alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Archive for the tag “lavorare con passione”

dalla mailing list al network

[ndr: per pigrizia mia, e soprattutto perché questi argomenti mi interessano sia personalmente che professionalmente, questo post lo ritrovate tal quale anche nel blog di Wafer, che comunque vi invito a visitare, perché ci scrivo anche di altro ;-) ]

Venerdì scorso, su segnalazione del Forum Cultura del PD di Ravenna, ho partecipato a un incontro sulla comunicazione politica, animato da Antonio Sofi e Giovanni Boccia Artieri. Le riflessioni che ne sono scaturite mi sembrano interessanti non solo rispetto al tema della comunicazione politica, ma anche, più in generale, di come sta cambiando la logica della comunicazione.

Sofi, appena rientrato dal Personal Democracy Forum di New York, ha riassunto in poche frasi la differenza di strategia fra i due candidati democratici: Hillary Clinton aveva una enorme “mailing list”, cioè era in grado di comunicare e mobilitare centinaia di migliaia di persone fra gli attivisti e i simpatizzanti già “collegati” al partito democratico. Al contrario, Barak Obama, non potendo competere sulla dimensione della mailing list, ha usato la potenza del network, cioè ha aperto spazi in cui le persone potessero auto-organizzarsi e auto-connettersi. In questo modo, la sua campagna si è auto-propagata, perché i simpatizzanti hanno potuto produrre loro stessi contenuti utili, coinvolgere persone che non si erano mai avvicinate prima alla politica, sentirsi motivati e rispettati dall’approccio “orizzontale” del loro candidato.

Dalla campagna per le primarie democratiche alla riflessione sull’ultima campagna elettorale italiana, il passo è stato naturalmente breve. Pur convenendo sul fatto che il PD ha usato la rete in modo decisamente più aperto e innovativo rispetto al PDL, ci si è trovati d’accordo nel concludere che – complice il poco tempo a disposizione – non si sia adottata fino in fondo la logica della rete. Quasi un “mi piacerebbe, vorrei, ma non posso fino in fondo”. Il risultato è stato che sono stati aperti spazi di discussione, che però, per come erano stati attivati, sono stati percepiti dai netizens come “imposti” o “governati dal centro”; di conseguenza, le persone sono andate a discutere in altri luoghi, e, cosa ancora più grave, chi gestiva la comunicazione non li ha seguiti, ma è rimasto a parlare più o meno da solo dei “suoi” siti.

Altri errori evitabili:

  • non ascoltare: il primo passo da fare è quello di andare a cercare i contenuti che producono gli altri, leggere i blog indipendenti, partecipare alle conversazioni anche quando sono “fuori casa”. E qui mi sono immediatamente ricordata di una lettura recente, Internet PR di Marco Massarotto, che, parlando della comunicazione aziendale, parte esattamente dallo stesso consiglio: primo, ascoltare
  • creare contenuti difficili da propagare, come video usabili solo sul sito della campagna e solo scaricando un plugin. Con una comunicazione televisiva schiacciata nei 20 secondi delle dichiarazioni da telegiornale, Internet offre la meravigliosa possibilità di approfondire e chiarire i concetti (tanto che uno dei video più visti di Obama è un suo discorso di 35 minuti sul razzismo, visualizzato milioni di volte). Perché allora non fare un “buon” video, di 20-30 minuti, e metterlo sì nel sito del partito, ma anche e prima di tutto su YouTube, da dove potrà essere ripubblicato su decine di migliaia di pagine, e raggiungere persone che sul sito del partito non ci sarebbero mai andate..
  • pensare di ottenere “tutto e subito”: la logica del network ha tempi di propagazione graduali, anche se a un certo punto può diventare travolgente
  • avere la pretesa di parlare contemporaneamente a decine di migliaia di persone: in rete i grandi numeri spesso si ottengono con un effetto “long tail”, per addizione di piccoli numeri, perché il contenuto valutato come interessante viene ripubblicato sul blog da 1000 visitatori, ma anche su centinaia di blog da 30 visitatori, o anche da 4 visitatori: ma sono 4 visitatori che, magari, “quel” contenuto dal suo sito di origine non l’avrebbero mai visto
  • pensare che, se i media tradizionali costavano migliaia e milioni di euro (che si continuano a spendere), la comunicazione Internet deve invece essere fatta “a gratis”: non è così, certamente i costi di Internet sono decisamente più bassi, ma la competenza si deve pagare, e poi in rete si deve spendere tempo, ancora più che denaro.

Insomma, si può fare.. di meglio. Per fortuna (?) di tempo a disposizione per fare di meglio adesso ce n’è, quindi… sarà bene rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro.

chi dà consigli ai consulenti?

Nell’ultima settimana mi sono trovata praticamente ogni giorno a perdere tempo per dare spiegazioni e chiarimenti a qualcuno su un lavoro che, da contratto, gli dovrò poi pagare.

Non sto parlando del normale brief di inizio lavoro, s’intende: quello lo faccio sempre, spesso lasciando indicazioni scritte.

Sto parlando di cose che mi ritornano, con errori madornali, sia di forma (ma in contesti in cui la forma “è” sostanza, tipo documenti societari), sia soprattutto di merito.

L’ultima che mi è capitata è sublime. Avendo deciso di assumere con contratto di apprendistato una persona che lavorerà nello staff di produzione web, convoco un incontro con la persona stessa e chi ci seguirà nella gestione di tutta la burocrazia collegata all’apprendistato stesso (registrazione dell’apprendista, moduli e registri della formazione, etc.).

All’incontro, alla domanda “profilo da raggiungere”, consegno ai consulenti un mansionario scritto che contiene, in una pagina, tutto quel che dovrà fare (e quindi imparare a fare) la persona che arriva. Mi guardano come se fossi appena discesa da un’astronave, evidentemente avere le idee chiare su “chi fa cosa” e comunicarlo per iscritto è un evento raro.

Gli prometto inoltre che, a stretto giro, gli manderemo un piano formativo interno, che loro provvederanno a tradurre in “formatorese” ad uso della burocrazia regionale. Infatti, appena i consulenti se ne vanno, io, la ragazza e un altro socio mettiamo in ordine le cose da imparare, e spediamo la bozza di piano formativo ai consulenti.

Una settimana dopo, ricevo la loro versione del PIF (piano individuale di formazione, sic). Di tutto quel che abbiamo scritto noi è rimasta solo una voce, peraltro la più irrilevante. In compenso, ci sono circa 200 ore di tecnologia Microsoft.

Strabuzzo gli occhi, e afferro il telefono per chiedere chiarimenti. Mi rispondono che “per la qualifica regionale di Analista Programmatore, questo è il piano formativo standard”. Rispondo, cercando di mantenermi calma, che mi sembra un’assurdità, e che controllino meglio. Noi non lavoriamo in ambiente Microsoft, quindi questo piano formativo è palesemente inadatto a noi.

Mi dicono che verificheranno, e poi, poche ore dopo, mi fanno richiamare da un’altra, che mi conferma la cosa, “rassicurandomi” perché “tanto questo è il piano di massima, poi quando lo traduciamo nel vostro piano aziendale scriviamo quel che vogliamo”. Allora divento un po’ più dura, e gli dico che io non ho l’abitudine di firmare dei falsi, e che non credo assolutamente che in Emilia Romagna la qualifica di analista programmatore si possa conseguire solo a patto di sviluppare in una determinata tecnologia.

Come parlare sanscrito.

Cerco di farle un esempio usando un contesto diverso, e le spiego che “è come se io chiedessi di formare un traduttore, che ci serve per la lingua spagnola, e lei mi rispondesse che il PIF standard prevede inglese e basta. Cosa me ne faccio?” Non capisce. Cliccando sull’opzione “analista programmatore”, a lei il computer fa uscire quel testo, e tant’è.

Perdo la pazienza definitivamente, e minaccio un’interrogazione al consiglio regionale, e un casino della madonna (oltreché di non pagare le loro fatture).

Mi dice che verificherà senz’altro, e se nel frattempo le mando una traccia del PIF che servirebbe a noi… Aspetto risposta, aggiornerò.

conversare senza rete

Arrivo sempre un po’ in affanno a pochi giorni dalla data, ma, per chi si fosse perso la notizia, ricordo che fra una settimana c’è il WebCocktail

“RETI DI PERSONE – Network sociali, relazioni, conversazioni”

Abbiamo chiesto a Antonio SOFI di tracciare la mappa dei network sociali (un’impresa che potremmo definire “Social Networks for dummies”), a Sara Maternini di raccontare come le aziende intelligenti stanno in rete (come ci stanno le aziende meno intelligenti, lo leggiamo quasi tutti i giorni..), e a Ethel Frasinetti di parlare della rete Generazioni.coop.

Insomma, un puntatone ;-)

E alla fine, buffet, gelato e sorbetto.. WebCocktail, 18 giugno 2008 h.16:30, Casa CMC.

ricostituenti

Alcuni rimedi alla stanchezza di inizio estate:

  • leggere d’un fiato un po’ di capitoli del Mestiere di scrivere, e ritrovare la voglia di scrivere un po’ ogni giorno
  • andare alla conferenza stampa di presentazione della Festa Artusiana, e ricevere così tanti complimenti per il nuovo sito che nemmeno il giorno della laurea..
  • riportare e distribuire tutti i complimenti a tutti
  • sapere che non si è sole, sebbene poche.. ma buone ;-)

da un altro punto di vista

Da tempo lo rimuginavo, e fra ieri e oggi l’ho fatto: rivoltare l’ufficio, cambiar posto alle scrivanie, buttar via la carta vecchia e inutile (nel riciclo, naturalmente), e inaugurare un mega schedario per i materiali d’archivio dei clienti (cd, vecchi appunti, cataloghi, tutte le cose che non sai mai dove sono, e dopo che le hai buttate via passa una settimana e il vecchio cliente si rifà vivo “ce l’hai mica ancora una copia di quel CD con le foto che vi avevamo dato per il sito…”

Il vantaggio dell’openspace è che si hanno molti più gradi di libertà nella disposizione di cose e persone.

Adesso – cambiata di 180° la prospettiva da cui osservo le mie giornate di lavoro – posso riprendere il corso dei progetti con leggerezza.

back to basics

Mafe De Baggis come sempre ricorda alcune verità di elementare buon senso: la comunicazione è importante, ma una buona comunicazione vive solo se dietro c’è un buon prodotto e/o un buon servizio, non si costruisce a tavolino.

Se non ci sono le basi, è inutile inventarci sopra prima la pubblicità, poi il web 1.0 o 2.0 o N.0, poi il vairal, poi quel che vuoi.

Mafe cita Joshua Porter, che fa alcune sagge considerazioni sull’utilità di creare piattaforme sociali:

Fornire alle persone una piattaforma sociale consentendo loro di esprimersi non crea necessariamente “buzz” e curiosità, ma, più che altro, tende ad amplificare quella che era l’opinione iniziale delle persone.

In altre parole, se mettete a disposizione una piattaforma sociale:

  • se il vostro prodotto fa schifo, verrà fuori una conversazione su quanto fa schifo
  • se è un prodotto meraviglioso, verrà fuori una conversazione su quanto è meraviglioso

L’uovo di Colombo, no? Peccato che schiere di uomini-marketing se ne dimentichino..

invece della letterina a babbo natale

ho voglia di pensare all’anno prossimo, a tutte le cose messe in fila in questi mesi, e ai cambiamenti che voglio / posso fare nel 2008 in Wafer.

Ho voglia di fare un po’ di pulizia archivi, buttare via le cose polverose e inutili, e fare spazio a nuovi progetti e idee.

Ho voglia di spostare i tavoli e le sedie, buttar via le piante ormai irrecuperabili e comperarne di nuove, eliminare la carta che non serve a niente,  sgrovigliare tutti i cavi aggrovigliati.

Ho voglia di rispolverare il sorriso ed essere contenta quando entro in ufficio. Non sarà il paradiso descritto da  Kjerulf, ma ci si può andare vicini.

autopromozione sfacciata

In attesa dei prossimi WebCocktail, ecco l’intervista realizzata da Intruders TV!

chapeau Marchionne

Nei giornali di oggi, fra le desolanti liti dell’ex centrosinistra, una vera buona notizia: il piano per il rilancio dello stabilimento Alfa di Pomigliano.

Come se fosse la cosa più normale del mondo, Marchionne fa sapere che, visto che di tutto il gruppo Fiat l’Alfa Romeo è il marchio che va peggio, causa cadute di qualità e inefficienze produttive, per due mesi a Pomigliano si chiude la produzione e si va tutti (7.500 addetti, non bruscolini) in formazione. Non solo: nel frattempo, si rinnovano impianti e infrastrutture.

Per circa due mesi la normale attività lavorativa sarà sospesa (dal 7 Gennaio al 2 Marzo 2008) per procedere a una completa riorganizzazione del processo produttivo secondo i principi del World Class Manufacturing, applicati oggi in tutti gli stabilimenti del Gruppo. Nello stesso periodo sarà realizzato il piano di formazione per i dipendenti. Tutti i costi della fermata saranno a carico dell’Azienda, comprese le retribuzioni e i relativi contributi previdenziali e assistenziali. Per quanto riguarda il processo produttivo è prevista una completa razionalizzazione della organizzazione degli impianti [...] Nei prossimi 12-15 mesi l’Azienda realizzera’ gli investimenti destinati ad aumentare l’efficienza degli impianti, la sicurezza dei lavoratori e per migliorare gli ambienti (mense, spogliatoi, etc.)

Insomma, ragazzi, non stiamo lavorando abbastanza bene, fermi tutti e rimettiamoci a studiare. E, mentre voi siete in aula, si rimette in ordine la fabbrica. Costerà un po’ (120 milioni di euro..), ma, se serve, bisogna farlo.

Sergio, mi piaci quando fai così.

il dilemma degli intangibili

Minacciata dai virus gastrointestinali e parainfluenzali che aleggiano fra conoscenti vicini e lontani, resisto in vista del traguardo di fine anno.

Ieri ho dedicato un pomeriggio a seguire un seminario su quanto sono importanti, per le aziende, gli “Intangibili”. Che non sono i cugini degli “Incredibili”, bensì tutte quelle cose (la reputazione, l’immagine, il benessere delle persone, l’esperienza, il database aziendale) che io ho sempre coltivato con massima cura, fiduciosa che prima o poi si trasformeranno in “Tangibili” (bilanci meravigliosi e stipendio di giada per tutti).

Dopo la sciroppatura di consulente milaneeese che ci ripeteva tutti questi concetti come oro colato e verità rivelata, mi viene da pensare pessimisticamente (ma è forse stanchezza serale, o il virus all’attacco) che:

  • le aziende che pensano prima ai bilanci economici, cioè a far profitto e capitalizzare “tangibilmente”, e solo dopo si dedicano agli “intangibili”, quando ci arrivano hanno spompato e succhiato tutti in tal maniera che non sono più credibili (prima ti sfrutto, e poi ti dò il contentino; prima arricchisco mettendo da parte gli scrupoli, poi mi rispolvero e faccio il bilancio sociale)
  • le aziende invece che pensano prima agli “intangibili”, o meglio, cercano di non sacrificarli, fanno un casino di fatica a poterseli permettere, perché i loro bilanci “tangibili” ne soffrono

Lo so, non è un pensiero ottimista, e so anche che comunque io la strada no.1 non so fare a imboccarla con la necessaria spregiudicatezza. E l’ottimismo della volontà mi fa comunque convincere, ogni volta, che troverò la strada per far funzionare anche la strada no.2.

Nel frattempo, ho fatto i miei piani d’azione, almeno a grandi linee, e adesso devo solo arrivare a fine anno per riprendermi un po’ di energia e ricominciare.

Post Navigation

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.