alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

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l’amico di chi?

In questi giorni Guido sta facendo l’inserimento alla scuola materna. Fino a giugno, il micronido che frequentava era uno spazio quasi familiare, cinque-sei bambini più la dada; invece, l’asilo di quest’anno è uno dei più grandi di Ravenna, 168 bambini in classi di quasi trenta, roba che io dopo due minuti che ci sto dentro son completamente rintronata.

Comunque il ragazzo osserva, come è suo stile, e incamera impressioni. E’ tranquillo, ha già scoperto come arruffianarsi tutte le femmine adulte del plesso scolastico (quando va via, le saluta tirando deliziosi bacetti, le povere nonostante l’abitudine ai bambini si sciolgono letteralmente), ed è molto interessato alla quantità smisurata di giochi di ogni tipo che ha a disposizione.

Come temevo, l’interazione con gli altri genitori è uno dei punti critici della questione, più che altro per me probabilmente. La prima mattina, siamo arrivati al cancello contemporaneamente a un’altra mamma con bambino, della stessa sezione. Sorriso mieloso, presentazioni, poi, rivolta a suo figlio: “Vedi T., questo è Guido, il tuo nuovo amico.” Amico in che senso, scusi? E’ la prima volta che si vedono, non è più corretto descrivere la relazione con un oggettivo “Siete in classe insieme”? Magari passano tre anni ad azzuffarsi, e non sono sicura di voler organizzare feste di compleanno a cui invitarvi. Mah.

frasi notevoli dell’ultimo mese

(è facile imbastire un post quando si ha un figlio di quasi tre anni…)

Con aria pensosa, mentre gioca:

…io non divento ingegnere, io divento solo grande.

Alla cassiera della Coop, con nonchalance, dopo una spesa nel corso della quale abbiamo avuto un lungo chiarimento sul fatto di non poter comprare un giocattolo ogni volta:

Si può avere uno di quei camion verdi?

Guardando fuori dalla finestra domenica mattina scorsa, appena alzato:

Le nuvole bianche non portano pioggia.

Ieri sera dopo cena:

Io quando sono nato quanto costavo?

passato immaginario 2

Quando avete comprato questa casa, io non c’ero.
Ero in giro col mio camion.

passato immaginario 1

Quando ero piccolo, bevevo dalla tetta.
Quando finiva, veniva il babbo con una bottiglina e la riempiva.

piccoli paradisi mediterranei

[ndr: considerando che gli argomenti di cui leggo in questi giorni (buzz sull'iPhone, polemiche sulla riapertura di BlogBabel, querelle Guzzanti-Carfagna, immunità sì-no) hanno su di me un effetto lievemente nauseante, ho pensato di dedicarmi a un post di pubblica utilità]

La spiaggia di Gerakas si trova sulla punta estrema del golfo di Laganas, lato sud dell’isola di Zante. Se per le vostre vacanze cercate “divertimento”, discopub, giochi d’acqua e amenità simili, smettete pure di leggere; se invece apprezzate la tranquillità e magari avete anche dei bambini piccoli, considerate Zante fra le vostre possibili destinazioni.

Tutto il golfo di Laganas è Parco Marino Nazionale, perché le sue spiagge sono uno dei più importanti luoghi di nidificazione delle tartarughe marine Caretta caretta. In particolare, le acque davanti a Gerakas sono zona A del parco, il che significa divieto assoluto di navigazione: no canotti, no motoscafi, no moto d’acqua; e quindi: no rumore, no (o pochissimo) catrame, no pericoli per i bagnanti.

Il golfo di Laganas è ampio e tranquillo, l’acqua tiepida, i fondali bassi e sabbiosi; sulla spiaggia ci sono un’ottantina di ombrelloni di paglia, disposti su due file davanti al bagnasciuga, ed è permesso piantare un proprio ombrellone solo in un’altra zona, quella meno sabbiosa; questo perché le tartarughe, per tutta la stagione estiva, arrivano di notte sulla spiaggia per deporre le uova in buche scavate sulla sabbia, e i nidi non vanno disturbati.

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga venuta a riva per deporre le uova

Tracce lasciate sulla sabbia da una tartaruga marina venuta nottetempo a riva per deporre le uova sulla spiaggia di Gerakas

Quindi, all’arrivo a Gerakas, i volontari e le guardie del Parco vi informeranno che dovete camminare vicino al bagnasciuga, e non disturbare in alcun modo (piantando pali, scavando buche, correndo) i nidi nella parte più profonda della spiaggia. Perfino i castelli di sabbia possono essere costruiti solo sul bagnasciuga, e vanno distrutti alla sera, per non ostacolare le tartarughe nella loro risalita dall’acqua.

Qualcuno penserà sicuramente “che palle!”. Liberissimo di andare da un’altra parte. Personalmente, non mi dà alcun fastidio comportarmi in modo da non mettere in pericolo la sopravvivenza di una specie animale già in serio pericolo di estinzione; e perfino Guido è stato in grado di spiegare per telefono alla nonna che la sera il castello si butta giù, “pecché dopo arrivano le tattarughe e i dà fastidio”.

Nel raggio di alcuni chilometri, in mezzo agli ulivi e agli orti, si trovano una ventina di belle case in affitto, tre taverne, un bar e un minimarket. Punto. Le case sono in buona parte affittate da un’agenzia inglese, Ionian Eco Villagers, che gestisce diversi alloggi per conto dei proprietari greci, motivandoli così a non vendere il terreno a qualche speculatore edilizio. Nonostante alcuni inconvenienti organizzativi (al momento è possibile pagare la prenotazione solo facendo un bonifico in sterline, nella triangolazione cliente-GB-Grecia qualche comunicazione va persa, et similia), l’impressione che ne ho avuto è stata comunque molto positiva.

Si percepisce un autentico coinvolgimento nell’obiettivo di mantenere le condizioni per un turismo sostenibile: i referenti locali lavorano nel centro informazioni sulle tartarughe, il “welcome pack” non è un’accozzaglia di brochures ma una buona raccolta di informazioni sull’isola, insomma si capisce che questi, oltre a farlo per lavoro, ci credono davvero.

La spiaggia è un capolavoro di “marketing della semplicità”: quanto costa un ombrellone e due sdraio per un giorno? 8 euro. Per mezza giornata? 8 euro. Per una settimana? 8 euro per sette. Nessun bar, nessun baracchino, nessun servizio: solo Maria che passa, più o meno fino alle quattro del pomeriggio, portando coppe di frutta fresca (3 euro) o golose ciambelle (2 euro).

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria

l'ottimo servizio di piccola ristorazione da spiaggia fornito da Maria: frutta fresca a 3 euro, ciambelle a 2 euro

Nelle taverne si mangia benissimo: frutta e verdura arrivano dagli orti intorno, così come gran parte delle uova e della carne (il prezzo da pagare per i polli felicemente ruspanti sono i concerti dei galli all’alba, ma poi tanto si può dormire in spiaggia…); il pesce fresco è fantastico. Noi quest’anno abbiamo sempre mangiato alla Taverna Triodi, conquistati, oltre che dal buon cibo, dalla loro squisita gentilezza.

Alzarsi al mattino, andare al bar per la colazione, scendere in spiaggia e fermarsi a chiacchierare con uno dei vecchietti che affittano gli ombrelloni; passare tutto il giorno a mollo nel mare o stesi sul lettino, mangiando frutta e ciambelle; risalire prima del tramonto, fare la doccia e andare a cena in taverna. Insomma, rallentare, e capire quanto bisogno ne abbiamo tutti, di un po’ di lentezza.

Vedere Guido prendere le misure del posto nuovo per un paio di giorni, abituandosi alla nuova routine, e poi ambientarsi come un pesciolino nell’acqua: l’ultimo giorno, per dire, ha passato mezzora a far colazione al bar con i nostri vicini di casa austriaci, impegnato in una lunga “conversazione”, lui nel suo buffo italiano, loro in un po’ di parole italiane e inglesi, e un sacco di mosse e sorrisi. Ascoltarlo tutto contento ringraziare con “Efkaristò!!”, e mettersi a ridere alla risposta “Parakalò”.

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Guido e il suo amico Yannis, che ci affittava ogni giorno l'ombrellone e i lettini

Insomma, mi sento rigenerata. Non ho molta voglia di rituffarmi nella fuffa, anzi me ne terrò un po’ distante, e magari troverò qualche altra occasione per riossigenarmi.

Ah, alla taverna Triodi mi dicevano che negli ultimi anni, probabilmente per effetto della generale crisi economica, la stagione turistica a Zante si è molto ridotta: prima arrivava gente per tre mesi, adesso sono al completo per un mese circa, dal 20 luglio al 20 agosto. Chiaramente questo è un grosso problema, sia per chi affitta le case, sia per chi gestisce le taverne e il bar (che poi sono le tre-quattro famiglie che vivono a Gerakas da generazioni). Quindi, se volete prendere un po’ di sole a settembre, o l’anno prossimo fra maggio e l’inizio di luglio, sicuramente ve ne starete molto tranquilli, e magari contribuirete a sostenere un piccolo paradiso mediterraneo, a rischio estinzione più o meno come le tartarughe marine. Ci potete arrivare in traghetto, o – a luglio e agosto – con un volo diretto dall’Aeroporto di Forlì.

Io vi ho avvisati ;-)

attenzioni di mamma

due anni fa, una meravigliosa palla di grasso

Stamattina mi son fermata al Bancomat sotto l’ufficio. Di fianco a me, davanti alla vetrina del negozio di scarpe, c’era una tipa con una carrozzina; la tipa stava parlando al cellulare, e nella carrozzina c’era un bambino che avrà avuto otto-dieci mesi.

Avete presente i bambini a quell’età? Ce ne sono che sono meravogliose palle di grasso sorridenti, che sprizzano simpatia da ogni poro. Beh, il bambino era uno di questi. Visto che la mamma era presa dalla conversazione, il bambino si guardava intorno; ci siamo agganciati con gli occhi, ed è stata simpatia a prima vista.

Mentre aspettavo l’autorizzazione al prelievo dalla mia banca, gli ho fatto un sorriso, e abbiamo iniziato a farci boccacce e a scambiarci saluti silenziosi.

La tipa, sempre parlando a raffica, si è accorta con la coda dell’occhio che stavamo interagendo, e ha prontamente afferrato il passeggino, spostandosi cinque metri più in là. Così, secca, senza nemmeno fare un buffetto a suo figlio, sempre ignorandolo e parlando al telefono (stava raccontando di quanto spavento si era presa stanotte, perché il pupo si era svegliato con la tosse).

In quel mentre, è passata sul marciapiede una signora di mezza età, e anche lei è stata catturata dal sorriso del pupo – sorrideva a tutti, il poverino, nel tentativo di trovare qualcuno che lo faccesse divertire. La signora si è fermata un secondo, per rispondere al sorriso, e di nuovo la tipa si è spostata, infastidita.

Ora, io non so cos’avesse mangiato quel mattino la tipa. Ho idea di cosa significhi dormire male perché tuo figlio ti sveglia, posso concedere tutto. Anche a me, quando Guido aveva quell’età ed era una meravigliosa palla di grasso e sorrisi, un paio di volte mi avrà anche dato fastidio che chiunque si fermasse a guardarlo (oddio, non mi ricordo quali volte, ma ammetto che possa essere successo e che io me lo sia dimenticato..). Forse pensava glielo volessimo rubare, con tutti ‘sti zingari in giro…

Ma quel che mi ha sbattezzato è stato vedere che lei il bambino non se lo filava per niente, incollata al telefono a spiattellare le sue ansie, che le avrei detto “ma piantala di farti ‘ste seghe, guarda tuo figlio in faccia, ti sembra che stia male dio bono?”.

Preoccuparsi per le cazzate, e in compenso nemmeno guardarli, i bambini. Poi ci si meraviglia.

chi semina vento

[ndr: questo è un periodo di grande insofferenza (mia) verso i nonni tutti, ricambiato da esagerate apprensioni e pretese insensate da parte loro]

Mia madre ieri, non avendo voglia di alzare le chiappe per venire a cena con noi alla Festa Artusiana, ci ha praticamente forzati a fare un passaggio da lei dopo la cena, a un’ora che di solito i bambini dovrebbero essere già a letto. Cioè non da lei, ma dal circolo tennis dove passa il tempo per stare più fresca che a casa.

Il circolo tennis è popolato da ultrasessantenni, che vent’anni fa andavano al circolo per giocare a tennis, adesso invece ci vanno più che altro per giocare a burraco e spettegolarsi addosso, con contorno di junk-food e sigarette. Insomma, non è un posto raccomandabile dove lasciare un bambino, specie per due genitori talebani come noi.

Comunque ieri sera dovevamo solo fare un veloce passaggio, per far salutare il nipotino e la nonna, che non si vedevano da una settimana.

Guido nonostante l’ora era particolarmente in forma, e si è esibito in varie chiacchiere con tutto il contorno di befane amiche della mia mamma; ovviamente lei faceva la ruota come un pavone, perché il vantaggio di farselo portare al tennis è che dopo può stare per giorni a vantarsi di quanto sia bello e simpatico il suo nipotino. Nel giro di un quarto d’ora, abbiamo sventato offerte di gelati industriali e patatine, e un contorno assortito di banalità non richieste sull’allevamento dei figli, ma ci siamo preparati e quindi sapevamo come fare.

Al momento di ripartire, Guido ha iniziato a fare lo smorfioso, tirandosi su la maglietta e facendo vedere la pancia nuda, seguito da cori di “ooh, che bella pancina che vedo!”. Mia madre ha voluto esagerare, e ha notato che la maglietta era tanto su che si vedevano anche le tettine; il saputello ha risposto “io ho solo le puntine..”; e la sventurata, non paga, ha ripetuto “eh sì, tu hai solo le puntine!”, al che il perfido, in un momento in cui curiosamente intorno si era fatto il silenzio, ha trionfalmente concluso “tu invece hai due belle tettone!”.

una madre ristretta

In un libro che di recente ha avuto un discreto successo, “Pensare per due – nella mente delle madri”, lo psicoterapeuta Massimo Ammaniti distingue le madri in quattro gruppi:

Madri integrate – Madri ambivalenti – Madri ristrette – Madri depresse

Le madri integrate sono “donne che si lasciano andare ai cambiamenti che la gravidanza produce nei ritmi personali e che accettano in modo armonico le trasformazioni del proprio corpo, così come i cambiamenti del proprio umore e il minore interesse per la vita sociale”. Le madri ambivalenti sono “donne con atteggiamenti contrastanti, che vogliono assolutamente diventare madri ma allo stesso tempo ne hanno paura”. Le madri ristrette “vogliono mantenere la propria indipendenza e il proprio autocontrollo e non farsi condizionare troppo dal figlio che sta per nascere”. Le madri depresse son depresse, e tant’è.

Seguono interviste a rappresentanti di ciascuna tipologia di madre, dove le “ristrette” sono quelle che fanno discorsi del tipo “mi sto organizzando per non abbandonare troppo il mio lavoro”, o “no, nei primi mesi di gravidanza non fantasticavo su che faccia avrebbe avuto mio figlio”, o “ho iniziato a comprare qualcosa per il bambino solo alla fine della gravidanza”. A mio modo di vedere, il gruppo che dimostra di avere un po’ di testa sulle spalle.

Ma Ammaniti non è d’accordo: per lui il comportamento sano e normale è quello delle signore che, al primo giorno di ritardo delle mestruazioni, si fiondano da Prénatal a comprare le decalcomanie per la cameretta, e presentano subito una domanda per lavorare part-time. Loro sì che sono madri complete. Le altre, vabbé, sempre meglio che depresse, ma si potrebbe sperare di meglio.

Insomma, mi tocca portarmi a casa l’etichetta di “madre ristretta”. E dire che io, come persona, non mi sento affatto “ristretta”…

Certo, se la pretesa è che la madre occupi interamente lo spazio della donna e della persona, allora tutto quadra. Ma mi sembra una pretesa un po’ esagerata, e mi chiedo anche perché nessuno la pretenda dai padri, questa totalità di dedizione.

l’amico di Jean

autoritratto con N70
[autoritratto di Guido con N70]

Nei lunghi racconti di cui Guido ci delizia hanno fatto la loro comparsa alcuni amici immaginari.

Il primo è stato, un paio di giorni fa, Jean, l’autista di camion. Pare dunque che Jean abbia un grosso camione, con la piattaforma di carico-scarico, come quelli che portano la merce al Lidl vicino a casa nostra (oggetto di devoti pellegrinaggi ogni volta che ne avvistiamo uno). Jean fa salire Guido sul camion, prima sulla piattaforma, e poi – Jean è tanto birichino! – sui sedili davanti, e gli fa guidare il camion.

Invece l’elefante Tino ha un carroattrezzi, è meno birichino di Jean, e quindi, a detta di Guido, oggi pomeriggio la zia Marisa potrà a un certo punto tornare a casa sua, perché con Guido, fino al nostro ritorno, ci sta Tino. Siamo in una botte di ferro.

progettisti in erba

Siamo in piena fase “ruspe, scavatrici, trattori & C”. Oggi, con un paio di vecchi appendiabiti in fil di ferro, ecco che il triciclo si è magicamente trasformato in tagliaebba, anzi, tagliapavimento.

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