ma ci credete veramente?
8 dicembre 2009
Mettendo un po’ d’ordine nella carta accumulata di recente, mi è capitato sottomano un “Telextra news” che non so se sia arrivato in ufficio o a casa; una newsletter di due fogli, scritta e diffusa da una delle tante aziende che vendono elenchi di indirizzi.
Non so perché, dopo aver tolto il cellophane, invece di archiviarla direttamente nello scatolone della carta da macero l’ho aperta, e l’occhio mi è caduto sulla “lettera a Babbo Natale”, in cui tal Marilena (suppongo si tratti di Marilena Tramarin, direttore responsabile del libello) chiede (purtroppo già accontentata in anticipo) di trovare sotto l’albero il ritorno dell’opt-out.
Ve ne trascrivo alcune righe, perché da questo sgrammaticato e patetico delirio emerge, secondo me, un dramma umano: quello di chi vende merda, e si preoccupa seriamente che altri facciano gli schizzinosi rifiutandosi di assaggiarla.
.. non si tratta di lobby del Telemarketing che bussano in Parlamento per ottenere favori,
[noooo]
ma di un’intera sezione dell’economia italiana che non sa come affrontare il proprio futuro, inoltre per questo tipo di lavoratori non esiste la cassa integrazione.
[leggi: poi non lamentatevi se diamo un calcio in culo ai precari che finora abbiamo usato nei callcenter, o ai "liberi professionisti consulenti" che prendono la partita IVA per farci da agenti]
Mi fanno sorridere coloro che si dichiarano paladini della libertà di sedersi sul proprio divano senza rischiare di alzarsi per una telefonata disturbo,
[ah quindi vi rendete conto che rompete i coglioni a mia madre tutti i giorni, cercando di venderle roba che non le serve o che ha già?]
non hanno neppure idea di quanto spam riceviamo noi aziende quotidianamente nelle nostre caselle email,
[eh, infatti, anche in azienda vorrei essere lasciata in pace dai vostri serial caller]
ma forse non hanno neppure conoscenza del vero significato della parola privacy (letteralmente: riservatezza) ed enfatizzano un minimo disagio dimenticando le informazioni che vengono consegnate ad imbonitori su malati terminali o a situazioni ancora più delicate.
[questa non l'ho capita: cosa c'entra a chi si raccontano i fatti propri?].
Di fatto la parola privacy un Italia è diventata una scusa dietro la quale tutti si nascondono per non eseguire il loro lavoro o non svolgere attività che non li aggradano,
[il delirio ormai è alle stelle, e si infilano parole al vento una dietro l'altra. Signora mia, si stava meglio quando si stava peggio!]
per di più, nelle quotidiane funzioni aziendali, ci troviamo sempre più clausole e complicazioni da rispettare la cui inosservanza è oggetto di ammende non eque.
[e qui un po' di ragione ce l'avresti anche, ma a questo punto ti sei bruciata tutti i punti quindi la situazione è irrecuperabile]
Io credo che viviamo in due universi paralleli. Queste sono persone – e aziende – convinte che comunicare sia un’attività a una direzione: ti inseguo dovunque tu sia, e ti ripeto le mie proposte di vendita fino allo stremo, contando sulla legge dei grandi numeri e sul fatto che prima o poi qualcuno interessato lo troverò (perfino i figli degli ex dittatori africani trovano qualcuno che gli apre il portafoglio..). Ascolto, dialogo, conversazione, sono concetti bizzarri e stranieri.
Nel mio universo, parlare a uno che non è interessato è un errore, che cerco di evitare per quanto possibile, o di correggere, se mi capita, appena me ne accorgo. Sono disposta a cedere l’anima ai demoni onniscenti di Google, pur di farmi presentare contenuti che mi possono interessare, risparmiandomi la fatica di scansare ogni volta informazioni per me irrilevanti.
Sarebbe mille volte più economico e funzionale, invece di chiamarmi all’ora di cena per provare a vendermi quello a cui non stavo pensando, farmi trovare le informazioni che mi servono, quando mi servono (i siti delle compagnie telefoniche, per dire, sono mediamente inusabili, e mi condannano nove volte su dieci alla tortura del callcenter).
Si chiama rispetto, si chiama intelligenza.
emersione
24 novembre 2009
I quattro personaggi immaginari del blog “viaggiareterraemare”, di cui si discute da un paio di giorni qua sopra, dichiarano pubblicamente di non essere persone reali, e lo fanno sul blog.
Se poco poco mi approvano il commento che gli ho scritto, lasciandoci l’URL di questo blog, quasi quasi tolgo il rel=nofollow dal loro link.
presentar(si) bene
24 novembre 2009
Come ha già raccontato Luca, un paio di giorni fa al Rimini Web Marketing Event mi è capitata (o meglio, è capitata a una delle persone che stavano dietro il palco) una di quelle cose “a probabilità zero”.
Mi sono vista passare davanti agli occhi, sul megaschermo del palafiera, due slides che conoscevo benissimo, perché erano mie e di Luca: le #15 e #21 di “Turismo online 2.0: cifre, esperienze, tendenze” che avevamo presentato insieme il 31 maggio di quest’anno a Ravenna, durante la Borsa turistica delle 100 città d’arte, e che io poi avevo pubblicato in CC Attribution su Slideshare.
Così, durante la pausa caffè, ho raggiunto la persona in questione, e mi sono presentata chiedendo spiegazioni.
Ora, se mai vi venisse la tentazione di sfilare due pagine dal lavoro di qualcun altro e mettervele in tasca, presentandole poi davanti a un folto pubblico come lavoro vostro, credetemi sulla parola: trovarsi davanti l’autore non vi metterà di buon umore.
Ho ricevuto alcune scuse balbettanti (“mai avrei immaginato“, “conosco benissimo Luca“), e una chiamata in correo: “me le ha passate X, senza dirmi che fossero vostre“. Così stamattina, essendo X uno dei miei collegamenti LinkedIn, gli ho scritto chiedendo lumi sulla cosa. La prima risposta è stata un disinvolto
Non ho nessun problema a dirti che ho usato durante una mia presentazione due slide tratte dalla tua presentazione. Ovviamente con attribuzione della fonte e link diretto al file di slideshare. Come faccio sempre.
Non ho però distribuito la mia presentazione e quindi non so come Y (che conosco bene) possa aver preso le mie slide… cercherò di capirlo….
Ora, se tu usi robe mie ma poi ripubblichi online la presentazione con un link al mio Slideshare che chi legge possa seguire, ok. Ma se, durante una presentazione pubblica, metti da qualche parte un link a Slideshare, a cui nessuno farà caso (sempre ammesso che tu l’abbia fatto, perché non ho avuto il piacere di vedere il .ppt in questione), mi stai prendendo per i fondelli.
Così gli ho risposto che trovo un po’ discutibili le “presentazioni patchwork”, in cui si mescolano cose prese da ogni dove, che ovviamente saranno diverse per stile e impostazione; ho aggiunto che i dati sono ovviamente diffondibili all’infinito, ma che il lavoro di rielaborazione grafica e interpretazione e scelta era il nostro, e ci avrebbe fatto piacere essere almeno avvisati (non dico chiedere il permesso o ringraziare).
La risposta successiva era già più piccata:
l’idea di lasciare il formato originario era proprio per evidenziare (con una rottura grafica) la fonte e il fatto che era un inserimento esterno… cmq per me non problem: esistono decine di presentazioni analoghe basate sugli stessi dati. Vorrà dire che prenderò da altri se vi da fastidio…
Ok, se non capisci, non capisci. Luca ha preso a quel punto la parola, e ne ha ricevuto risposte decisamente oltre le righe
l’unica cosa che mi sembra patetica è tutta la vostra assurda polemica.
così ha scritto il suo post.
Io più ci penso e più mi sento di dire che, se confondiamo Creative Commons con “raccattare qua e là qualcosa da mettere insieme sullo schermo” ci stiamo facendo molto male.
Il fair use, per come lo intendo io, significa che se qualcuno scrive qualcosa di interessante, io lo racconto ad altri, citando la fonte. Ma lo faccio mettendoci, di mio, almeno il lavoro di confezionare quell’informazione costruendo un discorso coerente.
Se poi voglio fare una presentazione come si deve, curo anche la coerenza grafica, ricostruisco torte e istogrammi, scelgo le foto, inserisco tutto il materiale non originale in uno schema uniforme.
Non c’è bisogno di essere un guru come Avinash Kaushik (vedi ad esempio una delle sue ultime presentazioni), basta leggersi un paio di libri o di blog (Luisa Carrada, Presentation Zen, Giacomo Mason, per citare i primi che mi vengono in mente) e lavorarci sopra.
È questione di rispetto per chi ci ascolta, e anche di fair use del tempo altrui; alla lunga, sono convinta che paghi.
E, se non altro, non si rischia di fare una bella figura di merda.
Kindle, due settimane dopo
5 novembre 2009
Sono passate oltre due settimane da quando mi è arrivato il Kindle, e posso serenamente confermare la soddisfazione dei primi giorni di uso.
Ho appena letto l’ottimo articolo di Luca De Biase, che su Nova24 scrive gran parte delle cose che penso anch’io: ottima leggibilità, immediatezza d’uso, punto di forza nel consentire acquisti d’impulso, e voglia di “avere di più”, non tanto in termini di caratteristiche tecniche dell’oggetto, ma proprio più libri e più cose da leggere.
Aggiungo alcune considerazioni: il Kindle è un perfetto esempio di prodotto “buono abbastanza” per avere successo. Non risponde ai desiderata di chi si sofferma a disquisire di standard chiusi, colori, opzioni aggiuntive per sfruttare la connessione wi-fi, e così via, ma soddisfa abbondantemente chi vuole uno strumento per leggere, comodo, ben fatto e semplice da usare. E viene venduto a un prezzo accettabile, il che gli permetterà secondo me di aprire finalmente un mercato di dimensioni interessanti per gli editori (e probabilmente per altri produttori di e-book).
Gli acquisti d’impulso: questo sarà un motore strepitoso. Navigo nella libreria Amazon, vedo un sacco di titoli interessanti, posso farmi mandare un’anteprima gratuita, che mi arriva direttamente sul Kindle; leggo prefazione e primo capitolo, non di fretta come farei in una libreria, ma comodamente seduta in poltrona, e arrivo al pulsante “acquista con un click”. Sfido chiunque a resistere alla tentazione di ricevere il resto del libro, tempo un minuto, direttamente in mano. Ci metterei più tempo a far la coda alla Feltrinelli, probabilmente..
E infatti, ne vorrei di più: più libri, più giornali, soprattutto in italiano. Mi scoccia terribilmente quando cerco un libro e scopro che esiste solo nell’edizione di carta. Mi scoccia ancor di più constatare che la differenza di prezzo non è poi tanta, certo con la carta dovrei metter su anche i costi di spedizione (e il tempo, e i disservizi di Poste Italiane), ma mi è perfino capitato di trovare un libro che, grazie a un’offerta sull’edizione paperback, costa addirittura di più nella versione Kindle
E infine, l’eterno lamento sul piacere della carta. Me lo sento ripetere da molti, quasi tutti trenta-quarantenni, cioè persone che teoricamente dovrebbero avere preso in questi anni un po’ di confidenza con la tecnologia e i suoi vantaggi. Ma quale piacere, per quale carta? Il piacere è nelle idee, nelle storie, nelle informazioni. Il piacere è nella carta bella, quella su cui si stampano belle foto, belle illustrazioni, cose per cui vale la pena scegliere materiali raffinati, bravi grafici, tipografi esperti. Il piacere è poter leggere una storia senza portarsi in spalla il peso, così come ascoltiamo la musica che amiamo tutta raccolta in un oggetto che ci sta in tasca.
Mia madre ha da poco compiuto 71 anni, e non ha mai imparato a programmare il videoregistratore; le ho dato in mano il Kindle, su cui le avevo aperto la prima pagina de La Stampa; le ho fatto vedere il tasto “next page”, ha detto “bello!” e si è messa a leggere; e poi ha fatto i suoi commenti, ma non erano commenti sul Kindle, erano le sue opinioni sulla notizia che stava leggendo.
Questo secondo me è il miglior commento sull’usabilità del Kindle e, più in generale, dei lettori di e-book.
Kindle experience #1
23 ottobre 2009
Non appena Amazon.com ha annunciato che avrebbe venduto il Kindle anche fuori dagli Stati Uniti, ho ceduto alla tentazione, e, senza aspettare Babbo Natale, sono corsa sul sito a ordinarne uno.
In quel momento, si trattava solo di una prenotazione, con
Delivery estimate: October 21, 2009 – October 23, 2009
Shipping estimate for these items: October 19, 2009
Puntuale come sempre, il 19 ottobre Amazon.com mi ha informata dell’avvenuta spedizione, e, superando ogni mia più rosea aspettativa, il Kindle è arrivato a casa mia il 21 ottobre.
In breve: sono molto soddisfatta del mio acquisto.
- il peso è quello giusto per stare bene in mano, anche quando leggo a letto
- leggere è altrettanto piacevole che sulla carta, non stanca gli occhi, neppure la sera alla luce della lampada da comodino
- il cambio pagina è veloce
- l’Oxford Dictionary of American English a portata di click su ogni parola è un bel regalo quando, leggendo testi in inglese, mi viene un dubbio (magari per molti di voi questo è un lusso superfluo, ma a me ogni fa comodo)
- è davvero bello. Col tocco di grazia delle “copertine” ogni volta diverse che vengono mostrate quando va in stand-by (le sto fotografando tutte)
Ho acquistato subito un libro, Groundswell, a $13.79 (meno della metà del costo dell’edizione di carta), e lo sto leggendo, senza alcun problema.
Mi sono anche fatta convertire un po’ di PDF che languivano sull’hard disk del mio Mac in attesa di essere letti, usando il servizio gratuito Amazon.com (si manda il documento a <nomeaccount>@free.kindle.com, e questo torna indietro per email, pronto per essere trasferito via USB dal Mac al Kindle).
Ho anche attivato il free-trial de La Stampa, per vedere l’effetto che fa leggere il giornale in versione e-newspaper. La prima piccola delusione è stata, il giovedì mattina, vedere che l’edizione quotidiana era in ritardo, e, invece che alle 7:45 (che è comunque troppo tardi, non tanto per me ma per chi fa il pendolare in treno, o comunque si alza presto), mi è arrivata verso le nove. In ogni caso leggere il quotidiano sul Kindle è diverso, manca a mio parere una visione “a colpo d’occhio” che permetta di scegliere gli articoli da leggere, e ci ho messo un po’ di tempo a trovare il modo di vedere l’indice degli articoli sezione per sezione invece di scorrerli uno dopo l’altro. Ma forse è solo questione di abitudine, già oggi me lo sono goduto di più.
Avrei voluto confrontarla con la versione Kindle del Corriere della Sera, ma, con mio grande disappunto, ho scoperto che è disponibile solo per i Kindle USA. Signor Corriere della Sera, sappi che io non ti compro tutte le mattine (ormai i quotidiani di carta non li compero più, tranne il 24ore), quindi, avessi deciso di sottoscrivere un abbonamento alla tua versione elettronica, avresti guadagnato un cliente pagante, non perso una copia in edicola. Continuerò a leggerti a gratis nella sola versione online..
Ai nostalgici della carta: ho appena soeso l’impressionante cifra di 5 euro e spiccioli per comprare la versione e-book di Cat’s eye, uno dei miei romanzi preferiti, uno dei più belli di Margaret Atwood. L’ho fatto proprio perché nei giorni scorsi avevo iniziato a rileggere la mia copia di carta, un paperback che ha ormai una ventina d’anni, ed è – vi assicuro – buono per il macero, carta ingiallita che non da alcun piacere tattile, anzi, quando lo leggo fra le lenzuole mi verrebbe quasi voglia di andarmi a lavare le mani prima di dormire. Lo lascerò senza rimpianti in un punto bookcrossing, e mi rileggerò il libro sul Kindle; magari certe parti potrei addirittura farmele leggere, visto che è uno dei libri con la versione “text-to-speech” disponibile.
Nella mia grande pigrizia, non ho ancora studiato bene come si fa a prendere appunti, mettere segnalibri, cambiare la voce dello speaker da uomo a donna… insomma, lo sapete che per queste cose sono poco geek
Però in questo modo avrò materiale per almeno un altro post, o nel frattempo ve lo sarete comprati anche voi quindi risparmierò un po’ di tempo per leggere.
Ah, dimenticavo. Nel frattempo, Amazon.com ha deciso di abbassare di 20 dollari il prezzo del Kindle International. E mi ha restituito (a me come a tutti quelli che hanno acquistato il Kindle International al vecchio prezzo) i 20 dollari pagati in pù rispetto al prezzo attuale. Sono belle notizie, davvero: è così che si trasformano i clienti in entusiasti sostenitori di un servizio.
questo resta un blog ateo e materialista
3 settembre 2009
.. nel caso a qualcuno fossero venuti dei dubbi, o vi avessero raccontato altro

Uno dei momenti più duri, la fine della trasferta in bus da Lima a Huànuco, quando il mio stomaco si è ribellato ai 3000 metri (in altitudine) di tornanti. Foto di Giampiero Corelli.
Sono rientrata ieri notte, e ho passato la giornata di oggi a mettere in lavatrice il contenuto della mia valigia e a raccontare i momenti e le impressioni del viaggio in Perù all’ingegnere e, quando aveva la pazienza di seguirmi, a Guido.
Per una settimana ho viaggiato con un gruppo di cattolici ravennati, guidati dal loro arcivescovo, ritrovando – dopo quasi trent’anni che ne sto fuori – i temi e i riti della mia gioventù cattolica.
Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza davvero ricca e intensa. Abbiamo visto da vicino (e annusato, e gustato, e toccato, e ascoltato) una regione poverissima, dove la gente vive in condizioni che oggi, nel nostro terzo millennio occidentale e iperconnesso, sono difficili da immaginare.
Ho scattato molte foto, quasi tutte alle persone che incontravo, persone che, con mio grande stupore, ci accoglievano con un’allegria e una spontaneità che non avrei mai immaginato di trovare. Per mia fortuna, non sono una persona schizzinosa, e l’intensa emozione del viaggio deve avermi fatto impennare le difese immunitarie, quindi sono rimasta intoccata sia dal mal d’altura, sia dal Montezuma. Il racconto del viaggio è sul sito www.padremorini.org, sito che conto, fra qualche settimana, di lasciare in gestione ai ragazzi che seguono dall’Italia don Stefano.
Dato che ero là per raccontare, e che, passato il capoluogo di distretto, Internet era praticamente inesistente, ho usato Twitter via SMS; dopo una giornata, i miei compagni di viaggio hanno iniziato a venire da me, felici come bambini, per raccontarmi che da casa i loro amici e parenti mi leggevano, ed è stato bellissimo; ho così “evangelizzato” ai social network un gruppo di persone che normalmente, per età e anche un po’ per estrazione culturale, fanno parte della schiera di quelli che “Internet è il male”, compreso l’arcivescovo che, con grande curiosità, mi ha fatto mille domande sul lavoro che stavo facendo.
Ne ho concluso che, come in ogni evangelizzazione, la buona novella non bisogna “dirla a parole”, ma bisogna “metterla in atto”, dimostrandone l’effettiva bontà.
Scrivere senza conversare è stato per me difficile: normalmente, leggo i commenti alle cose che scrivo e mi sento costantemente immersa nella conversazione con le persone a cui sono legata. Dalle Ande, invece, spedivo messaggi in bottiglia, gli unici feedback quelli che mi venivano riferiti dai miei compagni di viaggio; così, appena sono riuscita a riavere una connessione, mi sono subito collegata a FriendFeed, sperando di trovarci qualcuno nonostante in Italia fosse notte fonda. La comunicazione, o è interazione, o non funziona.
Riguardo al titolo di questo post, nei giorni scorsi ho inevitabilmente riflettuto sulle spiegazioni che ci costruiamo per “dare un senso a questa storia”. Passato il livello della soddisfazione dei bisogni di base – la sopravvivenza quotidiana, con cui sulle Ande ancora la maggior parte della gente fa i conti tutti i giorni – o ci sbattiamo senza senso, o ci creiamo valori che diano significato alle nostre giornate, al di là del trasmettere i nostri geni alla prole. La religione è senz’altro una soluzione funzionale: organizzata, solida, portabile (ne esistono versioni semplificate per i derelitti, e teologie avanzate per gli intellettuali), con vantaggi sociali e politici. Per chi non voglia adottarla, è comunque possibile darsi un senso e un’etica personale; nella mia, è rimasto qualcosa del motto scout “lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”, e c’è molta curiosità per tutto ciò che è umano, religione compresa.

La foto, sempre di Corelli, mi ritrae mentre ascolto don Stefano Tognetti, un prete vicentino che vive da 18 anni a Huàrez, sulle Ande Centrali peruviane
per una nuova ecologia della comunicazione # 4
22 agosto 2009
Alcune riflessioni sulle possibili strategie competitive.
In ecologia il modello della selezione r-K descrive due possibili tipi di strategie competitive: la strategia r, basata sul potenziale riproduttivo, e la strategia K, basata sulla capacità portante dell’ambiente.
Le specie a strategia r (spesso definite come opportuniste o pioniere) basano la propria competitività su un alto potenziale riproduttivo: fanno tanti figli, la maggior parte dei quali è destinata a non sopravvivere fino all’età adulta, e tendono a riprodursi velocemente fino a saturare la capacità portante dell’ambiente; a questo punto, sono soggette a crolli drastici dovuti al rapido aumento dei tassi di mortalità. In queste specie la competizione intraspecifica (cioè fra individui della stessa specie) è molto alta, e il successo dipende dalla capacità di sfruttare al massimo le risorse disponibili.
Al contrario, le specie a strategia K puntano su elevate capacità di adattamento all’ambiente e uso efficiente delle risorse naturali. Queste specie crescono più lentamente, perché ciascun individuo si riproduce più tardi e fa meno figli; dedicano peraltro più risorse di cura alla prole, e, di conseguenza, la mortalità giovanile è più ridotta. La competizione all’interno della specie è limitata dall’instaurarsi di dinamiche sociali più articolate, ad esempio la territorialità, ed emergono comportamenti sociali e collaborativi. La rete di interazioni più fitta aumenta la stabilità del sistema nel suo complesso, e la numerosità della popolazione non è soggetta a picchi e crolli, ma oscilla intorno a un punto di equilibrio che dipende dalla capacità portante dell’ecosistema.
Le due strategie hanno maggiore o minor successo in relazione alle caratteristiche dell’ambiente: in situazioni instabili (ad esempio, gli estuari dei fiumi), caratterizzate da ampie oscillazioni delle condizioni ambientali, sono avvantaggiate le specie r; in ecosistemi maturi e più produttivi (ad esempio la foresta equatoriale) sono le specie K a prevalere.
Comportamenti collaborativi, alto livello di interazioni, trasmissione culturale dei comportamenti, alto livello di diversità, sono fenomeni che si manifestano e possono prosperare solo in ambienti del secondo tipo, perché gli ambienti di primo tipo sono intrinsecamente troppo poco stabili per consentire il consolidamento dei rapporti.
Se analizziamo il mercato come un ecosistema, vediamo che anche qui esistono strategie competitive diverse, che hanno successo in contesti diversi. Nelle situazioni instabili prevalgono le strategie “tutto e subito”, che privilegiano quantità, basso investimento individuale, opportunismo e velocità. Man mano che ci si sposta verso situazioni più “mature”, diventa più vantaggioso adottare una strategia K, basata su un uso equilibrato delle risorse in grado di manterle nel tempo, e su “pochi progetti ma ben curati”.
A questo punto, ciascuno può valutare che tipo di strategia competitiva gli si addice di più, e scegliere, di conseguenza, in quale tipo di ambiente muoversi. Per garantirsi il successo, occorrerà però non solo competere all’interno del proprio ambiente, ma anche lavorare – insieme agli altri attori del proprio ecosistema – per mantenere in salute l’ambiente stesso, evitando che venga scalzato da ecosistemi concorrenti.
Infatti anche gli ecosistemi in un certo senso competono fra loro: le dune tendono ad avanzare sulla spiaggia, e sono incalzate alle spalle dalla macchia mediterranea e dalla pineta; la foresta matura soffre dell’assedio delle piantagioni; il bosco si riappropria gradualmente dei pascoli abbandonati.
Salvaguardare il proprio ecosistema è particolarmente importante per chi adotta una strategia K, dato che gli ambienti ad alto livello di complessità dipendono da condizioni di equilibrio e stabilità, e soffrono in modo anche drammatico di eventi di degrado che rompano questo equilibrio; richiedono quindi una manutenzione costante e amorevole.
personas: per essere bello, è bello…
20 agosto 2009
Incuriosita dalle colorate sintesi grafiche di identità online prodotte dal progetto Personas, sono andata anch’io a farmi “mappare” per avere, in un disegno colorato, un estratto di come mi vede Internet.
Il sistema è semplice: scrivete il vostro nome e cognome, e, per un minuto, vedete fluttuare sullo schermo vari frammenti della vostra presenza in rete, i blog in cui scrivete, i nick delle persone con cui parlate, il tutto rimescolato a comporre via via una barra in cui le diverse cose che fate assumono più o meno spessore. Alla fine, un istogramma mostra come è distribuita la vostra vita, almeno online.
Bello, davvero
Poi però l’ho rifatto una seconda volta, e – stupore! – l’istogramma finale era diverso. L’ho rifatto una terza volta, e di nuovo una vita diversa dalle due precedenti. Allora ne ho concluso che si tratta di un giochino bello, ma di poca o nulla sostanza. Peccato, mi servirebbe ogni tanto capire che diavolo sto facendo
Vabbè, lasciamo perdere. Quando ne fate uno altrettanto carino, ma che funzioni, fatemi un fischio.
per una nuova ecologia della comunicazione #3
19 agosto 2009
La buona comunicazione è utile nella misura in cui sono buoni il prodotto e il servizio che stiamo proponendo. Le persone non si metteranno a parlare di quanto sia buona o cattiva la vostra comunicazione, ma certamente parleranno di quanto sono soddisfatti o insoddisfatti di voi.
Se vi occupate di comunicazione per lavoro, è possibile che abbiate la tendenza a ignorare questa realtà, perché spesso vi trovate a discutere di comunicazione con altre persone che, come voi, lavorano in questo settore. Ma rifletteteci bene, e capirete che questa è solo in apparenza un’eccezione alla regola. Infatti, neppure voi o i vostri colleghi scegliete di acquistare un prodotto o servizio scadente solo perché è “ben comunicato”.
Tuttavia, se si offre un buon prodotto o servizio, comunicare in modo aperto e trasparente, offrire chiarezza e informazioni, e mettere a proprio agio le persone curando ambienti, testi, confezioni, migliorerà l’esperienza che le persone hanno usando il prodotto o il servizio, e aiuterà a creare un rapporto ricco e gratificante per tutti.




