ma ci credete veramente?
8 dicembre 2009
Mettendo un po’ d’ordine nella carta accumulata di recente, mi è capitato sottomano un “Telextra news” che non so se sia arrivato in ufficio o a casa; una newsletter di due fogli, scritta e diffusa da una delle tante aziende che vendono elenchi di indirizzi.
Non so perché, dopo aver tolto il cellophane, invece di archiviarla direttamente nello scatolone della carta da macero l’ho aperta, e l’occhio mi è caduto sulla “lettera a Babbo Natale”, in cui tal Marilena (suppongo si tratti di Marilena Tramarin, direttore responsabile del libello) chiede (purtroppo già accontentata in anticipo) di trovare sotto l’albero il ritorno dell’opt-out.
Ve ne trascrivo alcune righe, perché da questo sgrammaticato e patetico delirio emerge, secondo me, un dramma umano: quello di chi vende merda, e si preoccupa seriamente che altri facciano gli schizzinosi rifiutandosi di assaggiarla.
.. non si tratta di lobby del Telemarketing che bussano in Parlamento per ottenere favori,
[noooo]
ma di un’intera sezione dell’economia italiana che non sa come affrontare il proprio futuro, inoltre per questo tipo di lavoratori non esiste la cassa integrazione.
[leggi: poi non lamentatevi se diamo un calcio in culo ai precari che finora abbiamo usato nei callcenter, o ai "liberi professionisti consulenti" che prendono la partita IVA per farci da agenti]
Mi fanno sorridere coloro che si dichiarano paladini della libertà di sedersi sul proprio divano senza rischiare di alzarsi per una telefonata disturbo,
[ah quindi vi rendete conto che rompete i coglioni a mia madre tutti i giorni, cercando di venderle roba che non le serve o che ha già?]
non hanno neppure idea di quanto spam riceviamo noi aziende quotidianamente nelle nostre caselle email,
[eh, infatti, anche in azienda vorrei essere lasciata in pace dai vostri serial caller]
ma forse non hanno neppure conoscenza del vero significato della parola privacy (letteralmente: riservatezza) ed enfatizzano un minimo disagio dimenticando le informazioni che vengono consegnate ad imbonitori su malati terminali o a situazioni ancora più delicate.
[questa non l'ho capita: cosa c'entra a chi si raccontano i fatti propri?].
Di fatto la parola privacy un Italia è diventata una scusa dietro la quale tutti si nascondono per non eseguire il loro lavoro o non svolgere attività che non li aggradano,
[il delirio ormai è alle stelle, e si infilano parole al vento una dietro l'altra. Signora mia, si stava meglio quando si stava peggio!]
per di più, nelle quotidiane funzioni aziendali, ci troviamo sempre più clausole e complicazioni da rispettare la cui inosservanza è oggetto di ammende non eque.
[e qui un po' di ragione ce l'avresti anche, ma a questo punto ti sei bruciata tutti i punti quindi la situazione è irrecuperabile]
Io credo che viviamo in due universi paralleli. Queste sono persone – e aziende – convinte che comunicare sia un’attività a una direzione: ti inseguo dovunque tu sia, e ti ripeto le mie proposte di vendita fino allo stremo, contando sulla legge dei grandi numeri e sul fatto che prima o poi qualcuno interessato lo troverò (perfino i figli degli ex dittatori africani trovano qualcuno che gli apre il portafoglio..). Ascolto, dialogo, conversazione, sono concetti bizzarri e stranieri.
Nel mio universo, parlare a uno che non è interessato è un errore, che cerco di evitare per quanto possibile, o di correggere, se mi capita, appena me ne accorgo. Sono disposta a cedere l’anima ai demoni onniscenti di Google, pur di farmi presentare contenuti che mi possono interessare, risparmiandomi la fatica di scansare ogni volta informazioni per me irrilevanti.
Sarebbe mille volte più economico e funzionale, invece di chiamarmi all’ora di cena per provare a vendermi quello a cui non stavo pensando, farmi trovare le informazioni che mi servono, quando mi servono (i siti delle compagnie telefoniche, per dire, sono mediamente inusabili, e mi condannano nove volte su dieci alla tortura del callcenter).
Si chiama rispetto, si chiama intelligenza.
chiediti il perché
9 ottobre 2009
“Sono in assoluto il maggior perseguitato dalla magistratura di tutta la storia di tutte le epoche del mondo” (Mr.B.)
coPro, organizzatevi bene!
8 ottobre 2008
Giusto ieri scrivevo che non ci erano ancora arrivate notizie riguardo alla questione della nostra collaboratrice a progetto in maternità. E invece.
Oggi abbiamo scoperto che l’INPS di Ravenna ritiene irregolare anche il fatto che noi abbiamo pagato un compenso parziale, per la parte di mese di giugno in cui la maternità non era ancora iniziata.
Avete capito bene: essendo la data prevista del parto il 12 luglio, e avendo deciso la nostra coPro di lavorare fino all’ottavo mese, il suo ingresso in maternità partiva dal 13 giugno. Quindi lei ha lavorato fino al 12/06 (con regolare certificato medico a supporto del fatto che poteva lavorare). Tuttavia, secondo l’INPS di Ravenna, a giugno (tutto giugno 2008) lei non poteva ricevere alcun compenso, pena la decadenza di ogni diritto a godere della maternità.
Quindi, lettrici che avete un contratto di collaborazione, e che forse avete una qualche idea di fare un figlio, pianificate bene le cose, o in alternativa dite le bugie al ginecologo, non sia mai che vi capiti una data prevista del parto verso fine mese e vi fottiate un mese di compenso.
nessun aggiornamento significativo
7 ottobre 2008
Un paio di settimane fa ho raccontato l’assurda vicenda che stiamo vivendo per aver deciso di pagare a una nostra collaboratrice a progetto in maternità un’integrazione dell’80% riconosciuto dall’INPS.
Nonostante le richieste di chiarimento e le varie azioni intraprese di comune accordo coi nostri consulenti del lavoro, gli uffici “gestione separata” e “prestazioni di maternità” dell’INPS di Ravenna non si sono ancora messi d’accordo fra loro su quale sia la strada che possiamo percorrere per arrivare a una soluzione.
Cioè: abbiamo evidentemente agito “fuori norma”, ma a quanto pare non esiste un modo per loro accettabile di ricondurci a una situazione regolare e riconoscere l’evidente fatto che la diretta interessata ha avuto un figlio a metà luglio, e quindi attualmente è a casa in maternità. Qualunque cosa facciamo, l’INPS di Ravenna sembra decisa a riavere indietro i soldi già pagati alla collaboratrice, a non erogarle nessun altro assegno di maternità, e a tenersi peraltro ben stretti i contributi che noi abbiamo fin qui regolarmente versato.
Al momento abbiamo interpellato direttamente la responsabile nazionale della “gestione separata”. Pare comunque che il nostro caso sia al momento unico.
Sono sbattezzata.
il meglio è nemico del bene
25 settembre 2008
Una nostra collaboratrice a progetto quest’estate ha avuto un figlio. Quando mi ha detto di essere incinta, le ho fatto i complimenti e, un po’ prima che stesse a casa, mi sono informata dai nostri consulenti del lavoro su come vengono gestite le maternità nei contratti a progetto.
La mia consulente mi ha detto più o meno “vai tranquilla, tu proroghi la scadenza contratto di cinque mesi, e in quel periodo l’INPS paga alla ragazza l’80% del compenso. Quando lei rientra, tutto riprende come al solito”. Visto che a me (che sono dipendente) durante la maternità lo stipendio veniva pagato per intero, le ho chiesto “e il resto, il 20% di competenza del datore di lavoro, ci pensi tu con le buste paga, vero?”. Mi ha guardata strana, perché non le era mai capitato che qualcuno volesse fare l’integrazione per una coPro, e mi ha spiegato che il 20% non è dovuto, in realtà neppure alle dipendenti, anche se è uso quasi universale che le dipendenti lo ricevano; però, per i contratti a progetto… Le ho chiarito che noi volevamo trattare le maternità coPro come le altre, e abbiamo chiuso lì.
Comunque, io ero tranquilla, e ho detto alla mia collaboratrice che stesse tranquilla anche lei. Dopo un po’, la mia consulente del lavoro mi ha detto che noi l’integrazione avremmo fatto meglio a pagarla “fuori” dal periodo di maternità, per non ingenerare equivoci sul fatto che nei cinque mesi lei sarebbe stata effettivamente a casa. Io ho detto che per me, come si doveva fare si facesse, e ho informato la mia collaboratrice. La quale però, dopo aver parlato con un’impiegata INPS, ci ha riferito che all’INPS le avevano detto l’esatto contrario, e che noi avremmo dovuto fare le buste paga al 20% per la parte che ci riguardava, e nel frattempo l’INPS le avrebbe pagato l’80% restante. Visto che non ho intenzione di diventare un’esperta di buste paga (di lavori ne ho già abbastanza), ho ribadito che per me bastava che le cose fossero fatte secondo leggi e regole, rispettando la sostanza degli accordi.
E quindi, così abbiamo fatto, anzi per esattezza così hanno fatto i nostri consulenti del personale, emettendo le buste paga tutti i mesi.
Dopo un po’ però all’INPS hanno cambiato idea, e se ne sono usciti fuori sostenendo che, se noi pagavamo un compenso (sia pure del 20% dell’importo di contratto), questo non poteva che significare una cosa: la collaboratrice stava lavorando, e, di conseguenza, non aveva nessun diritto alla maternità. In ragione di questo assunto, l’INPS ha minacciato di chiederle la restituzione dell’80% versato nei primi mesi, e ha bloccato i pagamenti per i prossimi mesi.
La nostra consulente del lavoro, con molta pazienza, ha scritto alcuni giorni fa una lettera piuttosto decisa di richiesta di chiarimenti, ma ancora non ha avuto risposta.
Pare che, decidendo di trattare una collaboratrice a progetto secondo criteri minimamente etici, si incorra in un caso non previsto, una specie di Comma22 della gestione risorse umane.
Non ho più la forza di incazzarmi per queste cose, davvero ne ho piene le scatole di questo paese dei cachi.
siti stupefacenti
3 luglio 2008
Sempre seguendo il thread della notizia sugli MP3 droganti, mi sono guardata per bene il sito del G.A.T., il Nucleo Speciale Frodi Telematiche della Guardia di Finanza. Beh ragazzi, se volete un po’ di sballo gratis da Internet, tuffatevici dentro a pesce!!! Altro che orgasmic effect, qui si raggiungono effetti speciali che solo dosi massicce di gas esilarante sono in grado di provocare.
Finito l’effetto del trip, la persona seria che è in me ha perfino scritto a riguardo un post sul blog di Wafer. E poi dicono che la droga fa male!
chi dà consigli ai consulenti?
16 giugno 2008
Nell’ultima settimana mi sono trovata praticamente ogni giorno a perdere tempo per dare spiegazioni e chiarimenti a qualcuno su un lavoro che, da contratto, gli dovrò poi pagare.
Non sto parlando del normale brief di inizio lavoro, s’intende: quello lo faccio sempre, spesso lasciando indicazioni scritte.
Sto parlando di cose che mi ritornano, con errori madornali, sia di forma (ma in contesti in cui la forma “è” sostanza, tipo documenti societari), sia soprattutto di merito.
L’ultima che mi è capitata è sublime. Avendo deciso di assumere con contratto di apprendistato una persona che lavorerà nello staff di produzione web, convoco un incontro con la persona stessa e chi ci seguirà nella gestione di tutta la burocrazia collegata all’apprendistato stesso (registrazione dell’apprendista, moduli e registri della formazione, etc.).
All’incontro, alla domanda “profilo da raggiungere”, consegno ai consulenti un mansionario scritto che contiene, in una pagina, tutto quel che dovrà fare (e quindi imparare a fare) la persona che arriva. Mi guardano come se fossi appena discesa da un’astronave, evidentemente avere le idee chiare su “chi fa cosa” e comunicarlo per iscritto è un evento raro.
Gli prometto inoltre che, a stretto giro, gli manderemo un piano formativo interno, che loro provvederanno a tradurre in “formatorese” ad uso della burocrazia regionale. Infatti, appena i consulenti se ne vanno, io, la ragazza e un altro socio mettiamo in ordine le cose da imparare, e spediamo la bozza di piano formativo ai consulenti.
Una settimana dopo, ricevo la loro versione del PIF (piano individuale di formazione, sic). Di tutto quel che abbiamo scritto noi è rimasta solo una voce, peraltro la più irrilevante. In compenso, ci sono circa 200 ore di tecnologia Microsoft.
Strabuzzo gli occhi, e afferro il telefono per chiedere chiarimenti. Mi rispondono che “per la qualifica regionale di Analista Programmatore, questo è il piano formativo standard”. Rispondo, cercando di mantenermi calma, che mi sembra un’assurdità, e che controllino meglio. Noi non lavoriamo in ambiente Microsoft, quindi questo piano formativo è palesemente inadatto a noi.
Mi dicono che verificheranno, e poi, poche ore dopo, mi fanno richiamare da un’altra, che mi conferma la cosa, “rassicurandomi” perché “tanto questo è il piano di massima, poi quando lo traduciamo nel vostro piano aziendale scriviamo quel che vogliamo”. Allora divento un po’ più dura, e gli dico che io non ho l’abitudine di firmare dei falsi, e che non credo assolutamente che in Emilia Romagna la qualifica di analista programmatore si possa conseguire solo a patto di sviluppare in una determinata tecnologia.
Come parlare sanscrito.
Cerco di farle un esempio usando un contesto diverso, e le spiego che “è come se io chiedessi di formare un traduttore, che ci serve per la lingua spagnola, e lei mi rispondesse che il PIF standard prevede inglese e basta. Cosa me ne faccio?” Non capisce. Cliccando sull’opzione “analista programmatore”, a lei il computer fa uscire quel testo, e tant’è.
Perdo la pazienza definitivamente, e minaccio un’interrogazione al consiglio regionale, e un casino della madonna (oltreché di non pagare le loro fatture).
Mi dice che verificherà senz’altro, e se nel frattempo le mando una traccia del PIF che servirebbe a noi… Aspetto risposta, aggiornerò.
non me ne sono accorta solo io…
13 febbraio 2008
Anche Galatea deve aver strabuzzato gli occhi leggendo i desiderata di Don Anselmi riguardo alla sceneggiatura di Caos Calmo:
una scena erotica soffusa, spiega, magari un momento d’amore aperto alla vita ed ad un figlio
Era una scopata, Don Anselmi, una scopata. Chiaro il concetto?
ma come vi permettete?
13 febbraio 2008
Ma come si permette un giudice di ordinare un’irruzione a mano armata della polizia in un ospedale, sulla base di un ipotetico reato di “feticidio” che non sta non dico nel codice penale, ma nemmeno nel vocabolario italiano?
E tutte le anime belle che non si vogliono sporcare le mani sulla scheda elettorale, perché “stavolta voglio dare un segno forte”, ma lo capite in che tunnel fascista ci stiamo infilando?
Ci vogliamo svegliare, e parlo soprattutto alle donne?? Lo vogliamo dire forte, che tengano giù le mani?
carità cristiana
4 febbraio 2008
Non trovo più online il link a un articolo che c’era ieri su Repubblica, nelle pagine dedicate alla questione “aborto – documento dei neonatologi romani”, ma la sostanza era questa: le comunità di Don Benzi si rallegrano di questa nuova “sensibilità”, e citano a mò di parabola il caso di una nascitura rianimata a 22 settimane, dopo un aborto terapeutico deciso a causa di una grave malformazione evidenziata in ecografia (mancanza di entrambi i globi oculari). La (s)fortunata, rianimata a prescindere, e rivelatasi poi portatrice di altre gravi condizioni (anomalie cardiache, insufficienze varie), a poche settimane di età lotta per sopravvivere ancora qualche mese, passando da un intervento a un altro. La festante e cristianissima famiglia adottiva ringrazia il Signore per questo dono del cielo.
Mi vien da vomitare.