alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Archive for the tag “cose della vita”

avere cura

Sabato scorso all’IIA Summit Giampiero Pescarmona raccontava di come cerca di mettere in relazione casi clinici, dati epidemiologici, cicli biochimici e dinamiche farmacologiche, per aggregare in modo nuovo informazioni mediche e trovare spiegazioni e – a volte – soluzioni.

La morale che emergeva dal racconto era che spesso i medici affrontano il caso clinico restando all’interno dei confini della propria specializzazione, e ignorando – per abitudine o pigrizia o comodità – i dati del contorno, che tuttavia spesso darebbero informazioni rilevanti. Ma la soluzione di un problema – o quantomeno la spiegazione di un fenomeno – dipende anche da come ne abbiamo delimitato i confini, scegliendo di prendere in considerazione certi aspetti e lasciarne fuori altri; quindi, definire confini troppo ristretti impedisce spesso di trovare soluzioni efficaci.

Tutto questo mi torna in mente in questi giorni, in cui porto in giro la mia spalla acciaccata fra medici, ortopedici, fisioterapisti di varie scuole, ricevendo da ciascuno un punto di vista palesemente marcato dalla specifica competenza di chi me lo da. I fisioterapisti promuovono l’efficacia ciascuno del proprio approccio fisioterapico, il chirurgo della spalla evoca il bisturi, il medico di base ha in mente i suoi casi più comuni e soprattutto ha la fila dei pensionati fuori.

L’ortopedico, saputo che paracetamolo e cerotti antidolorifici non mi hanno sollevata un granché, mi prescrive senza altro aggiungere un oppiaceo, salvo che poi in farmacia scopro di aver bisogno di una ricetta speciale per farmelo vendere (in questo paese penitenziale, la terapia del dolore è fortemente controllata e scoraggiata), e mi leggo dieci volte il bugiardino cercando di capire se ne vale davvero la pena.

La fisioterapista, interrogata su quale possa essere la causa iniziale, mi conferma che son certamente implicati i microtraumi da movimenti ripetuti e stressanti, poi mi chiede se in questi ultimi anni ho avuto “sbalzi ormonali o di umore”. Sì, certamente, ma chi non ne ha avuti? mi sembra un po’ generica come associazione causa-effetto.

Insomma, o si guarda troppo al particolare, o si generalizza pour parler, in stile magazine o supplemento salute. E, soprattutto, si va di fretta e si ascolta poco.

Magari alla fine tutto questo mi servirà per rallentare un po’, e ascoltare di più.

rimboccarsi le maniche

Domenica scorsa, verso la fine del pomeriggio, l’articolo più letto del sito Corriere.it risultava essere questo:

Le braccia nude di Michelle sono un caso nazionale

Le braccia nude di Michelle sono un caso nazionale

Avrei quasi quasi scritto un post alla LivePaola, proseguendo idealmente la serie “in favor of wearing whatever the hell you want”, ma poi ho letto l’imperativa esortazione del trainer Rylan Duggan:

se una donna così occupata come Michelle, a 44 anni e con due figlie, riesce a trovare il tempo per mantenersi in forma, allora c’è speranza per tutte.

Beh, se almeno riguardo alle spalle “c’è speranza per tutte”, allora, donne, basta lamentarsi e tutte al lavoro :-D

il corpo stupido

Da qualche mese vivo una strana esperienza, assai poco piacevole, e senz’altro imprevista: il mio corpo mi ha fatto uno stupido scherzo, mettendosi di traverso senza motivo apparente a intralciare il già difficoltoso slalom quotidiano fra un impegno e l’altro.

Un dolore alla spalla iniziato nella tarda primavera dell’anno scorso, e inizialmente attribuito a qualche Pilates di troppo, mi ha occasionalmente infastidita per tutta l’estate, trasformandosi in autunno in una scomoda presenza costante.

Un primo tentativo di affrontarlo con un ciclo di laserterapia non ha dato risultati, e mi sono ritrovata a fine anno con più dolore, da disturbarmi il sonno, e – con mio grande sconcerto – la spalla destra quasi completamente bloccata. Circa un mese fa una nuova visita ha dato finalmente un nome – capsulite adesiva, volgarmente detta spalla congelata – al problema, e mi è stato prospettato un periodo di riabilitazione a base di fisioterapia due-tre volte a settimana ed esercizi quotidiani di mobilizzazione della spalla.

Così mi sono messa d’impegno, e nei primi dieci giorni di lavoro ho recuperato circa 40° di estensione laterale del braccio (cioè a inizio dell’anno non riuscivo a sollevarlo più di cica 45° dal corpo, ora arrivo quasi a stenderlo lateralmente). Poi il miglioramento è rallentato, e adesso arranco per mantenere le posizioni raggiunte.

E nel frattempo, me ne vado in giro, abituandomi a portare la borsa a sinistra, a mettermi giacche e maglioni con movimenti attenti per non sforzare la spalla, a “tenere” gli abbracci irruenti di Guido facendo in modo che non gravino sul braccio.

E sono arrabbiata.

Arrabbiata di non poter fare tutte le cose quotidiane che ho dato sempre per scontate.

Arrabbiata di un limite piombatomi addosso senza motivo.

Arrabbiata del mio arrabbiarmi, per una cosa che probabilmente richiede solo pazienza, e si risolverà se non in due, in tre-quattro mesi, mentre ci sono guai ben più permanenti che capitano in giro.

Mi sembra che il blocco del mio braccio destro si traduca in un’incapacità più generale di agire, come se il mio corpo mi stesse mettendo di fronte a questioni che dovrei affrontare, e invece sto ferma, a fare esercizi mentali, e mi arrabbio invano.

Vorrei tirarmi fuori dal quotidiano, e resettarmi in santa pace, facendo pulizia e reinstallando solo quel che serve.

Il corpo è stupido, ma urla fastidiosamente nelle orecchie e imbroglia i pensieri.

effetti collaterali

Un’influenza particolarmente aggressiva, portata a casa come spesso accade dal piccolo di casa, ci tiene reclusi dallo scorso weekend. Abbiamo avuto tutti e tre febbre alta, tosse, mal di testa. Abbiamo passato i primi giorni quasi a digiuno, spossati dai sintomi, dormendo o vegetando fra il letto e il divano. L’assistenza medica ci è stata data solo per telefono (ok lo so che siamo nel picco dell’epidemia e che i medici sono oberati, ma, soprattutto nel caso della pediatra di mio figlio, non sono entusiasta né della reperibilità né dell’approccio), e per fortuna che la settimana scorsa, in un momento di preveggenza, avevo fatto una scorta di paracetamolo.

Comunque, caso mai avessi avuto dei dubbi, l’esperienza mi ha confermato che la vita casalinga non fa per me, e che stare con mio figlio 24 ore al giorno per sette giorni su sette nuoce gravemente alla salute mentale di entrambi.

sia chiaro fin da ora

Dovesse mai capitarmi di finire in uno stato di coma dichiarato irreversibile dai medici, dichiaro per iscritto che non voglio essere salvata da nessuno, né preti, né politici, né cantanti, e che su questo non ho mai cambiato idea nel corso di tutta la mia vita.

Dovessi cambiarla, non mancherò di lasciarne testimonianza scritta, in assenza della quale tutti mi facciano il sacrosanto piacere di non immischiarsi nelle mie libere scelte.

animalier

Qualche giorno fa si chiacchierava su FriendFeed dei sentimenti ambivalenti che possono suscitare i bambini, esseri in certi momenti adorabili, in altri insopportabili.

Personalmente odio il mito della maternità, anzi della “mammità”, attitudine italianissima e molesta, generatrice prima di insopportabili marmocchi e successivamente di inetti bamboccioni. In molte cose sono “tedesca”, e più che altro cerco di condire con molta ironia gli aspetti meno piacevoli dell’esperienza, tipo passare un’ora di notte a lavare un bambino febbricitante che ha vomitato l’intera cena nel letto, ficcare lenzuola coperte e peluches in lavatrice, rifare il letto e ridargli il bacino della buona notte.

Ci sono poi momenti in cui se non ci ridi sopra ti seppelisci, tipo quando dice convinto a tua madre “nonna, tu ti lamenti sempre” e, alla sua reazione interrogativa, si volta verso di te e aggiunge “lo dice la mamma!”. E tu pensi che hai detto la stessa cosa anche di tua suocera…

Poi i bambini hanno le loro manie, ciascuno le sue personali. Mio figlio ha attraversato fasi di identificazione con alcuni cuccioli di animali; qualche tempo fa, ad esempio, sosteneva di essere un gattino, e ci attribuiva dolci appellativi come “mamma gatta”, “babbo gatto”, “nonna gattona”, e così via.

Nelle ultime settimane ha deciso di essere un puledrino. Corre – pardon, trotta o galoppa – per il corridoio, ogni tanto si esibisce in un nitrito, torna alla stalla. L’ultimo sabato prima di Natale siamo andati a far compere, tutti e tre insieme, in negozi sorprendentemente deserti causa crisi. In un negozio piuttosto fighetto del centro mi sono provata un po’ di cose, e lui ha fatto un’impeccabile figura da bimbo educato, sostenendo una discreta conversazione con le commesse. Probabilmente si stava annoiando un po’, così, quando mi ha vista uscire dal camerino e ha intuito che la rottura stava per terminare, il suo viso si è illuminato (ancora probabilmente gli faccio l’effetto della donna più bella del mondo), e mi è venuto incontro a braccia aperte esclamando, nel silenzio generale, “la mia giumenta!!!”. Le due commesse hanno sbarrato gli occhi, e io, come fosse la cosa più normale del mondo, ho spiegato la metafora; dalla cassa, la padrona del negozio ha commentato gelida “ah, pensavo di aver capito male.”

Così ora probabilmente quando tornerò in quel negozio mi accoglieranno come fossi Frau Blücher. Vabbè, di questi tempi una cliente non si butta mai via, qualche speranza ce l’ho.

status update

Mi fa male una gamba, la schiena è una carcassa,
ho una bestia alla gola, che cammina e non passa.
Ho le stelle negli occhi, me le sento scoppiare,
ferite sui ginocchi e ho voglia di pregare.

Piccoli dolori, che vivono dentro ai cuori,
non vogliono dottori. Piccoli dolori.

Scusate se ho fretta, ma devo scappare,
ho dei cani alla testa, stanno per abbaiare.
L’inferno nello stomaco, e nelle orecchie il rumore,
e da qualche altra parte qualche altro dolore.
Passano ad uno ad uno, tutti i miei vizi in croce,
e ti vorrei parlare, ma ho perduto la voce.

Piccoli dolori, che passano nei nostri cuori.
Commessi viaggiatori. Piccoli dolori, piccoli dolori.

Non riesco a dormire ma non posso svegliarmi.
Ho la notte alla finestra e continuo a girarmi.
Ho un vuoto nel futuro, un morso nella memoria.
Cicala nel cervello, granchio fra le lenzuola.

Piccoli dolori che scavano dentro ai cuori.
Non serbano rancori, piccoli dolori.
Piccoli dolori, passano piano piano,
fanno ciao con la mano, piccoli dolori.

[Piccoli dolori, dall'album Scacchi e tarocchi, 1985 Francesco De Gregori]

ikea addicted

Dopo aver speso un’intera giornata all’Ikea, mercoledì, ed essermi accorta al ritorno a casa di aver acquistato il modello sbagliato di coprimaterasso per il pupo, ho approfittato di un viaggio di lavoro a Parma per tornarci, con breve deviazione nel viaggio di ritorno. Ottenuto il buono sconto per i due articoli riportati indietro, mi son rifiondata dentro, a spenderlo (il buono e una somma equivalente in aggiunta).

Quando passo per il reparto “IKEA dei piccoli” o nell’area “tessili” del negozio, dovrebbero legarmi come Ulisse davanti alle sirene.

piccole notizie incoraggianti

Grazie a un backlink di Silvia al mio post “mestruazioni for dummies”, scopro che il Comune di Maserada, in occasione dell’8 marzo 2008, ha regalato una MoonCup a tutte le residenti. Del resto lo stesso comune è stato premiato nel 2006 per l’ottima politica di gestione dei rifiuti, e raggiunge un 80% di raccolta differenziata.

piccoli paradisi mediterranei

[ndr: considerando che gli argomenti di cui leggo in questi giorni (buzz sull'iPhone, polemiche sulla riapertura di BlogBabel, querelle Guzzanti-Carfagna, immunità sì-no) hanno su di me un effetto lievemente nauseante, ho pensato di dedicarmi a un post di pubblica utilità]

La spiaggia di Gerakas si trova sulla punta estrema del golfo di Laganas, lato sud dell’isola di Zante. Se per le vostre vacanze cercate “divertimento”, discopub, giochi d’acqua e amenità simili, smettete pure di leggere; se invece apprezzate la tranquillità e magari avete anche dei bambini piccoli, considerate Zante fra le vostre possibili destinazioni.

Tutto il golfo di Laganas è Parco Marino Nazionale, perché le sue spiagge sono uno dei più importanti luoghi di nidificazione delle tartarughe marine Caretta caretta. In particolare, le acque davanti a Gerakas sono zona A del parco, il che significa divieto assoluto di navigazione: no canotti, no motoscafi, no moto d’acqua; e quindi: no rumore, no (o pochissimo) catrame, no pericoli per i bagnanti.

Il golfo di Laganas è ampio e tranquillo, l’acqua tiepida, i fondali bassi e sabbiosi; sulla spiaggia ci sono un’ottantina di ombrelloni di paglia, disposti su due file davanti al bagnasciuga, ed è permesso piantare un proprio ombrellone solo in un’altra zona, quella meno sabbiosa; questo perché le tartarughe, per tutta la stagione estiva, arrivano di notte sulla spiaggia per deporre le uova in buche scavate sulla sabbia, e i nidi non vanno disturbati.

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga venuta a riva per deporre le uova

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga marina venuta nottetempo a riva per deporre le uova sulla spiaggia di Gerakas

Quindi, all’arrivo a Gerakas, i volontari e le guardie del Parco vi informeranno che dovete camminare vicino al bagnasciuga, e non disturbare in alcun modo (piantando pali, scavando buche, correndo) i nidi nella parte più profonda della spiaggia. Perfino i castelli di sabbia possono essere costruiti solo sul bagnasciuga, e vanno distrutti alla sera, per non ostacolare le tartarughe nella loro risalita dall’acqua.

Qualcuno penserà sicuramente “che palle!”. Liberissimo di andare da un’altra parte. Personalmente, non mi dà alcun fastidio comportarmi in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di una specie animale già in serio pericolo di estinzione; e perfino Guido è stato in grado di spiegare per telefono alla nonna che la sera il castello si butta giù, “pecché dopo arrivano le tattarughe e i dà fastidio”.

Nel raggio di alcuni chilometri, in mezzo agli ulivi e agli orti, si trovano una ventina di belle case in affitto, tre taverne, un bar e un minimarket. Punto. Le case sono in buona parte affittate da un’agenzia inglese, Ionian Eco Villagers, che gestisce diversi alloggi per conto dei proprietari greci, motivandoli così a non vendere il terreno a qualche speculatore edilizio. Nonostante alcuni inconvenienti organizzativi (al momento è possibile pagare la prenotazione solo facendo un bonifico in sterline, nella triangolazione cliente-GB-Grecia qualche comunicazione va persa, et similia), l’impressione che ne ho avuto è stata comunque molto positiva.

Si percepisce un autentico coinvolgimento nell’obiettivo di mantenere le condizioni per un turismo sostenibile: i referenti locali lavorano nel centro informazioni sulle tartarughe, il “welcome pack” non è un’accozzaglia di brochures ma una buona raccolta di informazioni sull’isola, insomma si capisce che questi, oltre a farlo per lavoro, ci credono davvero.

La spiaggia è un capolavoro di “marketing della semplicità”: quanto costa un ombrellone e due sdraio per un giorno? 8 euro. Per mezza giornata? 8 euro. Per una settimana? 8 euro per sette. Nessun bar, nessun baracchino, nessun servizio: solo Maria che passa, più o meno fino alle quattro del pomeriggio, portando coppe di frutta fresca (3 euro) o golose ciambelle (2 euro).

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria: frutta fresca a 3 euro, ciambelle a 2 euro

Nelle taverne si mangia benissimo: frutta e verdura arrivano dagli orti intorno, così come gran parte delle uova e della carne (il prezzo da pagare per i polli felicemente ruspanti sono i concerti dei galli all’alba, ma poi tanto si può dormire in spiaggia…); il pesce fresco è fantastico. Noi quest’anno abbiamo sempre mangiato alla Taverna Triodi, conquistati, oltre che dal buon cibo, dalla loro squisita gentilezza.

Alzarsi al mattino, andare al bar per la colazione, scendere in spiaggia e fermarsi a chiacchierare con uno dei vecchietti che affittano gli ombrelloni; passare tutto il giorno a mollo nel mare o stesi sul lettino, mangiando frutta e ciambelle; risalire prima del tramonto, fare la doccia e andare a cena in taverna. Insomma, rallentare, e capire quanto bisogno ne abbiamo tutti, di un po’ di lentezza.

Vedere Guido prendere le misure del posto nuovo per un paio di giorni, abituandosi alla nuova routine, e poi ambientarsi come un pesciolino nell’acqua: l’ultimo giorno, per dire, ha passato mezzora a far colazione al bar con i nostri vicini di casa austriaci, impegnato in una lunga “conversazione”, lui nel suo buffo italiano, loro in un po’ di parole italiane e inglesi, e un sacco di mosse e sorrisi. Ascoltarlo tutto contento ringraziare con “Efkaristò!!”, e mettersi a ridere alla risposta “Parakalò”.

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Insomma, mi sento rigenerata. Non ho molta voglia di rituffarmi nella fuffa, anzi me ne terrò un po’ distante, e magari troverò qualche altra occasione per riossigenarmi.

Ah, alla taverna Triodi mi dicevano che negli ultimi anni, probabilmente per effetto della generale crisi economica, la stagione turistica a Zante si è molto ridotta: prima arrivava gente per tre mesi, adesso sono al completo per un mese circa, dal 20 luglio al 20 agosto. Chiaramente questo è un grosso problema, sia per chi affitta le case, sia per chi gestisce le taverne e il bar (che poi sono le tre-quattro famiglie che vivono a Gerakas da generazioni). Quindi, se volete prendere un po’ di sole a settembre, o l’anno prossimo fra maggio e l’inizio di luglio, sicuramente ve ne starete molto tranquilli, e magari contribuirete a sostenere un piccolo paradiso mediterraneo, a rischio estinzione più o meno come le tartarughe marine. Ci potete arrivare in traghetto, o – a luglio e agosto – con un volo diretto dall’Aeroporto di Forlì.

Io vi ho avvisati ;-)

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