pausa di riflessione

11 giugno 2009

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

scrivo altrove

17 aprile 2009

In queste settimane ho letto con molto interesse “What Would Google Do?”, di  Jeff Jarvis. I temi del libro si sono intrecciati in vari modi a cose che mi stavano succedendo, da tutti i ragionamenti sul giornalismo online fatti a latere del progetto Ravennanotizie, alla lezione sulle comunità online tenuta da Mafe (domani la seconda puntata!), fino al terremoto – che mi ha buttata giù dal letto proprio dopo che avevo finito di leggere il capitolo su come le news in diretta di eventi catastrofici siano da cercare prima su Twitter che sui mezzi tradizionali.

Insomma, una lettura densa. Ne scrivo in dettaglio sul blog di Wafer, chi ha voglia di un post verboso può navigare da quelle parti.

terapia del piacere

23 marzo 2009

Il weekend scorso l’ho passato a riprendermi dal male dell’ultima seduta di fisioterapia. La fisioterapista nuova, infatti, a cui mi aveva indirizzata l’ortopedico del famoso staff di punta per la cura della spalla, mi aveva allegramente massacrata, al grido di “sono dalla tua parte Alessandra”. Risultato: l’intero braccio dolorante per giorni, e un umore costantemente sull’orlo della crisi di nervi (della serie “per favore non chiedetemi come va che scoppio a piangere”), e raddoppio forzato della dose quotidiana di oppiacei.

Dopo aver passato il sabato e la domenica sottoterra, ho riflettuto su alcune cose:

  • tempo di risoluzione del problema prospettato dai fisioterapisti “gentili” con cui ho lavorato da gennaio a febbraio: due o tre mesi
  • tempo di risoluzione del problema prospettato dall’allegra torturatrice: sei mesi almeno
  • lista di attesa per un’eventuale operazione chirurgica: 5-6 mesi

Anche nell’ipotesi che il metodo “soft” dia risultati più lentamente del previsto, perché soffrire più del sopportabile? Non ho riserve di energia bastanti a sopportare dolore fisico non strettamente necessario.

Così ho deciso di annullare gli appuntamenti successivi, e di prendermi un paio d’ore il lunedì mattina per andare a trovare il mio amico Leo e ballare qualche tango, che erano mesi che non lo facevo. Abbiamo ballato, ce la siamo raccontata, e dopo – sarà stata la prima vera giornata di sole dell’anno – mi sentivo davvero leggera.

Sarà un caso, sarà che ho avuto un sacco di casini a cui pensare durante i giorni successivi, ma questa settimana la spalla mi ha fatto meno male.

O forse è vero quello che dico ogni tanto per scherzo, che la crisi si è manifestata a una spalla perché io mi carico come un mulo di ogni peso possibile, mentre ogni tanto dovrei prendermela comoda, smettere di guidare io la danza, rilassarmi e lasciarmi portare. Che ancora ballo bene, sapete?

Ho fatto passare l’otto marzo ignorando volutamente la ricorrenza, perché da anni mi sono convinta che l’otto marzo o è tutti i giorni, o è una presa per i fondelli.

Ho in ogni caso molto apprezzato il post di LivePaola, che cita e commenta il rapporto Cerved sulle imprese italiane guidate da donne: se ancora non l’avete letto, fatelo, ne vale la pena.

Io di mio ho passato la settimana scorsa a leggere un libro di cui si è abbastanza discusso negli ultimi tempi, “Il paradosso dei sessi” di Susan Pinker. Presentato e promosso come un testo rivoluzionario, che “getta nuova luce sulle differenze fra uomo e donna e offre spunti inediti per riaprire il dibattito” (quarta di copertina), il libro in realtà mi è sembrato una rimasticatura in chiave sociologica di “Venere e Marte”, meno fresca dell’originale e un po’ più inquietante per le conclusioni a cui arriva.

L’autrice, che nella sua pagina di biografia si definisce “a psychologist and newspaper columnist who writes about social science for the daily press”, raccoglie e presenta diversi dati ottenuti in ricerche psicologiche e sociologiche, e li mescola ad alcune interviste presentate come “case histories” esemplificative delle sue teorie.

Il succo dei “dati scientifici”:

  1. Esaminando campioni di maschi e femmine, la distribuzione statistica del QI  è diversa nei due gruppi: pur essendo il QI distribuito secondo la classica curva a campana, con i valori medi di uomini e donne equivalenti, la distribuzione nella popolazione maschile è più “schiacciata”, con code più lunghe ai due estremi. Cioè, banalizzando, esistono fra i maschi più idioti e più geni, mentre nei valori medi le donne sono più numerose.
  2. La distribuzione del “quoziente di empatia” (un analogo del QI, calcolato in base a test della capacità di interazione sociale) è nettamente diversa nei due sessi, con la curva delle donne decisamente spostata su valori più alti rispetto a quella degli uomini.
  3. I risultati scolastici delle donne sono in media migliori di quelli degli uomini, e il distacco fra i due sessi tende ad aumentare negli anni. Lo svantaggio che le donne avevano nelle materie matematiche e scientifiche va colmandosi, anzi nei paesi orientali è già annullato o invertito, mentre gli uomini continuano a restare indietro nelle materie linguistiche e letterarie
  4. Vari problemi psicologici sono distribuiti in modo difforme fra i sessi: la dislessia interessa gli uomini in rapporto di 4:1 rispetto alle donne, la sindrome di Asperger (una variante dell’autismo caratterizzata da assenza di deficit cognitivi, ottime performance scientifiche e tecniche, e totale disinteresse e difficoltà di gestione nell’ambito relazionale) è al 90% un problema maschile. Per converso, le donne soffrono maggiormente di depressione e stati d’ansia.
  5. E tuttavia, nonostante questo stato delle cose, le posizioni di potere restano in netta maggioranza occupate da uomini, e il divario retributivo fra i sessi non accenna a colmarsi. Anzi, sono molte le donne che, per scelta consapevole, decidono di abbandonare promettenti carriere o per dedicarsi alla famiglia, o per intraprendere percorsi professionali meno impegnativi.

Da cosa dipende tutto questo? La Pinker non ha dubbi: dato che, a suo dire, nel mondo occidentale non esistono più limitazioni oggettive a quel che le donne potrebbero fare, il fatto che poi esse non vogliano farlo dipende da una diversa predisposizione psicologica, determinata in ultima analisi dagli ormoni.

Infatti, per farla breve, il testosterone limita le capacità linguistiche, stimola l’aggressività e aumenta la predisposizione al rischio; al contrario, l’ossitocina (prodotta in gran quantità ad esempio durante l’allattamento) aumenta l’empatia e genera uno stato di appagamento, che viene automaticamente collegato alle attività di accudimento.

Così, sempre banalizzando, i maschi rischiano senz’altro di morire giovani in imprese demenziali, ma quelli che sopravvivono sono più tosti, e, tendendo a fregarsene del prossimo, macinano carriera più facilmente. Inoltre, se c’è da occupare un posto che richiede impegno totalizzante, scarse o nulle interazioni sociali, e una dose di astrazione al limite della paranoia (insomma, il tipico lavoro da ingegnere), beh chi vi viene in mente di così malato da metterci? Una donna?

E, dall’altra parte, quanti uomini sacrificherebbero una fetta di stipendio per fare un lavoro appagante dal punto di vista umano, impegnato nel sociale, che comporti accudimento anche fisico di altre persone; o, addirittura, questo lavoro lo farebbero gratis, come fanno milioni di mogli e madri e figlie senza battere ciglio?

L’aspetto irritante di questo ragionamento è che mescola dati reali e affermazioni che tanto reali non sono. Il risultato è quello di giungere a una conclusione che suona più o meno come “sorelle mie, smettetela di sbattere contro il tetto di cristallo, non è roba che fa per noi, anzi, chi ci incita a sfondarlo in realtà non rispetta il nostro essere differenti!”.

Ci ho ragionato sopra, perché la fatica di conciliare lavoro e famiglia e un po’ di vita personale la conosco tutta (nonostante un marito che si prende tutta la sua parte di responsabilità familiari, come pochi in questo paese sono abituati a fare). E so che gli ormoni contano, e so che ci sono difetti e pregi che è più probabile trovare ora nell’uno, ora nell’altro sesso.

Tuttavia, la storia non sta tutta qui.

Partiamo dall’influenza dei dati biologici. Innanzitutto, lasciatemi spazzare via qualunque citazione che riguardi esperimenti comportamentali condotti su topi, cavie, pinguini (ad esempio, le topine che dopo il parto diventano più brave a uscire dai labirinti, e amenità simili). Siamo mammiferi e siamo condizionati dal nostro essere fisico, senza dubbio, ma siamo anche dotati di un cervello estremamente grande rispetto alle dimensioni del nostro corpo; è questa la caratteristica che più ci marca come specie. Se la maggior parte degli animali ha comportamenti e reazioni rigidamente determinati, gli individui della nostra specie mostrano un’enorme variabilità, che deriva dall’estrema adattabilità dei nostri schemi cerebrali.

Come scrive uno dei maggiori biologi evoluzionisti del XX secolo, Stephen Jay Gould:

Flexibility may well be the most important determinant of human consciousness; the direct programming of behaviour has probably become inadaptive. [..] Violence, sexism and general nastiness are biological since they represent one subset of a possible range of behaviors. But peacefulness, equality, and kindness are just as biological – and we may see their influence increase if we can create social structures that permit them to flourish. ["Ever Since Darwin", p.257]

Insomma, parlare per generalizzazioni può essere comodo, ma teniamo sempre presenti che, soprattutto per gli esseri umani, le generalizzazioni valgono quel che valgono, perché la variabilità è enorme e i possibili adattamenti sono tutti altrettanto leciti e naturali.

Peraltro, dopo essermi ripassata tutti i fondamentali, mi sono anche riletta meglio i dati della Pinker, e ho notato che lo studio sulle distribuzioni del QI che lei cita come base di tutto il ragionamento successivo è una ricerca degli anni ’30. Ora, dagli anni ’30 in avanti, ci sono state centinaia di altri studi e ricerche che hanno messo in dubbio l’effettiva validità del QI come parametro di valutazione delle differenze tra gruppi: si è visto come i primi test del QI fossero estremamente condizionati dal background socioculturale, e ricerche successive hanno inficiato i primi risultati e ridimensionato l’importanza di questo parametro. Quindi, siamo sicuri di stare ragionando su dei dati buoni? Mah, io qualche dubbio ce l’ho.

Ma la Pinker ci porta tutta una serie di testimonianze di donne di successo che a un certo punto se ne sono tornate a casa, e ne conclude che alla fine “non è questo che le donne vogliono, tant’è che non se lo prendono neppure oggi che lo potrebbero avere”. Questa è la parte di ragionamento su cui mi sono arrabbiata di più.

Perché quella considerazione apparentemente buttata lì, “oggi le donne potrebbero in teoria fare tutto”, è uno dei pilastri di tutto il ragionamento. Se non esistono limiti esterni, allora il fatto che le donne non occupino i piani alti significa semplicemente che i piani alti non fanno per loro.

Io conosco un sacco di donne che non hanno il lavoro fra le loro priorità. Che fanno un passo indietro piuttosto che due avanti, che appena restano incinte si mettono a sedere, e programmano un rientro il più tardi possibile.

Però conosco anche molti uomini che non hanno il lavoro tra le loro priorità. Sì, lavorano, e certo, raramente si mettono in congedo parentale, ma non si prendono più impegni di tanto, esattamente come le donne di prima.

Però per gli uomini è più abituale, comunque, lavorare a tempo pieno. Forse perché vengono selezionati e assunti prevalentemente da altri uomini? Nelle grandi aziende, spesso il reparto HR è guidato da donne, ma quante sono le grandi aziende in Italia, e quante invece le microaziende col padroncino? e come cambiano visibilmente le cose quando a capo della microazienda è una donna?

Poi, i condizionamenti. Siamo proprio sicuri che ormai non ce ne siano? Non so in Canada, sicuramente in Canada è meglio, ma da noi di discorsi e luoghi comuni su quel che “è naturale” aspettarsi da maschi e femmine io ne sento tutti i giorni, mio malgrado. A partire, purtroppo, da un impresentabile Presidente del Consiglio, che, per citarne una delle migliori, qualche anno fa invitava i manager di Wall Street a “investire in Italia, perché da noi ci sono le belle segretarie”.

È ancora molto comune trovare stereotipi imbarazzanti nei libri per bambini. Qualche giorno fa, mio figlio ha portato a casa dalla biblioteca dell’asilo un libretto, sarà stato stampato non più tardi degli anni ’90, su “cosa farò da grande”, in cui il 90% dei personaggi erano orsetti maschi, che si proponevano di fare i più diversi mestieri, e le poche orsette femmine facevano, indovinate un po’, l’infermiera (con a fianco l’orsetto futuro dottore), la hostess, e la diva del cinema. Vi assicuro che non è il primo caso di questo tipo che vedo, nonostante stiano crescendo in quantità e qualità i libri che trattano bambini e bambine in modo più sensato, senza nemmeno scadere nel politically correct più banale. Cosa si abituano a pensare i bambini e le bambine, magari con una madre a parttime (che il fulltime, se non si hanno nonni a disposizione, è un’impresa ardua), rispetto a quel che è normale fare da grandi? Certo, le cose cambiano col tempo, son molto cambiate, ma non pensiamo che tutti i condizionamenti siano magicamente spariti, e che non ce li portiamo addosso – facendo chi più, chi meno fatica a liberarsene.

E per finire: io non voglio lavorare per tutta la vita dieci ore al giorno. L’ho fatto, in alcuni momenti, ma non penso nemmeno che sia produttivo lavorare dieci ore al giorno, come regola.

Se si tratta di fasi straordinarie di lavoro intenso, ok, penso che ne possa valere la pena, e penso che ci siano fior di donne in grado e con la voglia di sbattersi. Ma se si tratta di un codice sociale, tipo “la fedeltà si misura da quanto straordinario fai”, allora lasciatemi dire che sono stronzate.

Liberiamo un po’ tutti, uomini e donne, la nostra vita e il nostro lavoro dai riti inutili: le riunioni troppo lunghe, il dover lavorare per forza dall’ufficio, le trasferte per dirsi cose che basterebbe una videochiamata con Skype.

Ci resterà, a tutti, uomini e donne, più tempo per fare altro, e sciacquarci la mente nella vita, nei libri, nella natura. Ci servirà anche a lavorare meglio.

Diamo anche il valore che hanno – anche un valore economico, cioè dei buoni stipendi, per essere chiari -  a quelle attività, spesso tipicamente femminili, che hanno a che fare con la socialità e l’accudimento. Paghiamo bene insegnanti, infermieri, assistenti sociali – pretendendo che siano preparati e facciano bene il loro lavoro.

È a questo che serve spingere il più possibile le donne ai piani alti del potere: a costringere tutti a cambiare, think different please, i vecchi schemi non funzionano più, è ora di rivoluzionare le regole.

Vedrete che dopo (il rapporto Cerved è lì a testimoniarlo) funzionerà meglio.

cambiare aria

8 marzo 2009

A fine gennaio ho deciso d’impulso di iscrivermi a cinque lezioni del master in digital marketing di Apogeo, la prima quella di oggi con Marco Massarotto. E’ la prima volta da quando è nato mio figlio che vado via da sola e non dormo a Ravenna, e ieri sera mi sono resa conto di quanto ne avessi bisogno e anche voglia. Forse la media delle madri non sa vivere se non mette a letto tutte le sere la prole, ma le medie non sempre descrivono gli individui, no?  Per me, tornare a viaggiare da sola sia pure per poco, uscire a cena con LivePaola (ancora più brillante dal vivo che online), e passare il sabato a ragionare di relazioni online con un gruppo di persone stimolanti e preparate, è stato un balsamo necessario e benefico, nonostante tutti gli arretrati e la stanchezza di questi ultimi mesi. Poi gli arretrati li smaltirò, ne sono certa: non è solo il tempo che mi serve, è anche ritrovare lo spirito giusto, e, per aiutarmi in questo, cambiare aria è una gran cura.

avere cura

3 marzo 2009

Sabato scorso all’IIA Summit Giampiero Pescarmona raccontava di come cerca di mettere in relazione casi clinici, dati epidemiologici, cicli biochimici e dinamiche farmacologiche, per aggregare in modo nuovo informazioni mediche e trovare spiegazioni e – a volte – soluzioni.

La morale che emergeva dal racconto era che spesso i medici affrontano il caso clinico restando all’interno dei confini della propria specializzazione, e ignorando – per abitudine o pigrizia o comodità – i dati del contorno, che tuttavia spesso darebbero informazioni rilevanti. Ma la soluzione di un problema – o quantomeno la spiegazione di un fenomeno – dipende anche da come ne abbiamo delimitato i confini, scegliendo di prendere in considerazione certi aspetti e lasciarne fuori altri; quindi, definire confini troppo ristretti impedisce spesso di trovare soluzioni efficaci.

Tutto questo mi torna in mente in questi giorni, in cui porto in giro la mia spalla acciaccata fra medici, ortopedici, fisioterapisti di varie scuole, ricevendo da ciascuno un punto di vista palesemente marcato dalla specifica competenza di chi me lo da. I fisioterapisti promuovono l’efficacia ciascuno del proprio approccio fisioterapico, il chirurgo della spalla evoca il bisturi, il medico di base ha in mente i suoi casi più comuni e soprattutto ha la fila dei pensionati fuori.

L’ortopedico, saputo che paracetamolo e cerotti antidolorifici non mi hanno sollevata un granché, mi prescrive senza altro aggiungere un oppiaceo, salvo che poi in farmacia scopro di aver bisogno di una ricetta speciale per farmelo vendere (in questo paese penitenziale, la terapia del dolore è fortemente controllata e scoraggiata), e mi leggo dieci volte il bugiardino cercando di capire se ne vale davvero la pena.

La fisioterapista, interrogata su quale possa essere la causa iniziale, mi conferma che son certamente implicati i microtraumi da movimenti ripetuti e stressanti, poi mi chiede se in questi ultimi anni ho avuto “sbalzi ormonali o di umore”. Sì, certamente, ma chi non ne ha avuti? mi sembra un po’ generica come associazione causa-effetto.

Insomma, o si guarda troppo al particolare, o si generalizza pour parler, in stile magazine o supplemento salute. E, soprattutto, si va di fretta e si ascolta poco.

Magari alla fine tutto questo mi servirà per rallentare un po’, e ascoltare di più.

effetti collaterali

6 febbraio 2009

Un’influenza particolarmente aggressiva, portata a casa come spesso accade dal piccolo di casa, ci tiene reclusi dallo scorso weekend. Abbiamo avuto tutti e tre febbre alta, tosse, mal di testa. Abbiamo passato i primi giorni quasi a digiuno, spossati dai sintomi, dormendo o vegetando fra il letto e il divano. L’assistenza medica ci è stata data solo per telefono (ok lo so che siamo nel picco dell’epidemia e che i medici sono oberati, ma, soprattutto nel caso della pediatra di mio figlio, non sono entusiasta né della reperibilità né dell’approccio), e per fortuna che la settimana scorsa, in un momento di preveggenza, avevo fatto una scorta di paracetamolo.

Comunque, caso mai avessi avuto dei dubbi, l’esperienza mi ha confermato che la vita casalinga non fa per me, e che stare con mio figlio 24 ore al giorno per sette giorni su sette nuoce gravemente alla salute mentale di entrambi.

darwiniana

17 gennaio 2009

Ho seguito per quasi tutta la giornata di oggi la discussione partecipata e interessante su FriendFeed, scatenata da una domanda di Mafe, in un post di Punto Informatico che in sintesi chiede “sono nel giusto quando continuo a sostenere che il buzz a pagamento non funziona?”.

Complice l’imminente bicentenario della nascita di Charles Darwin e un po’ di libri su evoluzione e dintorni che sto rileggendo, continuo a ragionare sull’argomento con gli occhiali dell’evoluzionista.

Dunque Mafe domanda “la strategia dei fake e del buzz a pagamento funziona? barare funziona?”. Le risposte sono a grandi linee di due tipi: chi sposta il problema sul piano dell’etica, con argomenti del tipo

  • non è importante se funziona o meno, è comunque una cosa scorretta
  • che male ci sarebbe a farsi pagare, se poi lo si dichiara?
  • lo fanno anche i giornalisti

e chi invece si mantiene nell’ambito delle considerazioni sulla validità o meno, in termini di risultati, del “barare”:

  • funziona
  • non funziona
  • funziona sul breve, ma poi nel medio-lungo periodo no

e varianti sul tema.

Nell’ottica darwiniana, la dinamica evolutiva avviene sulla spinta di due fattori: da una parte, le specie producono più progenie di quanta ne può sopravvivere, e all’interno di ogni specie gli individui non sono tutti identici; dall’altra, la spinta selettiva favorisce gli individui con le varianti maggiormente adattative, e il differenziale riproduttivo aiuta tali varianti a diffondersi sempre più.

La banalizzazione delle teorie evolutive – facilitata dal loro essere radicalmente a-finalistiche, e quindi in contrasto con la tendenza umana a “darsi una ragione” per ogni cosa – porta spesso a darne una lettura semplicistica e caricaturale, in cui si prende un singolo carattere (ad esempio, la lunghezza del collo nelle giraffe) e gli si assegna la responsabilità di definire, lui solo, il vantaggio competitivo dei singoli individui.

In realtà, i “fattori critici” che possono influire sulla selezione sono sempre contemporaneamente molteplici, e questo fa sì che caratteri svantaggiosi possano rimanere presenti all’interno di una popolazione, perché trasmessi da individui portatori di varianti vantaggiose di altri caratteri, tali da compensare i fattori negativi. Esempio banalizzante: una giraffa col collo più corto della media potrebbe tuttavia sopravvivere – e quindi dare origine a una discendenza di giraffe a loro volta bassine – perché dotata di una variante di enzima digestivo in grado di farle digerire varietà di piante che risultano invece indigeste alle altre giraffe.

Quindi, l’analisi di un singolo carattere – nonché l’osservazione sulla sopravvivenza di individui che ne manifestano una certa variante – può non essere conclusiva rispetto alla valutazione del vantaggio competitivo che quel carattere fornisce.

In termini di marketing: se un prodotto lanciato inizialmente tramite una campagna di fake buzz ha avuto successo, prima di concluderne che il fake buzz funziona, dovremmo essere certi che il successo non è dovuto invece ad altri fattori, quali ad esempio l’intrinseco valore del prodotto.

Inoltre, i vantaggi competitivi non sono quasi mai assoluti, ma in genere dipendono dal contesto ambientale in cui si manifestano. Un collo lungo è senz’altro un asset nella savana, dove mette a disposizione foglie di acacia da brucare, ma sarebbe un inutile ingombro – e ben costoso da mantenere – nella tundra.

Leggesi: se vendo prodotti mordi e fuggi (es un favoloso investimento-truffa con tassi d’interesse a due cifre), o mi rivolgo a un mercato poco propenso allo spirito critico (es pensionati teledipendenti), un buzz a pagamento può essere un ottimo investimento, nel primo caso perché non devo preoccuparmi del medio termine, nel secondo perché è improbabile che il fake venga scoperto. Al contrario, se invece vendo prodotti o servizi con l’obiettivo di creare una relazione che si consolida nel tempo, farei meglio a investire e sul prodotto in sè, e sulla qualità della relazione (es assistenza post-vendita, garanzie, evoluzione dell’offerta..).

Questa considerazione permette anche, a mio modesto parere, di affrontare l’annoso quesito etico “sono costretto a fare marchette?”. Se non mi va di giocare sporco, posso da una parte selezionare l’ambiente in cui vado a giocare, rivolgendomi a mercati in cui si giochi secondo certe regole; e, dall’altra, cercare di “modificare la direzione della pressione evolutiva”, contribuendo a fare sì che i comportamenti scorretti non risultino poi così vantaggiosi (es. sputtanando un po’ chi gioca sporco).

Quanto ai cinici che si giustificano con lotta per la sopravvivenza e concetti simili, non posso che ricordare che si può vincere in molti modi, e che è dimostrato che anche alcuni comportamenti altruistici sono selettivamente vantaggiosi. In natura, c’è chi vince sterminando i concorrenti, e chi vince creando simbiosi con potenziali concorrenti per sfruttare meglio le risorse.

Ovviamente, le specie in quanto tali non scelgono le strategie in termini di etica. La specie uomo tuttavia è singolare, sia per la sua grande variabilità (siamo diffusi in tutto il globo proprio perché abbiamo sviluppato nel tempo un’enorme varietà di possibili adattamenti), sia per il singolare sviluppo delle facoltà cerebrali e linguistiche. La nostra mente si è evoluta nel tempo per pensare in termini di obiettivi e intenzioni, arrivando ad attribuire significati astratti e spiegazioni sovrannaturali ai fenomeni fisici. Di conseguenza, ci poniamo problemi etici che la maggioranza degli individui di altre specie, verosimilmente, non potrebbe neppure concepire.

E’ questo che ci caratterizza come umani – e uso intenzionalmente il termine più neutro possibile, “caratterizza”, non “distingue” né tantomeno “eleva”. L’evoluzione non è finalistica, accade semplicemente: l’adattamento per gli uomini è consistito nel diventare sociali e, spesso, etici; per alcune vespe, nell’imparare a paralizzare un bruco, e usarlo poi come incubatore delle proprie larve. Agli occhi della vespa, i nostri dubbi etici semplicemente non hanno alcun senso. Ma, se vogliamo funzionare bene in quanto esseri umani, un po’ di schifo gli sfruttatori dovrebbero farcelo ;-)

In conclusione: Mafe e gli altri, cerchiamo di mantenere, quantomeno nel nostro angolo di rete, ma se possibile anche un po’ più in là, un ambiente decente, in cui la pressione evolutiva favorisca individui della variante “persona corretta” rispetto al fenotipo “lurido bastardo”. OK?

Queste sono state le vacanze più pigre della mia vita.

Complici il tempo uggioso (in due settimane, una, dico una sola giornata di sole) e un lungo raffreddore mio e di Guido, non abbiamo fatto niente di niente di niente.

Sono uscita tre-quattro volte, per fare un po’ di spesa alimentare, fiondarmi ai saldi il 2 gennaio, e, ieri, portare Guido in centro a vedere la tartaruga gigante della mostra MiniDarwin. Non ho nemmeno sistemato un po’ di arretrati domestici (registrazioni spese e amenità del genere).

In compenso, ho recuperato diverse ore di sonno, ho letto molti libri, ho messo a punto la ricetta della pizza fatta in casa, e ho ripreso in mano matita e fogli bianchi per disegnare un po’ (che a furia di tastiera, mi si erano atrofizzate le dita..).

Quest’ultima cosa in particolare mi piace: “pensare con le mani” disegnando è davvero potente, e nel maneggiare “fisicamente” la matita e la carta c’è un senso concreto del delineare un pensiero, uno stato d’animo, un’impressione, che mancano del tutto quando si scrive o si disegna sulla tastiera.

Per consolidare la mia fama “old-age”, che io sono quella che al Nanosocial arriva senza portatile, segnalerò un meraviglioso libro, “Lezioni di disegno” di Enzo Mari, il cui inizio parla proprio di questo:

Lezioni di disegno - Enzo Mari

Antefatto no.1

Un paio di mesi fà, all’assemblea dei genitori della scuola materna, ho accettato di entrare nel Comitato Genitori, organismo su base volontaria che dovrebbe affiancare il gruppo delle maestre e contribuire in vari modi all’attività della scuola.

Alla prima – e finora unica – riunione del Comitato, ci è stato distribuito un elenco dei nostri nomi, con a fianco di ciascuno il numero di cellulare.

Ho subito fatto notare che mi sembrava il caso di raccogliere e distribuire anche gli indirizzi di posta elettronica, almeno di quelli che la usano, così da poterci contattare più velocemente e a minor costo, e distribuire informazioni e materiali vari.

Una maestra si è un po’ risentita, e mi ha detto che loro certo leggono anche la posta elettronica (“tutti i giorni!”), ma poi hanno tante altre cose da fare, che se devono anche pensare a scriverci.. io ho fatto gentilmente notare che magari poi si risparmiano il tempo e la carta dei bigliettini fotocopiati che ci lasciano in classe la mattina. Comunque, le altre hanno approvato, e anche gli altri genitori sono stati d’accordo su questa idea così innovativa (sic).

Visto che, quando faccio una proposta, poi non me ne lavo le mani, ho fatto subito girare il foglio dei nomi, chiedendo che ciascuno scrivesse il suo indirizzo email, ovviamente se ne aveva uno.

Il giorno dopo, ho copiato pazientemente tutti i nomi in un foglio elettronico, e ho aggiunto a fianco di ciascuno le colonne del telefono e dell’email; poi ho redistribuito il foglio a tutti gli indirizzi email che avevo, compreso quello della scuola materna.

Antefatto no.2

Per Natale, a tutti i bambini (cioè, alle famiglie di tutti i bambini) è stato chiesto di portare 2 euro in un salvadanaio in classe, per il tradizionale regalo “di beneficienza”. L’anno scorso con la somma raccolta era stato acquistato un televisore per il reparto di Pediatria dell’Ospedale di Ravenna; quest’anno, al Comitato, si era discusso di quale potesse essere la destinazione, senza trovare un accordo preciso.

Proprio qualche giorno fa, fuori dalla scuola, io e qualche altra madre del Comitato ci chiedevamo cosa si fosse poi deciso, visto che il Natale è quasi arrivato; una delle altre mamme ha detto che avrebbe chiesto alle maestre.

Sconcertante epilogo

Stamattina, quando ho portato Guido a scuola, una delle due maestre mi ha chiamata, dicendomi che aveva bisogno di dirmi una cosa. Mi sono fermata, e lei mi ha chiesto se per favore, visto che avevo gli indirizzi email di tutti i genitori del Comitato, potevo scrivergli che cosa era stato deciso riguardo al regalo di Natale, ovvero l’acquisto di una cyclette per la casa protetta di XXXX.

Le ho detto che l’avrei fatto volentieri, ma comunque io non avevo gli indirizzi email di tutti i genitori del Comitato, semplicemente perché alcuni, non usando la posta elettronica, non me l’avevano dato; in ogni caso, avrei scritto senz’altro agli altri.

Sono arrivata in ufficio, e qui sono stata travolta dal milione di cose da fare di ogni giorno; così, all’una, mentre tornavo in sede da una riunione, mi è tornato in mente che dovevo mandare il messaggio, ma, accidenti, mi ero del tutto dimenticata il nome della casa di riposo.

Dopo pranzo, ho chiamato all’asilo; per un paio di volte mi ha risposto il fischio del fax.

Allora, ho scritto un messaggio di posta elettronica alla scuola materna, e, per scrupolo, ho allegato di nuovo il foglio degli indirizzi, tanto per cercare di suggerire che forse avrebbero potuto loro stesse mandare il messaggio.

Dopo un quarto d’ora, mi squilla il cellulare: è l’altra maestra di Guido.

M. “Ciao, Alessandra, ho letto il tuo email; ti posso dettare il messaggio da mandare ai genitori?”.
A. “Va bene, <nome della maestra>, tieni però presente che io non ho l’email di tutti, perché alcuni non me l’hanno dato.”
M. “Ah.”
A. “Sì, avrai visto il foglio che vi ho mandato, di alcuni abbiamo solo il numero di telefono, perché magari non usano la posta, o non c’erano alla riunione”.
M. “Ah, come faccio a vederlo, scusa?”
A. (in sottofondo, fruscio di lieve giramento di coglioni) “Apri l’allegato al mio messaggio, che poi è lo stesso che vi avevo mandato due mesi fa; a fianco dei nomi, c’è una colonna per i telefoni, e una per le email. I telefoni ci sono per tutti, l’email solo per alcuni”.
M. “Ah, e gli altri li puoi avvisare tu comunque per telefono?”
A. “Beh, veramente, <nome della maestra>, mi parrebbe più corretto che li avvisaste voi, non per altro, ma io da qui a Natale non è che non c’ho un cazzo da fare sono imbullonata di lavoro, sai.”
M. “Beh certo. Ok, facciamo così allora, tu mandi l’email, posso dettarti? “
A. “Ah, fa pure. Scrivo”
M. “Per sensibilizzare i nostri bambini e bambine ad approfondire e vivere più concretamente il messaggio di solidarietà del Natale,…”

Così, nella mente delle maestre della scuola, pare che io sia diventata una sorta di disponibile segretaria, a supplenza della loro incapacità di usare la posta elettronica.

Ho mandato l’email a tutti i genitori, e poi ne ho mandato un secondo, solo all’indirizzo della scuola, per suggerire che magari le prossime comunicazioni al Comitato sarebbe meglio se le mandassero da sole.

Il mio livello di “sentimento natalizio”, con questa giornata, è definitivamente sceso sottozero.