Annunciata con largo anticipo, e del resto largamente prevedibile a fine dicembre, è arrivata la neve anche a Ravenna. Non si parla di nevicate epocali, tipo quella del ‘95 che seppelì la Pianura Padana sotto un metro di neve, ma di un’intensa nevicata, durata alcune ore e seguita da un’ondata di freddo.

I primi fiocchi hanno iniziato a cadere venerdì sera, e sabato mattina tutti ci siamo svegliati con la città imbiancata. Visto che io e l’ing. eravamo a casa da soli (Guido aveva dormito dai nonni, perché il programma della serata prima, andato a monte causa neve, prevedeva un’uscita mondana), siamo scesi di sotto e, in poco più di un’ora di lavoro, abbiamo spalato tutta la rampa che porta ai garages del condominio, il marciapiede davanti a casa e il vialetto d’accesso fra il cancellino pedonale e il portone. Nessuno dei nostri vicini di casa (abitiamo in un condominio di nove appartamenti) si è fatto vivo per darci una mano, e i due che sono rientrati in casa mentre stavamo finendo hanno fatto finta di niente.

Poi siamo andati a piedi a casa dei miei suoceri, che abitano a poco più di un chilometro da noi. La strada per arrivare da loro attraversa la periferia residenziale di Ravenna, in gran parte edificata a piccoli condomini e case mono o bifamiliari, una zona dove se parcheggi l’auto davanti a una casa che non è la tua il proprietario ti guarda storto. Con queste premesse, mi sarei aspettata di incontrare un sacco di formichine al lavoro, ciascuno a spalarsi il marciapiede davanti a casa: invece, sarà stato pulito un tratto su dieci.

Abbiamo perfino visto un signore che spalava la neve dal suo passo carraio, e, invece di ammucchiarla in un punto dove non desse fastidio, la buttava in mezzo alla carreggiata (suppongo dalla parte opposta alla direzione che prende lui quando esce di casa..)

Al ritorno, nel pomeriggio, i due metri di marciapiede che non eravamo riusciti a finire erano ancora innevati; così l’ing. è rimasto giù con Guido, e ha terminato il lavoro.

In compenso, il campione di paternalismo che amministra questa città ha emesso – di sabato mattina – un’ordinanza di chiusura di tutte le scuole per lunedì. Visto che nessuna delle previsioni meteo che ho consultato in questi giorni prevede nuove nevicate, mi sembra quantomeno esagerato dichiarare default dei servizi per otto centimetri di neve, a meno che il fine non sia quello di  mandare la gente a recuperare un po’ dello shopping natalizio saltato questo sabato.

Mi chiedo cosa faranno domani mattina i genitori che, sprovvisti di nonni a pieno servizio o semplicemente non raggiunti in tempo dalla notizia, arriveranno a scuola coi loro figli trovandola chiusa. Speriamo che prendano i bambini e vadano a spalare un po’.

presentar(si) bene

24 novembre 2009

Come ha già raccontato Luca, un paio di giorni fa al Rimini Web Marketing Event mi è capitata (o meglio, è capitata a una delle persone che stavano dietro il palco) una di quelle cose “a probabilità zero”.

Mi sono vista passare davanti agli occhi, sul megaschermo del palafiera, due slides che conoscevo benissimo, perché erano mie e di Luca: le #15 e #21 di “Turismo online 2.0: cifre, esperienze, tendenze” che avevamo presentato insieme il 31 maggio di quest’anno a Ravenna, durante la Borsa turistica delle 100 città d’arte, e che io poi avevo pubblicato in CC Attribution su Slideshare.

Così, durante la pausa caffè, ho raggiunto la persona in questione, e mi sono presentata chiedendo spiegazioni.

Ora, se mai vi venisse la tentazione di sfilare due pagine dal lavoro di qualcun altro e mettervele in tasca, presentandole poi davanti a un folto pubblico come lavoro vostro, credetemi sulla parola: trovarsi davanti l’autore non vi metterà di buon umore.

Ho ricevuto alcune scuse balbettanti (“mai avrei immaginato“, “conosco benissimo Luca“), e una chiamata in correo: “me le ha passate X, senza dirmi che fossero vostre“. Così stamattina, essendo X uno dei miei collegamenti LinkedIn, gli ho scritto chiedendo lumi sulla cosa. La prima risposta è stata un disinvolto

Non ho nessun problema a dirti che ho usato durante una mia presentazione due slide tratte dalla tua presentazione. Ovviamente con attribuzione della fonte e link diretto al file di slideshare. Come faccio sempre.
Non ho però distribuito la mia presentazione e quindi non so come Y (che conosco bene) possa aver preso le mie slide… cercherò di capirlo….

Ora, se tu usi robe mie ma poi ripubblichi online la presentazione con un link al mio Slideshare che chi legge possa seguire, ok. Ma se, durante una presentazione pubblica, metti da qualche parte un link a Slideshare, a cui nessuno farà caso (sempre ammesso che tu l’abbia fatto, perché non ho avuto il piacere di vedere il .ppt in questione), mi stai prendendo per i fondelli.

Così gli ho risposto che trovo un po’ discutibili le “presentazioni patchwork”, in cui si mescolano cose prese da ogni dove, che ovviamente saranno diverse per stile e impostazione; ho aggiunto che i dati sono ovviamente diffondibili all’infinito, ma che il lavoro di rielaborazione grafica e interpretazione e scelta era il nostro, e ci avrebbe fatto piacere essere almeno avvisati (non dico chiedere il permesso o ringraziare).

La risposta successiva era già più piccata:

l’idea di lasciare il formato originario era proprio per evidenziare (con una rottura grafica) la fonte e il fatto che era un inserimento esterno… cmq per me non problem: esistono decine di presentazioni analoghe basate sugli stessi dati. Vorrà dire che prenderò da altri se vi da fastidio…

Ok, se non capisci, non capisci. Luca ha preso a quel punto la parola, e ne ha ricevuto risposte decisamente oltre le righe

l’unica cosa che mi sembra patetica è tutta la vostra assurda polemica.

così ha scritto il suo post.

Io più ci penso e più mi sento di dire che, se confondiamo Creative Commons con “raccattare qua e là qualcosa da mettere insieme sullo schermo” ci stiamo facendo molto male.

Il fair use, per come lo intendo io, significa che se qualcuno scrive qualcosa di interessante, io lo racconto ad altri, citando la fonte. Ma lo faccio mettendoci, di mio, almeno il lavoro di confezionare quell’informazione costruendo un discorso coerente.

Se poi voglio fare una presentazione come si deve, curo anche la coerenza grafica, ricostruisco torte e istogrammi, scelgo le foto, inserisco tutto il materiale non originale in uno schema uniforme.

Non c’è bisogno di essere un guru come Avinash Kaushik (vedi ad esempio una delle sue ultime presentazioni), basta leggersi un paio di libri o di blog (Luisa Carrada, Presentation Zen, Giacomo Mason, per citare i primi che mi vengono in mente) e lavorarci sopra.

È questione di rispetto per chi ci ascolta, e anche di fair use del tempo altrui; alla lunga, sono convinta che paghi.

E, se non altro, non si rischia di fare una bella figura di merda.

..che la colpa di ogni male è comunque delle madri, il Corriere oggi raddoppia ammonendo che “Mamma lavoratrice, figli meno sani”. Che stiano cercando di convincerci che, vista la crisi, conviene che rinunciamo graziosamente ai nostri posti di lavoro per tornare fra le mura domestiche?

ci vuole dell’impegno

19 agosto 2009

Ci arriva nella posta (indirizzato a undisclosed recipient) il messaggio seguente:

CAMERA DI COMMERCIO DI RAVENNA – REGISTRO DELLE IMPRESE

Agli utenti Telemaco

Prot. 9941 -19/08/09

Si informa che con lettera circolare n.3627/C il Ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito delle competenze ad esso attribuite sulle attività delle Camere di Commercio ha trasmesso copia del parere reso dalla terza sezione del Consiglio di Stato in ordine a quanto in oggetto.

In considerazione che il Ministero ha fatto proprie le considerazioni espresse dal Consiglio di Stato, lo scrivente ufficio a partire dal 15 settembre 2009 non può che procedere con l’attività sanzionatoria di propria competenza ove riscontri un ritardo od un’omissione nella presentazione di denunce al REA

Al riguardo si rammenta che le sanzioni sono quelle previste dalla legge 4 novembre 1981 n.630 e riguarderanno esclusivamente ritardi od omissioni per gli adempimenti a suo tempo (ante 19 febbraio 1996) obbligatori per il Registro delle Ditte che non siano oggetto di domanda di iscrizione o deposito nel Registro delle Imprese. Per queste ultime continuano a trovare applicazione le disposizioni previste dal Codice Civile (artt.2194 e 2630)

Nell’allegato prospetto sono indicati gli importi delle sanzioni di cui all’oggetto e si fa presente che il testo della circolare ministeriale ed il parere del consiglio di stato no reperibili sul sito del MSE all’indirizzo www.sviluppoeconomico.gov.it (Servizi/Camere di Commercio/Registro delle Imprese).

Si ricorda inoltre che dal 01 settembre 2009 allineandosi alla prassi nazionale, PER LE PRATICHE SOCIETARIE, le istanze presentate dai procuratori speciali  (utilizzo della modalità di “procura speciale”) non potranno più essere accettate.

Cordiali saluti.

Il Conservatore

Ora, con un po’ di tempo e pazienza a disposizione, grazie al fatto che ormai su Internet le leggi si trovano online, segnandosi su un foglio di carta gli appunti nel corso della caccia al tesoro, probabilmente possiamo, nel giro di un’ora, arrivare a capire che la comunicazione NON CI RIGUARDA AFFATTO perché abbiamo fatto tutte le denunce di iscrizione al REA nei tempi previsti dalla legge.

Ma io mi domando: non esisteva una circolare Bassanini che raccomandava alle amministrazioni e uffici pubblici di usare un linguaggio chiaro e comprensibile???

Perché non si scrive chiaramente “ricordiamo che chi non ha fatto questo e quello resta soggetto a questa sanzione, seguono riferimenti normativi”? Perché l’autore di questo messaggio si firma “il Conservatore” e non con il suo nome e cognome? Quanta fatica ci vuole a costruire un testo così involuto e bizantino? Quanta inutile fatica cognitiva viene richiesta a chi legge? Quanti sono i rischi di errori e le perdite di tempo e denaro (richieste di chiarimenti, telefonate a vuoto…)? Non siamo nel millennio delle “conversazioni con voce umana”?

Perché diamine io vivo e lavoro in questo paese????

Sapevatelo

Ieri quando ho visto sui muri di Lugo i manifesti del Polo Universitario Romagnolo ho pensato per un momento di non essere davvero sveglia.

la campagna della Fondazione Flaminia per promuovere il polo universitario romagnolo

la campagna della Fondazione Flaminia per promuovere il polo universitario romagnolo

E invece.

Non è la prima volta che da queste parti le istituzioni spendono soldi nostri per promuovere campagne di discutibile “creatività”; a me questi “concept” fanno pena anche quando sono utilizzati in contesti molto più leggeri, ma, quando a toppare è la Fondazione Flaminia e l’università, mi girano veramente.

Ne parlano:
Sorelle d’Italia
repubblica.it
corriere.it
gruppo di protesta su facebook

su FriendFeed

giornate storte

13 giugno 2009

Dunque stamattina il  mio programma era: tirare giù dal letto tutta la famiglia a un’ora decente, e partire per Marina Romea, gettarmi sul lettino e alzarmi solo lo stretto necessario per andare a tavola (già apparecchiata a casa dei nonni).

E invece.

L’ingegnere si è svegliato con uno dei suoi occasionali attacchi di malditesta del weekend; si è trascinato in sala, ha preso un’aspirina, “così mi riprendo e poi partiamo”

Visto che la partenza era da rimandare un po’, ho deciso di andare a fare la  spesa al mercato, e naturalmente Guido è voluto venire con me; così l’ho aspettato, vestito, colazionato, lavato, caricato in auto.

Dato che avevamo deciso di riportare al BiblioBus i libri che aveva in prestito, non c’è stato verso di partire senza prima avergli riletto dall’inizio alla fine un simpatico libretto “scopriamo insieme gli aeroplani”.

Siamo finalmente partiti, nell’ora di punta del mercato; nel picco positivo della giornata, abbiamo trovato un parcheggio abbastanza comodo, e abbiamo fatto il giro delle nostre bancarelle di frutta e verdura e specialità pugliesi.

Al ritorno, Guido, distratto dal panino alle olive che stava mangiando, è volato a terra sul marciapiede, con notevole sbucciamento ginocchia; mi sono appellata alla pazienza, e, ripartendo, ho visualizzato intensamente il nostro ritorno a casa, l’ingegnere pronto con borse e teli da spiaggia in mano, “scarico frutta, carico babbo e partiamo”.

Al ritorno, nessun segno di vita apparente in casa, tazze della colazione ancora sul tavolo, nessuna borsa da spiaggia in vista. Porto dentro le sporte, vado in camera, dove un mezzo cadavere giace accartocciato dalla sua parte del letto. Sono le undici, faccio due conti e realizzo che, ora che avrò messo a posto la spesa rincorrendo mio figlio e facendo le borse, sarà troppo tardi per andare in spiaggia.

Sistemo la spesa; nel frattempo l’ingegnere si è alzato, ma annuncia di star troppo male per venire al mare; dato che non ho neppure comprato Repubblica (la prendo solo il sabato, per D, e avevo fatto i conti che invece di fermarmi all’edicola del mercato con Guido che poi frigna che vuole i giochini, l’avrei presa di strada andando verso il mare), faccio per uscire, ma Guido pianta un casino che vuole venire anche lui; allora usciamo insieme, e, tanto per dare un senso alla mattinata, gli propongo di prendere anche la sua bicicletta così riprendiamo le lezioni “pedalo su strada”.

Appena siamo in strada, realizzo che ogni volta che va in bici con qualche nonna o prozia disimpara le cose più elementari, tipo che si può scendere dalle rampette dei marciapiedi senza portare la bici a mano; impreco in cuor mio contro nonne e prozia, e ricomincio l’opera di addestramento del giovane ciclista.

Con grande dispendio di mia adrenalina, pedaliamo fino all’edicola più vicina. Che ha finito Repubblica. Allora ci rimettiamo in pista verso un’altra edicola, con Guido che va lentissimo (normalmente schizza come un razzo sui pedali, ma l’indottrinamento nonnesco o il sonno di fine mattinata evidentemente lo rallentano). Per fortuna trovo Repubblica, e riesco a riportare tutti a casa.

Mia suocera telefona per sapere perché non siamo ancora arrivati. Le spiego la situazione, e che arriveremo io e Guido nel pomeriggio. Approva, aggiungendo che devo riguardarmi e prendere un po’ di sole anch’io perché la menopausa non è poi così lontana. Mi tocco.

Pranziamo – purtroppo mio figlio ha ereditato tutta la flemma di suo padre, la caratteristica che più mi manda in bestia, e oggi decide di farne abbondante uso. In più è distratto, rovescia un bicchiere pieno d’acqua, per mangiare tre ciliegie si inciorla una maglia quasi nuova, etc etc.

Per rilassarmi, dopo pranzo mi faccio una veloce ceretta alle gambe.

Raccolgo le borse, ricarico il figlio in auto, e partiamo verso il mare. Guido si addormenta nel viaggio. Pregusto di lasciarlo a fare la pennica a casa dei nonni, e andarmene a dormire un’ora e mezzo sul lettino in pace. Quando arrivo da loro, lo scarico con tutte le cautele dall’auto, ma mio suocero arriva, insiste per prendermelo, e lo sveglia. Addio sonno del pomeriggio.

Mio suocero fa vedere a Guido le quattro (4) pistole ad acqua che gli ha comperato. Quattro. Osservo che, con quattro pistole, possiamo fare a meno di caricare anche tutto il resto dei giochi (palette e secchielli), che già in bici con tutte le borse sembriamo un pullman indiano. Per fortuna la linea passa, e partiamo, armati.

All’arrivo, la sicura della cinghia del sellino si rifiuta di farsi aprire. Dopo vari tentativi, sfilo direttamente la cinghia dall’attacco, ma nel frattempo non so che pezzo della bici mi ha tirato un filo della gonna. Impreco.

Raggiungiamo l’ombrellone; sento che potrei dormire due ore; Guido dice se andiamo a riempire la pistola al rubinetto su al bagno, lo guardo, e decido che è ora che acquisti un po’ di autonomia. “Vai da solo, amore”.

Parte, e io sento che mi sto addormentando. Sento anche distintamente le voci di tutti i parenti di primo e secondo grado che mi urlano nelle orecchie “pazza snaturata, lo lasci andare da solo!”. Lui è già lontano, lo vedo girare intorno al bar dalla parte sbagliata, quella che va verso i parcheggi. Mi rassegno ad alzarmi e a seguirlo da lontano.

In realtà, Guido sa piuttosto bene dove andare. Alla terza ricarica di pistola, resto stesa sul lettino, e quasi dormo. Per fortuna non se lo prende su nessuno, e ogni volta torna alla base, scaricandomi addosso la pistola. Ma fa caldo, e la cosa è quasi piacevole.

Verso sera, ricarico, ripasso dai nonni a lasciare bici e recuperare la Multipla, riesco faticosamente a caricare Guido (il nonno vuole giocare con le pistole), e ripartiamo. A casa, l’ingegnere sta uscendo dal tunnel, ma i ritmi sono quelli che sono, quindi fra docce & C finiamo per mangiare che son quasi le nove. Guido, non avendo dormito, è distratto e sparge cose ovunque. Finalmente lo riesco a mandare a letto.

E pensare che non sono andata al Momcamp per riposarmi.

pausa di riflessione

11 giugno 2009

Sabato scorso il master in digital marketing di Apogeo si è concluso nel migliore dei modi, con l’ottima lezione di Giacomo Mason sulle intranet. Non paga delle ore d’aula, ho anche costretto il povero Giacomo a continuare la discussione in treno fino a Bologna, suppongo mi avrà odiata abbastanza, ma volevo sfruttare fino in fondo l’occasione.

E ora torno alla dura realtà, in cui le persone che decidono dentro alle aziende e agli enti pensano pensieri del secolo scorso; per dire solo alcune delle perle che mi sono passate davanti questa settimana:

  • un mio cliente che ha voglia di rompere ci ha mandato una raccomandata (una raccomandata, vi rendete conto?) per dirci che non intende accettare l’invio di fatture in PDF per posta elettronica. E continua a insistere sul punto, nonostante gli abbia mandato la circolare dell’Agenzia delle Entrate che certifica come questo sia un mezzo completamente valido di invio delle fatture
  • un altro cliente a cui chiedevo della loro intranet si è premurato di assicurarmi che sì, l’han fatta gli informatici interni con SAP, ovviamente hanno disabilitato tutti i forum “perché poi partono delle discussioni”
  • la scuola piange miseria e gli enti locali peggio, ma a Ravenna non hanno trovato di meglio che dotare una scuola superiore di un paio di maxidisplay, in cui, udite udite, si leggeranno le comunicazioni della scuola a studenti e famiglie, nonché i messaggi degli studenti (previa approvazione dell’amministratore di sistema). Leggete il comunicato dell’Istituto Luce l’articolo, così vi fate due risate, magari se abitate in un’altra città ci riuscite.

Però siamo ancora in quella magica fase dell’anno in cui le giornate si allungano, di notte l’aria è fresca, e riesco ogni tanto a prendermi dieci minuti o qualcosa di più per me. Leggere un po’, fare qualche esercizio di stretching/yoga/pilates, pensare a come respiro. Forse la settimana prossima mi prenderò anche qualche ora per ballare.

Poi scriverò tutte le cose che ho in mente su tanti foglietti di carta, metterò i foglietti su un tavolo sgombro e proverò a dargli un senso. L’altro giorno ho sbrogliato in questo modo un complicato problema di turni, che a video ci aveva imbrogliati per ore, chissà che non  mi funzioni anche mettere in ordine i progetti e le idee.

giri a vuoto

28 aprile 2009

Stamattina sono stata in Camera di Commercio a ritirare la Business Key, prenotata alcuni giorni fa. Tutto avrebbe dovuto essere pronto per farmi perdere meno tempo possibile: Sara aveva anticipato per posta i documenti necessari, avevo preso l’appuntamento, insomma in un quarto d’ora dovevo uscirmene con l’aggeggio.

Invece, giunta al dunque ho scoperto che l’impiegata aveva letto male la visura, e mi aveva fatto una chiave buona solo a metà, non avendo capito che sono anch’io legale rappresentante della società. Dico io, se non sapete leggere una visura al Registro Imprese…

Così ora mi toccherà ritornare di nuovo, per ritirare la chiavetta completa di tutti i poteri che mi spettano. Evviva l’efficienza. E lasciam perdere che, come tutti i servizi Camera di Commercio, Infocamere & C, la potrò usare solo su qualcuno dei pc dell’ufficio, perché il mondo Mac per loro non esiste.

skypestalking

15 aprile 2009

Probabilmente capita a tutte le utilizzatrici di Skype: ogni tanto, si materializza a video una “richiesta di aggiungerti ai miei contatti” proveniente da un emerito sconosciuto, che evidentemente non ha di meglio da fare che spammare qualunque utente registratasi con un nome femminile.

Oggi me ne è capitato uno che, senza nemmeno passare dal via della “richiesta contatti”, ha direttamente telefonato.

Squilla dunque lo Skype, e mi vedo una telefonata in arrivo da tal GAETANO. Dato che non ricordo di conoscere dei Gaetani così in confidenza con me da chiamarmi a metà del pomeriggio, controllo il profilo (che non mi dice assolutamente nulla), e passo alla finestra di chat chiedendogli “scusa chi sei?”. Nel frattempo, rifiuto la chiamata.

Imperterrito, richiama. Insisto via chat “scusa chi sei?”, e ri-rifiuto la chiamata. Mi risponde a tutte maiuscole “NON SAI LEGGERE??”. Ora, già il tutte maiuscole mi fa girare i coglioni, ma decido di restare neutra. Nel frattempo, il tipo aggiunge “SONO IO!”. Gli rispondo “non mi viene in mente nessun Gaetano a cui ho dato il mio contatto Skype, o mi spieghi chi sei o ti blocco”. Risposta: “BLOCCAMI”. Lo blocco.

Ora io mi domando e dico: oh, tu, testa di cazzo (in senso totalmente neutro e descrittivo, di condizione, purtroppo relativamente frequente negli individui di sesso maschile, nella quale un eccesso di testosterone in circolo ha inibito svariate funzioni cerebrali): pensi veramente che una qualunque femmina presa a caso dalla popolazione delle utenti Skype sia tanto disperatamente bisognosa di parlare con uno sconosciuto, da sopportare perfino l’arroganza? Non pensi che, ridotto alla disperazione di dragare sconosciute via VOIP, ti converrebbe almeno provare con le maniere educate? Non che con me avresti comunque speranza, ma forse la tua probabilità di cuccare passerebbe da 0,0001% a 0,00015%. Forse.