alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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parlando d’altro, parlare del presente

Ho da poco finito di leggere un libro che parla di scienza, antropologia, evoluzione. L’ha scritto un mio carissimo amico, Guido Barbujani, uno dei maggiori genetisti di popolazione che si trovino in circolazione, e, insieme, una persona di grande cultura e piacevolissima umanità.

Europei senza se e senza ma - Guido Barbujani

Il libro - “Europei senza se e senza ma” -  racconta – con rigore scientifico ma, al tempo stesso, stile leggero e per nulla noioso – quel che al momento la scienza sa dire dell’evoluzione della specie umana, dal Paleolitico ad oggi.

In parallelo, si legge di come la scienza si sviluppa per condivisione di idee, confronto di ipotesi alternative, sperimentazione, e, soprattutto, passione. Il racconto è fatto da una “parte in causa” del dibattito scientifico, che non si nasconde dietro al paravento dell’oggettività, ma sa dire con le parole giuste da che parte sta lui e da che parte stanno altri.

Barbujani ha un vero talento per raccontare la scienza, mescolandola al resto dell’esperienza umana, che è fatta di storia, arte, idee. Per darvi un’idea dello stile, copio qui l’indice dei capitoli del libro:

1. No good cricket in Italy, sir
Dove ci si chiede se i turchi abbiano o no i geni in regola per entrare nell’Unione Europea

2. Neandertal
Dove si fa conoscenza con i veri Europei, gli uomini di Neandertal

3. I Neandertal e noi
Dove ci si rende conto di quant’è difficile studiare qualcuno così diverso da noi eppure così simile eppure così diverso

4. I geni raccontano la storia
Dove si scoprono nelle nostre cellule tracce leggibili delle genealogie e delle migrazioni

5. I geni raccontano tante storie
Dove si seguono altre migrazioni e ci si chiede che opinione avranno di noi gli scienziati di Marte

6. I geni non raccontano tutta la storia
Dove un semplice ragionamento ci rivela che  i nostri antenati stavano un po’ dappertutto e si guarda con sospetto a chi ci vende la sequenza del nostro DNA

7. Geni a fior di pelle
Dove si capisce che essere bianchi, o neri, o gialli (o anche bere latte) non è poi così semplice

8. L’ennesima pensata di Charles Darwin
Dove si esamina l’ambigua relazione fra europei e Indoeuropei

9. Ma conta davvero tanto?
Dove si ammette che la genetica è buona e fa bene, ma non offre scorciatoie

Lavorare qualche anno in università con Barbujani è stata per me una grande fortuna. Nel farlo, ho capito con chiarezza che fra i miei talenti non c’era quello dello scienziato, perché mi mancava la sua incessante curiosità di far domande anche quando sembra che la risposta non serva nell’immediato, la pazienza di star dietro alle ipotesi, di costruirci sopra interpretazioni diverse e confrontarle. E, pur non avendo queste doti, ho imparato ancor di più ad apprezzarle e capirne la fondamentale importanza, e ad essere disposta a contribuire al fatto che chi ce le ha le possa usare, anche senza ritorni diretti.

Oggi che, soprattutto in Italia, tutto sembra appiattito alla miope ideologia confindustriale, secondo cui la ricerca e la formazione sono costi da sostenere solo se direttamente applicabili all’impresa, penso abbia senso e importanza invece riaffermare che servono queste voci, servono queste parole e questi pensieri.

scusi non mi è chiaro

  1. mando un email a una cliente X, mettendo in conoscenza una mia collaboratrice Y
  2. la cliente X invia una risposta alla sola Y
  3. Y mi inoltra la risposta, che contiene diversi riferimenti e repliche a quel che avevo scritto io nel messaggio 1
  4. rispondo nuovamente alla cliente X (e solo a lei)
  5. X risponde, ma spedisce il messaggio non a me bensì di nuovo a Y…
  6. … che mi reinoltra il messaggio, paziente
  7. riscrivo alla cliente, iniziando con “scusa, perché se scrivo a te tu rispondi non a me ma a Y?”
  8. mi risponde “era per non farti perdere tempo!”

Qualcosa mi sfugge della mente umana.

frasi notevoli dell’ultimo mese

(è facile imbastire un post quando si ha un figlio di quasi tre anni…)

Con aria pensosa, mentre gioca:

…io non divento ingegnere, io divento solo grande.

Alla cassiera della Coop, con nonchalance, dopo una spesa nel corso della quale abbiamo avuto un lungo chiarimento sul fatto di non poter comprare un giocattolo ogni volta:

Si può avere uno di quei camion verdi?

Guardando fuori dalla finestra domenica mattina scorsa, appena alzato:

Le nuvole bianche non portano pioggia.

Ieri sera dopo cena:

Io quando sono nato quanto costavo?

ikea addicted

Dopo aver speso un’intera giornata all’Ikea, mercoledì, ed essermi accorta al ritorno a casa di aver acquistato il modello sbagliato di coprimaterasso per il pupo, ho approfittato di un viaggio di lavoro a Parma per tornarci, con breve deviazione nel viaggio di ritorno. Ottenuto il buono sconto per i due articoli riportati indietro, mi son rifiondata dentro, a spenderlo (il buono e una somma equivalente in aggiunta).

Quando passo per il reparto “IKEA dei piccoli” o nell’area “tessili” del negozio, dovrebbero legarmi come Ulisse davanti alle sirene.

dopo lunghi anni passati a provarci..

ho smesso di cercare di cambiare la testa agli incompetenti.

Il cliente che

  1. vuol pagare poco
  2. solleva un sacco di obiezioni del cazzo
  3. quando vede una proposta grafica ben fatta, chiede un sacco di modifiche peggiorative, portando ad esempio siti che fan vomitare
  4. …e varianti di ogni tipo del caso precedente…

lo lascio a cuocersi nel suo brodino, e do ai miei ragazzi istruzioni di accontentarlo in fretta come vuole lui. Poi casomai togliamo la firma, non lo mettiamo in portfolio, e avanti un altro.

Una volta provavo a spiegare le mie ragioni, gli portavo esempi, distillavo piccoli trattati di buona comunicazione. Il risultato? ore ed ore perse, a farmi venire del nervoso e con risultati miseri dal punto di vista del lavoro finale.

A un certo punto, ho riflettuto sul fatto che

  • il cliente che vuole pagare poco è uno che pensa di avere acquistato una fornitura, non una consulenza: quindi, avrà una mera fornitura (=esecuzione di ordini così come richiesti), non una consulenza (=elaborazione delle esigenze espresse, che ha come risultato proposte di soluzione, aumento di conoscenza, eccetra)
  • per cambiare il modo in cui le persone ragionano e si comportano, uno psicologo si fa pagare 100 euro l’ora per due sedute a settimana per mesi, se non anni, di terapia continuativa. Perché io dovrei farlo a gratis, e non richiesta?

Le energie e il tempo che risparmio, le dedico:

  • a lavorare nel modo migliore per i clienti disposti a pagare il giusto per la mia esperienza
  • a studiare nuove cose
  • a “non lavorare”

Così vivo e lavoro molto meglio.

non sono ancora del tutto rientrata

Considerate che fino all’altro ieri consideravo le cose da questa prospettiva:

La spiaggia di Gerakas vista dal lettino

La spiaggia di Gerakas vista dal lettino

La sporadica lettura delle notizie che mi sono persa (?) la settimana scorsa mi ha persuasa che avrei fatto meglio a prolungare di una settimana la permanenza sul lettino in spiaggia… ma il buonumore non mi è ancora passato del tutto :-)

attenzioni di mamma

due anni fa, una meravigliosa palla di grasso

Stamattina mi son fermata al Bancomat sotto l’ufficio. Di fianco a me, davanti alla vetrina del negozio di scarpe, c’era una tipa con una carrozzina; la tipa stava parlando al cellulare, e nella carrozzina c’era un bambino che avrà avuto otto-dieci mesi.

Avete presente i bambini a quell’età? Ce ne sono che sono meravogliose palle di grasso sorridenti, che sprizzano simpatia da ogni poro. Beh, il bambino era uno di questi. Visto che la mamma era presa dalla conversazione, il bambino si guardava intorno; ci siamo agganciati con gli occhi, ed è stata simpatia a prima vista.

Mentre aspettavo l’autorizzazione al prelievo dalla mia banca, gli ho fatto un sorriso, e abbiamo iniziato a farci boccacce e a scambiarci saluti silenziosi.

La tipa, sempre parlando a raffica, si è accorta con la coda dell’occhio che stavamo interagendo, e ha prontamente afferrato il passeggino, spostandosi cinque metri più in là. Così, secca, senza nemmeno fare un buffetto a suo figlio, sempre ignorandolo e parlando al telefono (stava raccontando di quanto spavento si era presa stanotte, perché il pupo si era svegliato con la tosse).

In quel mentre, è passata sul marciapiede una signora di mezza età, e anche lei è stata catturata dal sorriso del pupo – sorrideva a tutti, il poverino, nel tentativo di trovare qualcuno che lo faccesse divertire. La signora si è fermata un secondo, per rispondere al sorriso, e di nuovo la tipa si è spostata, infastidita.

Ora, io non so cos’avesse mangiato quel mattino la tipa. Ho idea di cosa significhi dormire male perché tuo figlio ti sveglia, posso concedere tutto. Anche a me, quando Guido aveva quell’età ed era una meravigliosa palla di grasso e sorrisi, un paio di volte mi avrà anche dato fastidio che chiunque si fermasse a guardarlo (oddio, non mi ricordo quali volte, ma ammetto che possa essere successo e che io me lo sia dimenticato..). Forse pensava glielo volessimo rubare, con tutti ‘sti zingari in giro…

Ma quel che mi ha sbattezzato è stato vedere che lei il bambino non se lo filava per niente, incollata al telefono a spiattellare le sue ansie, che le avrei detto “ma piantala di farti ‘ste seghe, guarda tuo figlio in faccia, ti sembra che stia male dio bono?”.

Preoccuparsi per le cazzate, e in compenso nemmeno guardarli, i bambini. Poi ci si meraviglia.

disintossichiamoci una buona volta!

L’ultima bufala della cosiddetta informazione, quella degli MP3 droganti, dà la spinta finale a una decisione che stavo covando da qualche settimana.

Dopo aver abolito dalla mia vita telegiornali e televisione tutta, mi prendo anche un paio di mesi di vacanza da Repubblica, che è in piena versione estiva (ultraslim ma infarcita di cazzate).

Perché dedicare un quarto d’ora, una mezzora di tempo ogni giorno a leggere testi pieni di luoghi comuni, imprecisioni, opinioni di incompetenti, titoli fuorvianti, banalità presentate come la notizia del giorno? Tre ore a settimana in più per la mia vita, ci posso dormire, guardare il mare, giocare con Guido…

Negli ultimi tempi, mi sono rimasti particolarmente sullo stomaco:

  • “un piatto di carpaccio inquina più di un SUV”: eh suvvia, avete proprio misurato bene?
  • “ultima tendenza USA: asciugare i panni al sole”: ah grazie, avevo giusto bisogno del trend ammmericano per farmi spiegare che l’asciugatrice elettrica costa di più e li asciuga peggio…
  • “Google ci sta rendendo tutti più stupidi?”: non commento, che altri l’hanno già fatto meglio di me
  • uno strepitoso decalogo nel supplemento “Salute” su cosa fare per evitare il terribile pericolo delle punture di insetti: praticamente, passare l’estate blindati in casa, e uscire solo se coperti dalla testa ai piedi o se incapsulati nella propria auto a finestrini chiusi, e/o avvolti in una nuvola di veleno insetticida. Minchia che bella estate!

Insomma, in rete trovo testi scritti meglio, più informati, commentabili e sottoposti a uno stretto controllo collettivo su veridicità e fonti: chi me lo fa fare di spendere trentacinque euro al mese per il quotidiano, consumare carta e inchiostro, e prendermi pure del nervoso?

disgelo e buoni propositi per l’avvenire

Grazie Monica e Paola. “Progetti privati di breve durata” è stato un post difficile da scrivere, ma ancora più difficile per me è stato sostenere il (relativamente lungo) silenzio che l’ha seguito.

Per una settimana mi sono chiesta se avessi superato qualche confine non lecito, a scrivere di un tema così privato, e la risposta che mi sono invariabilmente data era affermativa. Non potete immaginare quanto ho apprezzato, dopo qualche giorno, il primo prudente messaggio via Skype di “come stai?”, e ancora di più i vostri commenti.

Ho pesato il pudore degli altri, e mi sono anche sentita in colpa di aver generato questa fatica, questo imbarazzo.

Questo è un blog in cui mischio – mi rendo conto, senza misura – vita e lavoro e politica e cazzate. E’ un po’ un colpo basso, lo ammetto, arrivare qui pensando di leggere una “perla di CV” o un episodio della serie “ilpiccologuido”, e invece trovarsi fra le mani una di quelle robe che non sai proprio cosa dire di giusto, e allora stai zitto, ma ci sei rimasto male.

Però io la linea editoriale non ce la faccio a darmela. L’unica linea editoriale di questo blog sono io, di che umore mi sveglio la mattina, quante cose a mezzo si agitano nella mia testa e nella mia vita. Ammiro e seguo e commento i blog coerenti, centrati su un progetto o un interesse o un argomento, ma nel mio blog ci tengo un po’ di tutto.

Fra qualche giorno vado in vacanza, e mi prendo una settimana di sole a non far niente, tranne badare che Guido non si perda in mare. Lascerò decantare le idee, e magari, se non la linea, ritroverò un po’ di misura.

OK?

una madre ristretta

In un libro che di recente ha avuto un discreto successo, “Pensare per due – nella mente delle madri”, lo psicoterapeuta Massimo Ammaniti distingue le madri in quattro gruppi:

Madri integrate – Madri ambivalenti – Madri ristrette – Madri depresse

Le madri integrate sono “donne che si lasciano andare ai cambiamenti che la gravidanza produce nei ritmi personali e che accettano in modo armonico le trasformazioni del proprio corpo, così come i cambiamenti del proprio umore e il minore interesse per la vita sociale”. Le madri ambivalenti sono “donne con atteggiamenti contrastanti, che vogliono assolutamente diventare madri ma allo stesso tempo ne hanno paura”. Le madri ristrette “vogliono mantenere la propria indipendenza e il proprio autocontrollo e non farsi condizionare troppo dal figlio che sta per nascere”. Le madri depresse son depresse, e tant’è.

Seguono interviste a rappresentanti di ciascuna tipologia di madre, dove le “ristrette” sono quelle che fanno discorsi del tipo “mi sto organizzando per non abbandonare troppo il mio lavoro”, o “no, nei primi mesi di gravidanza non fantasticavo su che faccia avrebbe avuto mio figlio”, o “ho iniziato a comprare qualcosa per il bambino solo alla fine della gravidanza”. A mio modo di vedere, il gruppo che dimostra di avere un po’ di testa sulle spalle.

Ma Ammaniti non è d’accordo: per lui il comportamento sano e normale è quello delle signore che, al primo giorno di ritardo delle mestruazioni, si fiondano da Prénatal a comprare le decalcomanie per la cameretta, e presentano subito una domanda per lavorare part-time. Loro sì che sono madri complete. Le altre, vabbé, sempre meglio che depresse, ma si potrebbe sperare di meglio.

Insomma, mi tocca portarmi a casa l’etichetta di “madre ristretta”. E dire che io, come persona, non mi sento affatto “ristretta”…

Certo, se la pretesa è che la madre occupi interamente lo spazio della donna e della persona, allora tutto quadra. Ma mi sembra una pretesa un po’ esagerata, e mi chiedo anche perché nessuno la pretenda dai padri, questa totalità di dedizione.

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