.. nel caso a qualcuno fossero venuti dei dubbi, o vi avessero raccontato altro

Uno dei momenti più duri, la fine della trasferta in bus da Lima a Huànuco, quando il mio stomaco si è ribellato ai 3000 metri (in altitudine) di tornanti. Foto di Giampiero Corelli.
Sono rientrata ieri notte, e ho passato la giornata di oggi a mettere in lavatrice il contenuto della mia valigia e a raccontare i momenti e le impressioni del viaggio in Perù all’ingegnere e, quando aveva la pazienza di seguirmi, a Guido.
Per una settimana ho viaggiato con un gruppo di cattolici ravennati, guidati dal loro arcivescovo, ritrovando – dopo quasi trent’anni che ne sto fuori – i temi e i riti della mia gioventù cattolica.
Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza davvero ricca e intensa. Abbiamo visto da vicino (e annusato, e gustato, e toccato, e ascoltato) una regione poverissima, dove la gente vive in condizioni che oggi, nel nostro terzo millennio occidentale e iperconnesso, sono difficili da immaginare.
Ho scattato molte foto, quasi tutte alle persone che incontravo, persone che, con mio grande stupore, ci accoglievano con un’allegria e una spontaneità che non avrei mai immaginato di trovare. Per mia fortuna, non sono una persona schizzinosa, e l’intensa emozione del viaggio deve avermi fatto impennare le difese immunitarie, quindi sono rimasta intoccata sia dal mal d’altura, sia dal Montezuma. Il racconto del viaggio è sul sito www.padremorini.org, sito che conto, fra qualche settimana, di lasciare in gestione ai ragazzi che seguono dall’Italia don Stefano.
Dato che ero là per raccontare, e che, passato il capoluogo di distretto, Internet era praticamente inesistente, ho usato Twitter via SMS; dopo una giornata, i miei compagni di viaggio hanno iniziato a venire da me, felici come bambini, per raccontarmi che da casa i loro amici e parenti mi leggevano, ed è stato bellissimo; ho così “evangelizzato” ai social network un gruppo di persone che normalmente, per età e anche un po’ per estrazione culturale, fanno parte della schiera di quelli che “Internet è il male”, compreso l’arcivescovo che, con grande curiosità, mi ha fatto mille domande sul lavoro che stavo facendo.
Ne ho concluso che, come in ogni evangelizzazione, la buona novella non bisogna “dirla a parole”, ma bisogna “metterla in atto”, dimostrandone l’effettiva bontà.
Scrivere senza conversare è stato per me difficile: normalmente, leggo i commenti alle cose che scrivo e mi sento costantemente immersa nella conversazione con le persone a cui sono legata. Dalle Ande, invece, spedivo messaggi in bottiglia, gli unici feedback quelli che mi venivano riferiti dai miei compagni di viaggio; così, appena sono riuscita a riavere una connessione, mi sono subito collegata a FriendFeed, sperando di trovarci qualcuno nonostante in Italia fosse notte fonda. La comunicazione, o è interazione, o non funziona.
Riguardo al titolo di questo post, nei giorni scorsi ho inevitabilmente riflettuto sulle spiegazioni che ci costruiamo per “dare un senso a questa storia”. Passato il livello della soddisfazione dei bisogni di base – la sopravvivenza quotidiana, con cui sulle Ande ancora la maggior parte della gente fa i conti tutti i giorni – o ci sbattiamo senza senso, o ci creiamo valori che diano significato alle nostre giornate, al di là del trasmettere i nostri geni alla prole. La religione è senz’altro una soluzione funzionale: organizzata, solida, portabile (ne esistono versioni semplificate per i derelitti, e teologie avanzate per gli intellettuali), con vantaggi sociali e politici. Per chi non voglia adottarla, è comunque possibile darsi un senso e un’etica personale; nella mia, è rimasto qualcosa del motto scout “lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”, e c’è molta curiosità per tutto ciò che è umano, religione compresa.

La foto, sempre di Corelli, mi ritrae mentre ascolto don Stefano Tognetti, un prete vicentino che vive da 18 anni a Huàrez, sulle Ande Centrali peruviane