presentar(si) bene
24 novembre 2009
Come ha già raccontato Luca, un paio di giorni fa al Rimini Web Marketing Event mi è capitata (o meglio, è capitata a una delle persone che stavano dietro il palco) una di quelle cose “a probabilità zero”.
Mi sono vista passare davanti agli occhi, sul megaschermo del palafiera, due slides che conoscevo benissimo, perché erano mie e di Luca: le #15 e #21 di “Turismo online 2.0: cifre, esperienze, tendenze” che avevamo presentato insieme il 31 maggio di quest’anno a Ravenna, durante la Borsa turistica delle 100 città d’arte, e che io poi avevo pubblicato in CC Attribution su Slideshare.
Così, durante la pausa caffè, ho raggiunto la persona in questione, e mi sono presentata chiedendo spiegazioni.
Ora, se mai vi venisse la tentazione di sfilare due pagine dal lavoro di qualcun altro e mettervele in tasca, presentandole poi davanti a un folto pubblico come lavoro vostro, credetemi sulla parola: trovarsi davanti l’autore non vi metterà di buon umore.
Ho ricevuto alcune scuse balbettanti (“mai avrei immaginato“, “conosco benissimo Luca“), e una chiamata in correo: “me le ha passate X, senza dirmi che fossero vostre“. Così stamattina, essendo X uno dei miei collegamenti LinkedIn, gli ho scritto chiedendo lumi sulla cosa. La prima risposta è stata un disinvolto
Non ho nessun problema a dirti che ho usato durante una mia presentazione due slide tratte dalla tua presentazione. Ovviamente con attribuzione della fonte e link diretto al file di slideshare. Come faccio sempre.
Non ho però distribuito la mia presentazione e quindi non so come Y (che conosco bene) possa aver preso le mie slide… cercherò di capirlo….
Ora, se tu usi robe mie ma poi ripubblichi online la presentazione con un link al mio Slideshare che chi legge possa seguire, ok. Ma se, durante una presentazione pubblica, metti da qualche parte un link a Slideshare, a cui nessuno farà caso (sempre ammesso che tu l’abbia fatto, perché non ho avuto il piacere di vedere il .ppt in questione), mi stai prendendo per i fondelli.
Così gli ho risposto che trovo un po’ discutibili le “presentazioni patchwork”, in cui si mescolano cose prese da ogni dove, che ovviamente saranno diverse per stile e impostazione; ho aggiunto che i dati sono ovviamente diffondibili all’infinito, ma che il lavoro di rielaborazione grafica e interpretazione e scelta era il nostro, e ci avrebbe fatto piacere essere almeno avvisati (non dico chiedere il permesso o ringraziare).
La risposta successiva era già più piccata:
l’idea di lasciare il formato originario era proprio per evidenziare (con una rottura grafica) la fonte e il fatto che era un inserimento esterno… cmq per me non problem: esistono decine di presentazioni analoghe basate sugli stessi dati. Vorrà dire che prenderò da altri se vi da fastidio…
Ok, se non capisci, non capisci. Luca ha preso a quel punto la parola, e ne ha ricevuto risposte decisamente oltre le righe
l’unica cosa che mi sembra patetica è tutta la vostra assurda polemica.
così ha scritto il suo post.
Io più ci penso e più mi sento di dire che, se confondiamo Creative Commons con “raccattare qua e là qualcosa da mettere insieme sullo schermo” ci stiamo facendo molto male.
Il fair use, per come lo intendo io, significa che se qualcuno scrive qualcosa di interessante, io lo racconto ad altri, citando la fonte. Ma lo faccio mettendoci, di mio, almeno il lavoro di confezionare quell’informazione costruendo un discorso coerente.
Se poi voglio fare una presentazione come si deve, curo anche la coerenza grafica, ricostruisco torte e istogrammi, scelgo le foto, inserisco tutto il materiale non originale in uno schema uniforme.
Non c’è bisogno di essere un guru come Avinash Kaushik (vedi ad esempio una delle sue ultime presentazioni), basta leggersi un paio di libri o di blog (Luisa Carrada, Presentation Zen, Giacomo Mason, per citare i primi che mi vengono in mente) e lavorarci sopra.
È questione di rispetto per chi ci ascolta, e anche di fair use del tempo altrui; alla lunga, sono convinta che paghi.
E, se non altro, non si rischia di fare una bella figura di merda.
spettacolare – Avinash Kaushik on web-analytics
21 novembre 2009
Io e l’ingegnere abbiamo deciso di dedicare un weekend alla formazione, e ci siamo iscritti al Rimini Web Marketing Event. Pomeriggio davvero interessante, con un intervento di Piersante Paneghel su “SEO e il futuro dei motori di ricerca” e un’interessante anticipazione del CEO di ShinyStat, Paolo Zanzottera, sui loro nuovi strumenti di video analytics.
Il piatto forte del pomeriggio di oggi è comunque stato lo speech di Avinash Kaushik, analytics evangelist di Google; unica pecca, invece di fornire la traduzione simultanea in cuffia su richiesta, c’era una traduzione quasi istantanea che inevitabilmente rompeva il ritmo della presentazione.
Avinash ha parlato con vero entusiasmo (e con grande capacità di sedurre l’uditorio) dell’importanza di basare le proprie scelte sull’analisi dei dati (“in God we trust – every one else bring data”). Ha anche messo in luce come l’analisi dei dati deve condurre a fare scelte che facilitano la vita a chi viene a visitare i nostri siti (“rule #1: don’t stink”): a queste persone dobbiamo far trovare ciò che stanno cercando loro, non quello che vogliamo forzatamente dargli noi.
Un momento sublime è stato quello in cui, di fronte a una platea affollata e composta in buona parte da operatori turistici (spesso inclini a fare ammorbare il web da siti sovraccarichi di effetti speciali), il guru ha pubblicamente demolito un sito di quelli “come siamo fighi, tutti flash ed effetti speciali”: un design hotel, di cui non è possibile neppure capire dove stia (né ovviamente rintracciarlo su alcun motore di ricerca, essendo praticamente impermeabile agli spider); ma in compenso c’è il sottofondo musicale, e un sacco di palle che rimbalzano. “They have to die” è stato il suo commento (è esattamente quel che spesso penso anch’io). Come sospettavo, fatta stasera una veloce verifica sul whois, il sito è farina del sacco di persone presenti in sala (il che mi conferma sulle prime impressioni avute dai contatti in rete).
Lo speech è terminato con l’esortazione a valorizzare, prima di tutto, l’esperienza e la competenza delle persone: qualunque sia il vostro budget, dice Kaushik, dedicatene il 20% agli strumenti, e l’80% alle persone, perché i dati sono abbondanti e spesso ottenibili gratuitamente, ma la capacità di analizzarli e usarli è preziosa.
C’è bisogno di aggiungere che, anche nelle chiacchiere post-conferenza, Avinash è straordinariamente gentile e affabile, come solo le persone veramente brave sanno essere? credo di no. Mi è venuta una gran voglia di leggere i suoi libri, “Web Analytics: An Hour a Day” e quello appena uscito, “Web Analytics 2.0″ (mi ha assicurato che entro poche settimane sarà anche quello disponibile su Kindle, quindi nel frattempo smaltirò il resto della mia pila di arretrati).
crisi d’identità
16 novembre 2009
Oggi avevamo in programma un seminario in Confindustria, per promuovere un nuovo servizio di cui siamo diventati rivenditori. Visto che nei giorni scorsi una consegna urgente ha impegnato lo staff fino al sabato mattina, mi sono organizzata reception, servizio presenze, modulo privacy. Nel frattempo, stamattina ci è capitato il classico casino spinoso del lunedì (variante di quello del venerdì pomeriggio), per il quale ho dovuto gestire telefonate lato clienti e fornitori e scrivere una lettera retorica e minacciosa.
In questi anni ho spesso desiderato un/una segretario/a efficiente, multitasking, veloce, con buona penna e capacità di gestire a dovere corrispondenza e telefonate, scegliendo ogni volta il tono giusto e l’opzione migliore (blocco / smistamento alla persona giusta / risposta diretta e risolutiva).
Stamattina, per la prima volta, ho pensato che potrei lavorare io come segretaria di direzione, ho tutte le qualità necessarie. L’ideale sarebbe farlo per un capo donna, così anche la coscienza politica sarebbe accontentata. A furia di farmi da personal assistant, non ho più tempo per dare disposizioni sensate a me stessa.
un passo alla volta, dall’inizio
15 novembre 2009
“Scrivi anche tu un un post per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne“, mi dicono. E, nonostante scriva spesso di donne in questo blog, da giorni sto a chiedermi da dove cominciare.
Perché il punto è proprio dove si comincia. Il punto d’arrivo – le molestie, le botte, le umiliazioni – giunge dopo un percorso in cui le donne, un pezzettino alla volta, si lasciano perdere; in cui gli uomini, un pezzettino alla volta, imparano che possono passare il limite.
Allora io provo a ripartire dall’inizio, dai bambini. Dall’insegnare a mio figlio maschio – non con le parole, ma con i gesti di ogni giorno – che fra donne e uomini ci può essere rispetto e collaborazione. Che una donna – sua madre – ha anche altre cose a cui pensare oltre alla famiglia, ed è normale e importante che sia così.
Se avessi una figlia femmina, le insegnerei – come hanno fatto i miei genitori con me – che lei ha valore, a prescindere dal fatto di avere un moroso. Che il suo valore sta nei suoi pensieri, nelle sue idee, nell’impegno.
E poi provo a continuare nel lavoro di tutti i giorni, usando in modo corretto il potere e la responsabilità, non avendo paura di prendere la parola anche quando sono da sola.
Non ho molto altro da aggiungere. Sono fortunata, i miei genitori mi hanno rispettata e cresciuta bene, ho avuto anch’io le mie storie sbagliate ma niente che passasse il limite dove la stronzaggine si trasforma in abuso.
Le storie di botte e di abusi e di violenza vera le lascio raccontare alle altre, e le ascolto con rispetto e sgomento.
vendere buon senso
9 novembre 2009
In certi momenti mi chiedo se non avrei fatto meglio, a un certo punto della mia vita, a scegliere di specializzarmi in qualcosa. Sono vent’anni che attraverso territori, quasi sempre sentendomi un po’ clandestina (una laureata in biologia che lavora fra gli informatici, una tecnica che si occupa di comunicazione, una laica disincantata che discute ai tavoli dei cooperatori, una sinistrorsa in confindustria), sempre cercando di non stare troppo a lungo sullo stesso progetto, perché alla lunga ogni progetto mi stanca.
Se devo pensare a una cosa che so far bene, credo sia quella di tradurre concetti e bisogni da una lingua all’altra, creando modelli mentali che fanno dialogare le persone. In Wafer mi sono sempre preoccupata che tutti avessero un’idea, magari vaga, ma funzionale, di quel che facevano gli altri, per poter lavorare meglio insieme; ai miei clienti ho sempre spiegato più che vendere; tenere una lezione o una presentazione è una sfida che ho sempre accettato volentieri.
Mi è venuto da sorridere quando, alcuni giorni fa, incuriosita da una segnalazione del Piccolo Imprenditore, ho rispolverato il mio account Safari Books Online per sfogliare un po’ di Designin Social Interfaces, e vi ho trovato una pagina scritta da Tom Hughes-Croucher, technical evangelist e front-end engineer di Yahoo, sull’importanza di creare modelli mentali per gli utenti del web.
One of the things I like about computers is their ability to create magic. They provide abilities that no one thought possible and make them a reality. Yet, for many people this is also the biggest source of complaint about computers.
When you drive a car, you probably don’t understand the thermodynamics of expanding chains of combusting hydrocarbons happening under the hood. [...] But, even if you don’t, you can still understand that there is a direct correlation between the accelerator and the car moving forward. Of course, most interfaces are not quite this simple, even in cars. If the car won’t move, you assess what might have happened. And lo, you’ve left the parking brake on! With this error dealt with, you are free to go about your driving.
[...] while cars contain significant amounts of complexity (complexity you and I almost certainly don’t fully understand), we can still functionally use them and recover the situation when things go wrong. This is because the sequence of events that makes the car work has formed a mental model in our heads. The car goes forward only when it contains fuel, the engine is on, you are not applying the brakes, and you are pressing the accelerator. Since we have this model of how the car works, we are able to troubleshoot when it doesn’t behave as we expected.
What is significant about the models we create is how functional they are. They aren’t based on the combustion of hydrocarbons or lateral torque. Heck, if there is serious engine trouble, that is still a black box to me, but I know I can call AAA to tow me to a garage. And this, dear friends, is the crux of it: you need to design interfaces that let people recover from their mistakes. The problem you face as the designers of magical boxes rather than cars, however, is that users do not have the same robust mental model of computers that they have for cars.
[...] When using the Web, there are numerous contextual or circumstantial errors than can occur, but the majority of users have no mental model with which to understand and recover from them. We looked at four possible causes of the gas pedal not accelerating a car, and yet a web page failing to load can have upward of a dozen causes. Since users lack a mental model, the best plan of action is to try and self-diagnose the error and educate the user. The distinction is important. Although it may seem sufficient to tell users that something went wrong and what they can do next, they eventually are going to get into the same state again with the same confusion. Instead, if there was a problem with the DNS, tell them so, and help them understand what DNS is. Maybe you have to use an analogy of a phone book for website numbers that their computer dials, or maybe you can convey the information in a more straight-up way. However you do it, don’t just let your users keep failing and becoming frustrated. Instead, give them a mental model that will last them a lifetime as a satisfied customer.
Il motivo del mio sorridere era che dieci anni fa io scrivevo più o meno le stesse cose parlando della mia esperienza nell’insegnare a persone non tecniche come usare il computer. Niente di stratosferico, intendiamoci, non c’è bisogno di essere un technoevangelist at Yahoo per arrivarci; come direbbe Krugs, it’s not rocket science.
Il che mi riporta al mio cruccio iniziale: non sarà che, stringi stringi, tutto quel che ho fatto in questi anni si possa ridurre a curiosità, uso del buon senso, lingua sciolta e una buona dose di empatia?
Per fortuna poi mi ricordo che uno dei problemi tipici delle donne è la stupida tendenza a sottostimarsi, e minimizzare le proprie capacità; così faccio riemergere dall’oblio un po’ di dettagli utili, tipo che riesco a parlare coi programmatori perché per anni ho sbrogliato, con ottimi risultati, query e procedure.
Adesso impacchetto il mio buonsenso, e vado a venderlo, che oltretutto mi pare ce ne sia un gran bisogno in giro.
riparto da qui
8 novembre 2009
Mentre valutavo fra me i pro e contro dell’inaugurare un nuovo blog, più serio e professionale, abbandonando questo al suo destino, mi sono imbattuta (serendipity purissima) in Penelope Trunk, autrice di libri e di un seguitissimo blog su come gestire la propria vita lavorativa.
Mi ha subito catturata l’alternarsi vertiginoso di argomenti professionali (i consigli su come gestire la propria carriera) e questioni privatissime (matrimonio, divorzio, nuovi amori, figli avuti e non avuti): una cosa che ho sempre vissuto come un difetto o un problema, ma che la Trunk trasforma in un punto di forza, affermando che il suo intento è precisamente quello di capire “how to find success at the intersection of work and life”. E con orgoglio e naturalezza mostra come è impossibile tener rigidamente separate le cose, anzi come sia necessario farle vivere insieme.
Allora mi sono rilassata, e ho pensato che è meglio continuare a scrivere qui; ho cambiato motto e pagina su di me, scelto un nuovo tema il più minimale possibile, e deciso che quel che conta è seguire (e tenere sempre accesa) la passione di fare le cose.
Non ho mai, prima d’ora, scritto un post sul fatto di tenere un blog, ma stasera – senza che ci sia da festeggiare nessun anniversario o numero tondo di post o commenti – vorrei celebrare e ringraziare tutte le persone con cui ho creato legami in questi anni; ciascuno di voi mi ha cambiata e arricchita. Considero una grande fortuna il vivere in quest’epoca in cui, grazie a Internet, possiamo creare e mantenere relazioni con tante persone, anche lontane; per ragioni anagrafiche, non sono una nativa digitale, e posso apprezzare bene la differenza coi miei vent’anni.
E ora riparto, da qui.
Kindle, due settimane dopo
5 novembre 2009
Sono passate oltre due settimane da quando mi è arrivato il Kindle, e posso serenamente confermare la soddisfazione dei primi giorni di uso.
Ho appena letto l’ottimo articolo di Luca De Biase, che su Nova24 scrive gran parte delle cose che penso anch’io: ottima leggibilità, immediatezza d’uso, punto di forza nel consentire acquisti d’impulso, e voglia di “avere di più”, non tanto in termini di caratteristiche tecniche dell’oggetto, ma proprio più libri e più cose da leggere.
Aggiungo alcune considerazioni: il Kindle è un perfetto esempio di prodotto “buono abbastanza” per avere successo. Non risponde ai desiderata di chi si sofferma a disquisire di standard chiusi, colori, opzioni aggiuntive per sfruttare la connessione wi-fi, e così via, ma soddisfa abbondantemente chi vuole uno strumento per leggere, comodo, ben fatto e semplice da usare. E viene venduto a un prezzo accettabile, il che gli permetterà secondo me di aprire finalmente un mercato di dimensioni interessanti per gli editori (e probabilmente per altri produttori di e-book).
Gli acquisti d’impulso: questo sarà un motore strepitoso. Navigo nella libreria Amazon, vedo un sacco di titoli interessanti, posso farmi mandare un’anteprima gratuita, che mi arriva direttamente sul Kindle; leggo prefazione e primo capitolo, non di fretta come farei in una libreria, ma comodamente seduta in poltrona, e arrivo al pulsante “acquista con un click”. Sfido chiunque a resistere alla tentazione di ricevere il resto del libro, tempo un minuto, direttamente in mano. Ci metterei più tempo a far la coda alla Feltrinelli, probabilmente..
E infatti, ne vorrei di più: più libri, più giornali, soprattutto in italiano. Mi scoccia terribilmente quando cerco un libro e scopro che esiste solo nell’edizione di carta. Mi scoccia ancor di più constatare che la differenza di prezzo non è poi tanta, certo con la carta dovrei metter su anche i costi di spedizione (e il tempo, e i disservizi di Poste Italiane), ma mi è perfino capitato di trovare un libro che, grazie a un’offerta sull’edizione paperback, costa addirittura di più nella versione Kindle
E infine, l’eterno lamento sul piacere della carta. Me lo sento ripetere da molti, quasi tutti trenta-quarantenni, cioè persone che teoricamente dovrebbero avere preso in questi anni un po’ di confidenza con la tecnologia e i suoi vantaggi. Ma quale piacere, per quale carta? Il piacere è nelle idee, nelle storie, nelle informazioni. Il piacere è nella carta bella, quella su cui si stampano belle foto, belle illustrazioni, cose per cui vale la pena scegliere materiali raffinati, bravi grafici, tipografi esperti. Il piacere è poter leggere una storia senza portarsi in spalla il peso, così come ascoltiamo la musica che amiamo tutta raccolta in un oggetto che ci sta in tasca.
Mia madre ha da poco compiuto 71 anni, e non ha mai imparato a programmare il videoregistratore; le ho dato in mano il Kindle, su cui le avevo aperto la prima pagina de La Stampa; le ho fatto vedere il tasto “next page”, ha detto “bello!” e si è messa a leggere; e poi ha fatto i suoi commenti, ma non erano commenti sul Kindle, erano le sue opinioni sulla notizia che stava leggendo.
Questo secondo me è il miglior commento sull’usabilità del Kindle e, più in generale, dei lettori di e-book.
space clearing in corso
1 novembre 2009
Svuotare gli armadi, gettare via tutto quel che non si usa più, e rimettere in ordine il resto, è una catarsi periodica che ha effetti meravigliosi sullo spirito. Quando è terminata.
La parte difficile dello space clearing è la prima metà del lavoro, quella in cui l’armadio si sta svuotando, ogni superficie della casa è occupata da mucchi di vestiti, scatole, sacchetti, e ancora non ci è chiaro quale ordine costruiremo alla fine. Davanti agli occhi, tutta la roba inutile abbiamo accumulato negli anni; in testa, i conti dei soldi spesi, del tempo perso, del peso portato.
La mia vita ora è esattamente in questa fase: tutto fuori dagli armadi, ampie aree incognite nella mappa del futuro, molto materiale da impacchettare e portar via, molto spazio da fare.
Abbiate pazienza se, nel mezzo di questo casino, a volte sono un po’ suscettibile e stanca.
RBC Ignite @Wafer #2: QR Code for dummies
30 ottobre 2009
Grazie a Luca, arrivano online i video dell’Ignite del 19 ottobre, fra cui la mia breve introduzione ai QR-Code.
La presentazione è anche su Slideshare, qui.

