbiamo mandarli in scuole del 21mo secolo”).
Da noi Tremonti diminuisce gli sconti fiscali sul risparmio energetico, e Confindustria, dopo essersi sciacquata la bocca dei paroloni su innovazione e meritocrazia ed eccellenza e bla bla bla, sostiene a gran voce il governo nella lotta di retroguardia per rimandare l’adozione di impegni europei sul risparmio energetico.
Oltreoceano, Obama – non alla 52ma nota di un programma di 70 pagine, ma come primo punto del suo piano economico per uscire dalla crisi – dichiara che tutte le risorse disponibili verranno impegnate in un vasto piano statale per rinnovare, nel segno del risparmio energetico, tutte le infrastrutture pubbliche, e questo farà da volano alla creazione di milioni di posti di lavoro.
Qui il capo del governo non perde occasione di predicare “consumate, consumate”, e promette di dare la paghetta di 40 euro agli indigenti.
Nel continente Sardegna, Soru rilascia dichiarazioni tanto sobrie che sembrano venire da un altro pianeta: “Quando c’è crisi non si deve spendere di più, anzi si deve stare più attenti. Credo che sia dannoso continuare a spingere sui consumi in un Paese che in pochi anni ha conosciuto il fenomeno del credito al consumo e l’indebitamento delle famiglie. Prima si risparmiava, oggi invece la situazione è di maggiore crisi perché le famiglie hanno già ipotecato lo stipendio che prenderanno tra sei mesi”.
Babbo Natale, per favore, quando passi caricami sulla slitta e dammi un passaggio via di qua.
Houston, non abbiamo nessun problema. Forse.
25 novembre 2008
Luca Sofri segnala un’intervista di Bettini sulla crisi del PD apparsa oggi sulla Stampa:
Ma la parte forte è dove Bettini affronta le suddette difficoltà del suddetto PD:
“C’è stata una splendida campagna di feste partecipate da milioni di cittadini, la Summer School ha iniziato un lavoro sulla formazione di altissimo livello, il Governo Ombra finalmente pubblicherà le proposte riformiste che ci hanno consentito un’opposizione incisiva, in Trentino il voto è stato positivo. Tutti i sondaggi ci danno in crescita. Stiamo costruendo il partito in tutta Italia. Dove sono gli errori?”
Dove sono gli errori? Un’opposizione incisiva? I sondaggi ci danno in crescita? Stiamo costruendo il partito in tutta Italia?
Per quanto mi riguarda, dopo decenni di voto PCI, poi DS, poi PD, deciso e convinto, sono completamente disgustata dal partito che dovrebbe rappresentarmi.
Ho letto la lettera di dimissioni di Irene Tinagli dalla direzione del PD, ennesimo abbandono della nave prima dell’affondamento definitivo, che credo non tarderà di molto. Ho riso amaramente per l’ultimo video di Zoro, che verso la fine consiglia a Walter di cacciare chi ha messo Villari in lista, cioè Franceschini e l’ineffabile Bettini, e chi ha messo Bettini e Franceschini a fare le liste.. ah, glieli hai messi tu, Warter?
Un tempo, non molto tempo fa, pensavo che questi fossero i “nostri” problemi. Adesso mi trovo sempre più spesso a pensarli come i “loro” problemi, e non credo che questo sia un buon segno.
schiarite all’orizzonte..
16 ottobre 2008
Dall’INPS nazionale ci arrivano gli attesi chiarimenti:
Il D.M. 12/07/2007 (v. circ. 137/2007 e msg. 7040/2008), nell’ottica di una maggiore tutela della maternità, ha introdotto l’obbligo per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata di astenersi dall’attività lavorativa nei periodi di maternità ordinaria, anticipata e/o prorogata di cui agli artt. 16 e 17 del D.Lgs. 151/2001 (T.U. maternità).
La previsione del suddetto obbligo di astensione dal lavoro si configura come condizione necessaria per accedere al correlativo trattamento economico, che risulta pertanto erogabile solo in sostituzione del reddito che l’avente diritto non ha potuto realizzare in ragione dell’obbligo di cui trattasi.
L’indennità di maternità a carico INPS è corrisposta, infatti, allorché, a seguito della sospensione (o riduzione) dell’attività lavorativa, connessa a gravidanza e puerperio, si sia determinata una diminuzione del reddito con conseguente necessità di farvi fronte mediante erogazione di un trattamento sostitutivo.
Laddove il committente, durante il periodo indennizzabile a titolo di maternità, continui a corrispondere emolumenti che sembrerebbero configurarsi come normale retribuzione, l’indennità di maternità non potrà essere riconosciuta in ragione della incompatibilità tra trattamento previdenziale e trattamento retributivo.
Fermo restando quanto sopra, non si esclude tuttavia che le parti possano concordare in sede contrattuale clausole che prevedano la corresponsione di compensi integrativi, fino alla concorrenza del reddito che la lavoratrice avrebbe realizzato in ragione del normale svolgimento dell’attività lavorativa, laddove non si fosse dovuta astenere dal lavoro per maternità.
Considerato che i suddetti compensi integrativi sono destinati soltanto a garantire all’interessata il mantenimento di un reddito di livello complessivamente pari (o assimilabile) a quello realizzato in precedenza, i compensi stessi non risulterebbero pertanto incompatibili con l’indennità di maternità a carico di questo Istituto.
Alla fine quindi ci viene riconosciuto che è lecito riconoscere e pagare un compenso integrativo, non per retribuire prestazioni di lavoro (che non sono possibili né sono mai avvenute nel corso della maternità), ma solo allo scopo di mantenere il livello di reddito concordato alla partenza del progetto.
Aspetto a momenti la conferma che anche alla sede provinciale dell’INPS prendano atto del chiarimento, e si metta la parola fine a questa storia molesta.
coPro, organizzatevi bene!
8 ottobre 2008
Giusto ieri scrivevo che non ci erano ancora arrivate notizie riguardo alla questione della nostra collaboratrice a progetto in maternità. E invece.
Oggi abbiamo scoperto che l’INPS di Ravenna ritiene irregolare anche il fatto che noi abbiamo pagato un compenso parziale, per la parte di mese di giugno in cui la maternità non era ancora iniziata.
Avete capito bene: essendo la data prevista del parto il 12 luglio, e avendo deciso la nostra coPro di lavorare fino all’ottavo mese, il suo ingresso in maternità partiva dal 13 giugno. Quindi lei ha lavorato fino al 12/06 (con regolare certificato medico a supporto del fatto che poteva lavorare). Tuttavia, secondo l’INPS di Ravenna, a giugno (tutto giugno 2008) lei non poteva ricevere alcun compenso, pena la decadenza di ogni diritto a godere della maternità.
Quindi, lettrici che avete un contratto di collaborazione, e che forse avete una qualche idea di fare un figlio, pianificate bene le cose, o in alternativa dite le bugie al ginecologo, non sia mai che vi capiti una data prevista del parto verso fine mese e vi fottiate un mese di compenso.
nessun aggiornamento significativo
7 ottobre 2008
Un paio di settimane fa ho raccontato l’assurda vicenda che stiamo vivendo per aver deciso di pagare a una nostra collaboratrice a progetto in maternità un’integrazione dell’80% riconosciuto dall’INPS.
Nonostante le richieste di chiarimento e le varie azioni intraprese di comune accordo coi nostri consulenti del lavoro, gli uffici “gestione separata” e “prestazioni di maternità” dell’INPS di Ravenna non si sono ancora messi d’accordo fra loro su quale sia la strada che possiamo percorrere per arrivare a una soluzione.
Cioè: abbiamo evidentemente agito “fuori norma”, ma a quanto pare non esiste un modo per loro accettabile di ricondurci a una situazione regolare e riconoscere l’evidente fatto che la diretta interessata ha avuto un figlio a metà luglio, e quindi attualmente è a casa in maternità. Qualunque cosa facciamo, l’INPS di Ravenna sembra decisa a riavere indietro i soldi già pagati alla collaboratrice, a non erogarle nessun altro assegno di maternità, e a tenersi peraltro ben stretti i contributi che noi abbiamo fin qui regolarmente versato.
Al momento abbiamo interpellato direttamente la responsabile nazionale della “gestione separata”. Pare comunque che il nostro caso sia al momento unico.
Sono sbattezzata.
