tempo di bilanci
19 dicembre 2009
Con la fine del 2009, lascerò, dopo otto anni, il mio posto di amministratore delegato in Wafer.
Fino a un anno fa, questa era l’ultima cosa che mi sarei immaginata: Wafer è stata per me una specie di bambino, che ho fatto nascere e crescere, cercando di farlo somigliare a me nei miei pregi, e di non fargli pesare i miei difetti. Ha assorbito e generato pensieri, passione, progetti, energia; come un figlio, mi ha cambiata, resa orgogliosa, fatta arrabbiare.
In questi otto anni ho imparato che le cose non sempre riescono come vorresti, perché ci sono tanti fattori che le influenzano oltre al lavoro e all’impegno che ci metti tu. Qualche volta, di fronte alla sfiga, ho pianto – come quando abbiamo trovato la sede svuotata dai ladri – e poi mi sono soffiata il naso e ho ripreso a sorridere, perché lamentarsi è un pozzo che succhia energia, e di energia ne serve tanta, invece.
Ho imparato, ogni giorno di più, che bisogna chiamare le cose col loro nome e guardarle in faccia, senza raccontarsela e senza rimandare le decisioni. Ho anche sperimentato più volte quanto serva cambiare punto di vista, e guardare le stesse cose in un modo diverso.
Così a un certo punto, a inizio di quest’anno, ho riconsiderato la mia vita e il mio lavoro, e ho capito che una stagione si stava chiudendo, e che non avevo più voglia di continuare a lungo. Ci sono varie vicende che hanno contribuito a questo spegnersi della passione: patti non scritti che negli anni sono stati malcompresi o malrispettati, storie che potevano e dovevano andare in modo diverso e invece sono finite male, fatica di crescere e tenere insieme i numeri in un mercato asfittico e senza regole, compromessi e diplomazie che mi venivano chiesti, e che non volevo più accettare; e infine la crisi globale, che ci sta mettendo tutti di fronte alla necessità urgente di cambiare.
Mi guardo indietro, e mi dico che è stata una gran palestra e una gran scuola. Ho indossato quasi tutti i cappelli che ci si può mettere in un’agenzia web, dai ruoli operativi a quelli manageriali; ho lottato con la mia difficoltà a delegare, e ho scoperto quanto mi sia difficile gestire i conflitti.
Alla fine, quel che penso mi sia riuscito meglio – oltre ad alcuni lavori di cui sono davvero fiera – è motivare le persone, creando un ambiente di lavoro in cui ciascuno avesse la possibilità di crescere, di prendersi delle responsabilità, di imparare. Poi non tutti l’hanno fatto in misura uguale, o con risultati eccellenti, ma ci sono state sorprese e soddisfazioni, e Wafer è stato un posto di lavoro dove non ti si spegne il cuore quando entri in ufficio. Sono stati otto anni di open space, in tutti i sensi: trasparenza su obiettivi e conti, impegno a distribuire il più possibile le informazioni, incoraggiamento allo scambio di conoscenze, analisi aperta degli errori con l’obiettivo di non ripeterli.
Ma ora ho bisogno di ritrovarmi da sola. Voglio prendermi tempo, per studiare e sperimentare. Ho un po’ di idee, le voglio esplorare senza il peso di dover gestire (in Italia) un’azienda di otto persone, e il vincolo di dover rendere conto a dei soci che non hanno la più pallida idea di quello che faccio.
Cambierò il mio status FriendFeed, non più “mordo il freno”, ma qualcosa che devo ancora pensare. Sono sicura che il prossimo bilancio sarà molto migliore.
ma ci credete veramente?
8 dicembre 2009
Mettendo un po’ d’ordine nella carta accumulata di recente, mi è capitato sottomano un “Telextra news” che non so se sia arrivato in ufficio o a casa; una newsletter di due fogli, scritta e diffusa da una delle tante aziende che vendono elenchi di indirizzi.
Non so perché, dopo aver tolto il cellophane, invece di archiviarla direttamente nello scatolone della carta da macero l’ho aperta, e l’occhio mi è caduto sulla “lettera a Babbo Natale”, in cui tal Marilena (suppongo si tratti di Marilena Tramarin, direttore responsabile del libello) chiede (purtroppo già accontentata in anticipo) di trovare sotto l’albero il ritorno dell’opt-out.
Ve ne trascrivo alcune righe, perché da questo sgrammaticato e patetico delirio emerge, secondo me, un dramma umano: quello di chi vende merda, e si preoccupa seriamente che altri facciano gli schizzinosi rifiutandosi di assaggiarla.
.. non si tratta di lobby del Telemarketing che bussano in Parlamento per ottenere favori,
[noooo]
ma di un’intera sezione dell’economia italiana che non sa come affrontare il proprio futuro, inoltre per questo tipo di lavoratori non esiste la cassa integrazione.
[leggi: poi non lamentatevi se diamo un calcio in culo ai precari che finora abbiamo usato nei callcenter, o ai "liberi professionisti consulenti" che prendono la partita IVA per farci da agenti]
Mi fanno sorridere coloro che si dichiarano paladini della libertà di sedersi sul proprio divano senza rischiare di alzarsi per una telefonata disturbo,
[ah quindi vi rendete conto che rompete i coglioni a mia madre tutti i giorni, cercando di venderle roba che non le serve o che ha già?]
non hanno neppure idea di quanto spam riceviamo noi aziende quotidianamente nelle nostre caselle email,
[eh, infatti, anche in azienda vorrei essere lasciata in pace dai vostri serial caller]
ma forse non hanno neppure conoscenza del vero significato della parola privacy (letteralmente: riservatezza) ed enfatizzano un minimo disagio dimenticando le informazioni che vengono consegnate ad imbonitori su malati terminali o a situazioni ancora più delicate.
[questa non l'ho capita: cosa c'entra a chi si raccontano i fatti propri?].
Di fatto la parola privacy un Italia è diventata una scusa dietro la quale tutti si nascondono per non eseguire il loro lavoro o non svolgere attività che non li aggradano,
[il delirio ormai è alle stelle, e si infilano parole al vento una dietro l'altra. Signora mia, si stava meglio quando si stava peggio!]
per di più, nelle quotidiane funzioni aziendali, ci troviamo sempre più clausole e complicazioni da rispettare la cui inosservanza è oggetto di ammende non eque.
[e qui un po' di ragione ce l'avresti anche, ma a questo punto ti sei bruciata tutti i punti quindi la situazione è irrecuperabile]
Io credo che viviamo in due universi paralleli. Queste sono persone – e aziende – convinte che comunicare sia un’attività a una direzione: ti inseguo dovunque tu sia, e ti ripeto le mie proposte di vendita fino allo stremo, contando sulla legge dei grandi numeri e sul fatto che prima o poi qualcuno interessato lo troverò (perfino i figli degli ex dittatori africani trovano qualcuno che gli apre il portafoglio..). Ascolto, dialogo, conversazione, sono concetti bizzarri e stranieri.
Nel mio universo, parlare a uno che non è interessato è un errore, che cerco di evitare per quanto possibile, o di correggere, se mi capita, appena me ne accorgo. Sono disposta a cedere l’anima ai demoni onniscenti di Google, pur di farmi presentare contenuti che mi possono interessare, risparmiandomi la fatica di scansare ogni volta informazioni per me irrilevanti.
Sarebbe mille volte più economico e funzionale, invece di chiamarmi all’ora di cena per provare a vendermi quello a cui non stavo pensando, farmi trovare le informazioni che mi servono, quando mi servono (i siti delle compagnie telefoniche, per dire, sono mediamente inusabili, e mi condannano nove volte su dieci alla tortura del callcenter).
Si chiama rispetto, si chiama intelligenza.
da inoltrare alle nonne
25 novembre 2009
Anche la scienza conferma che a tenere i bambini troppo puliti, si fa danno. Rilassatevi, lavateli una volta di meno, e lasciateli rotolare nella polvere mentre vi leggete un libro.
emersione
24 novembre 2009
I quattro personaggi immaginari del blog “viaggiareterraemare”, di cui si discute da un paio di giorni qua sopra, dichiarano pubblicamente di non essere persone reali, e lo fanno sul blog.
Se poco poco mi approvano il commento che gli ho scritto, lasciandoci l’URL di questo blog, quasi quasi tolgo il rel=nofollow dal loro link.
presentar(si) bene
24 novembre 2009
Come ha già raccontato Luca, un paio di giorni fa al Rimini Web Marketing Event mi è capitata (o meglio, è capitata a una delle persone che stavano dietro il palco) una di quelle cose “a probabilità zero”.
Mi sono vista passare davanti agli occhi, sul megaschermo del palafiera, due slides che conoscevo benissimo, perché erano mie e di Luca: le #15 e #21 di “Turismo online 2.0: cifre, esperienze, tendenze” che avevamo presentato insieme il 31 maggio di quest’anno a Ravenna, durante la Borsa turistica delle 100 città d’arte, e che io poi avevo pubblicato in CC Attribution su Slideshare.
Così, durante la pausa caffè, ho raggiunto la persona in questione, e mi sono presentata chiedendo spiegazioni.
Ora, se mai vi venisse la tentazione di sfilare due pagine dal lavoro di qualcun altro e mettervele in tasca, presentandole poi davanti a un folto pubblico come lavoro vostro, credetemi sulla parola: trovarsi davanti l’autore non vi metterà di buon umore.
Ho ricevuto alcune scuse balbettanti (“mai avrei immaginato“, “conosco benissimo Luca“), e una chiamata in correo: “me le ha passate X, senza dirmi che fossero vostre“. Così stamattina, essendo X uno dei miei collegamenti LinkedIn, gli ho scritto chiedendo lumi sulla cosa. La prima risposta è stata un disinvolto
Non ho nessun problema a dirti che ho usato durante una mia presentazione due slide tratte dalla tua presentazione. Ovviamente con attribuzione della fonte e link diretto al file di slideshare. Come faccio sempre.
Non ho però distribuito la mia presentazione e quindi non so come Y (che conosco bene) possa aver preso le mie slide… cercherò di capirlo….
Ora, se tu usi robe mie ma poi ripubblichi online la presentazione con un link al mio Slideshare che chi legge possa seguire, ok. Ma se, durante una presentazione pubblica, metti da qualche parte un link a Slideshare, a cui nessuno farà caso (sempre ammesso che tu l’abbia fatto, perché non ho avuto il piacere di vedere il .ppt in questione), mi stai prendendo per i fondelli.
Così gli ho risposto che trovo un po’ discutibili le “presentazioni patchwork”, in cui si mescolano cose prese da ogni dove, che ovviamente saranno diverse per stile e impostazione; ho aggiunto che i dati sono ovviamente diffondibili all’infinito, ma che il lavoro di rielaborazione grafica e interpretazione e scelta era il nostro, e ci avrebbe fatto piacere essere almeno avvisati (non dico chiedere il permesso o ringraziare).
La risposta successiva era già più piccata:
l’idea di lasciare il formato originario era proprio per evidenziare (con una rottura grafica) la fonte e il fatto che era un inserimento esterno… cmq per me non problem: esistono decine di presentazioni analoghe basate sugli stessi dati. Vorrà dire che prenderò da altri se vi da fastidio…
Ok, se non capisci, non capisci. Luca ha preso a quel punto la parola, e ne ha ricevuto risposte decisamente oltre le righe
l’unica cosa che mi sembra patetica è tutta la vostra assurda polemica.
così ha scritto il suo post.
Io più ci penso e più mi sento di dire che, se confondiamo Creative Commons con “raccattare qua e là qualcosa da mettere insieme sullo schermo” ci stiamo facendo molto male.
Il fair use, per come lo intendo io, significa che se qualcuno scrive qualcosa di interessante, io lo racconto ad altri, citando la fonte. Ma lo faccio mettendoci, di mio, almeno il lavoro di confezionare quell’informazione costruendo un discorso coerente.
Se poi voglio fare una presentazione come si deve, curo anche la coerenza grafica, ricostruisco torte e istogrammi, scelgo le foto, inserisco tutto il materiale non originale in uno schema uniforme.
Non c’è bisogno di essere un guru come Avinash Kaushik (vedi ad esempio una delle sue ultime presentazioni), basta leggersi un paio di libri o di blog (Luisa Carrada, Presentation Zen, Giacomo Mason, per citare i primi che mi vengono in mente) e lavorarci sopra.
È questione di rispetto per chi ci ascolta, e anche di fair use del tempo altrui; alla lunga, sono convinta che paghi.
E, se non altro, non si rischia di fare una bella figura di merda.
spettacolare – Avinash Kaushik on web-analytics
21 novembre 2009
Io e l’ingegnere abbiamo deciso di dedicare un weekend alla formazione, e ci siamo iscritti al Rimini Web Marketing Event. Pomeriggio davvero interessante, con un intervento di Piersante Paneghel su “SEO e il futuro dei motori di ricerca” e un’interessante anticipazione del CEO di ShinyStat, Paolo Zanzottera, sui loro nuovi strumenti di video analytics.
Il piatto forte del pomeriggio di oggi è comunque stato lo speech di Avinash Kaushik, analytics evangelist di Google; unica pecca, invece di fornire la traduzione simultanea in cuffia su richiesta, c’era una traduzione quasi istantanea che inevitabilmente rompeva il ritmo della presentazione.
Avinash ha parlato con vero entusiasmo (e con grande capacità di sedurre l’uditorio) dell’importanza di basare le proprie scelte sull’analisi dei dati (“in God we trust – every one else bring data”). Ha anche messo in luce come l’analisi dei dati deve condurre a fare scelte che facilitano la vita a chi viene a visitare i nostri siti (“rule #1: don’t stink”): a queste persone dobbiamo far trovare ciò che stanno cercando loro, non quello che vogliamo forzatamente dargli noi.
Un momento sublime è stato quello in cui, di fronte a una platea affollata e composta in buona parte da operatori turistici (spesso inclini a fare ammorbare il web da siti sovraccarichi di effetti speciali), il guru ha pubblicamente demolito un sito di quelli “come siamo fighi, tutti flash ed effetti speciali”: un design hotel, di cui non è possibile neppure capire dove stia (né ovviamente rintracciarlo su alcun motore di ricerca, essendo praticamente impermeabile agli spider); ma in compenso c’è il sottofondo musicale, e un sacco di palle che rimbalzano. “They have to die” è stato il suo commento (è esattamente quel che spesso penso anch’io). Come sospettavo, fatta stasera una veloce verifica sul whois, il sito è farina del sacco di persone presenti in sala (il che mi conferma sulle prime impressioni avute dai contatti in rete).
Lo speech è terminato con l’esortazione a valorizzare, prima di tutto, l’esperienza e la competenza delle persone: qualunque sia il vostro budget, dice Kaushik, dedicatene il 20% agli strumenti, e l’80% alle persone, perché i dati sono abbondanti e spesso ottenibili gratuitamente, ma la capacità di analizzarli e usarli è preziosa.
C’è bisogno di aggiungere che, anche nelle chiacchiere post-conferenza, Avinash è straordinariamente gentile e affabile, come solo le persone veramente brave sanno essere? credo di no. Mi è venuta una gran voglia di leggere i suoi libri, “Web Analytics: An Hour a Day” e quello appena uscito, “Web Analytics 2.0″ (mi ha assicurato che entro poche settimane sarà anche quello disponibile su Kindle, quindi nel frattempo smaltirò il resto della mia pila di arretrati).
crisi d’identità
16 novembre 2009
Oggi avevamo in programma un seminario in Confindustria, per promuovere un nuovo servizio di cui siamo diventati rivenditori. Visto che nei giorni scorsi una consegna urgente ha impegnato lo staff fino al sabato mattina, mi sono organizzata reception, servizio presenze, modulo privacy. Nel frattempo, stamattina ci è capitato il classico casino spinoso del lunedì (variante di quello del venerdì pomeriggio), per il quale ho dovuto gestire telefonate lato clienti e fornitori e scrivere una lettera retorica e minacciosa.
In questi anni ho spesso desiderato un/una segretario/a efficiente, multitasking, veloce, con buona penna e capacità di gestire a dovere corrispondenza e telefonate, scegliendo ogni volta il tono giusto e l’opzione migliore (blocco / smistamento alla persona giusta / risposta diretta e risolutiva).
Stamattina, per la prima volta, ho pensato che potrei lavorare io come segretaria di direzione, ho tutte le qualità necessarie. L’ideale sarebbe farlo per un capo donna, così anche la coscienza politica sarebbe accontentata. A furia di farmi da personal assistant, non ho più tempo per dare disposizioni sensate a me stessa.
un passo alla volta, dall’inizio
15 novembre 2009
“Scrivi anche tu un un post per la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne“, mi dicono. E, nonostante scriva spesso di donne in questo blog, da giorni sto a chiedermi da dove cominciare.
Perché il punto è proprio dove si comincia. Il punto d’arrivo – le molestie, le botte, le umiliazioni – giunge dopo un percorso in cui le donne, un pezzettino alla volta, si lasciano perdere; in cui gli uomini, un pezzettino alla volta, imparano che possono passare il limite.
Allora io provo a ripartire dall’inizio, dai bambini. Dall’insegnare a mio figlio maschio – non con le parole, ma con i gesti di ogni giorno – che fra donne e uomini ci può essere rispetto e collaborazione. Che una donna – sua madre – ha anche altre cose a cui pensare oltre alla famiglia, ed è normale e importante che sia così.
Se avessi una figlia femmina, le insegnerei – come hanno fatto i miei genitori con me – che lei ha valore, a prescindere dal fatto di avere un moroso. Che il suo valore sta nei suoi pensieri, nelle sue idee, nell’impegno.
E poi provo a continuare nel lavoro di tutti i giorni, usando in modo corretto il potere e la responsabilità, non avendo paura di prendere la parola anche quando sono da sola.
Non ho molto altro da aggiungere. Sono fortunata, i miei genitori mi hanno rispettata e cresciuta bene, ho avuto anch’io le mie storie sbagliate ma niente che passasse il limite dove la stronzaggine si trasforma in abuso.
Le storie di botte e di abusi e di violenza vera le lascio raccontare alle altre, e le ascolto con rispetto e sgomento.
vendere buon senso
9 novembre 2009
In certi momenti mi chiedo se non avrei fatto meglio, a un certo punto della mia vita, a scegliere di specializzarmi in qualcosa. Sono vent’anni che attraverso territori, quasi sempre sentendomi un po’ clandestina (una laureata in biologia che lavora fra gli informatici, una tecnica che si occupa di comunicazione, una laica disincantata che discute ai tavoli dei cooperatori, una sinistrorsa in confindustria), sempre cercando di non stare troppo a lungo sullo stesso progetto, perché alla lunga ogni progetto mi stanca.
Se devo pensare a una cosa che so far bene, credo sia quella di tradurre concetti e bisogni da una lingua all’altra, creando modelli mentali che fanno dialogare le persone. In Wafer mi sono sempre preoccupata che tutti avessero un’idea, magari vaga, ma funzionale, di quel che facevano gli altri, per poter lavorare meglio insieme; ai miei clienti ho sempre spiegato più che vendere; tenere una lezione o una presentazione è una sfida che ho sempre accettato volentieri.
Mi è venuto da sorridere quando, alcuni giorni fa, incuriosita da una segnalazione del Piccolo Imprenditore, ho rispolverato il mio account Safari Books Online per sfogliare un po’ di Designin Social Interfaces, e vi ho trovato una pagina scritta da Tom Hughes-Croucher, technical evangelist e front-end engineer di Yahoo, sull’importanza di creare modelli mentali per gli utenti del web.
One of the things I like about computers is their ability to create magic. They provide abilities that no one thought possible and make them a reality. Yet, for many people this is also the biggest source of complaint about computers.
When you drive a car, you probably don’t understand the thermodynamics of expanding chains of combusting hydrocarbons happening under the hood. [...] But, even if you don’t, you can still understand that there is a direct correlation between the accelerator and the car moving forward. Of course, most interfaces are not quite this simple, even in cars. If the car won’t move, you assess what might have happened. And lo, you’ve left the parking brake on! With this error dealt with, you are free to go about your driving.
[...] while cars contain significant amounts of complexity (complexity you and I almost certainly don’t fully understand), we can still functionally use them and recover the situation when things go wrong. This is because the sequence of events that makes the car work has formed a mental model in our heads. The car goes forward only when it contains fuel, the engine is on, you are not applying the brakes, and you are pressing the accelerator. Since we have this model of how the car works, we are able to troubleshoot when it doesn’t behave as we expected.
What is significant about the models we create is how functional they are. They aren’t based on the combustion of hydrocarbons or lateral torque. Heck, if there is serious engine trouble, that is still a black box to me, but I know I can call AAA to tow me to a garage. And this, dear friends, is the crux of it: you need to design interfaces that let people recover from their mistakes. The problem you face as the designers of magical boxes rather than cars, however, is that users do not have the same robust mental model of computers that they have for cars.
[...] When using the Web, there are numerous contextual or circumstantial errors than can occur, but the majority of users have no mental model with which to understand and recover from them. We looked at four possible causes of the gas pedal not accelerating a car, and yet a web page failing to load can have upward of a dozen causes. Since users lack a mental model, the best plan of action is to try and self-diagnose the error and educate the user. The distinction is important. Although it may seem sufficient to tell users that something went wrong and what they can do next, they eventually are going to get into the same state again with the same confusion. Instead, if there was a problem with the DNS, tell them so, and help them understand what DNS is. Maybe you have to use an analogy of a phone book for website numbers that their computer dials, or maybe you can convey the information in a more straight-up way. However you do it, don’t just let your users keep failing and becoming frustrated. Instead, give them a mental model that will last them a lifetime as a satisfied customer.
Il motivo del mio sorridere era che dieci anni fa io scrivevo più o meno le stesse cose parlando della mia esperienza nell’insegnare a persone non tecniche come usare il computer. Niente di stratosferico, intendiamoci, non c’è bisogno di essere un technoevangelist at Yahoo per arrivarci; come direbbe Krugs, it’s not rocket science.
Il che mi riporta al mio cruccio iniziale: non sarà che, stringi stringi, tutto quel che ho fatto in questi anni si possa ridurre a curiosità, uso del buon senso, lingua sciolta e una buona dose di empatia?
Per fortuna poi mi ricordo che uno dei problemi tipici delle donne è la stupida tendenza a sottostimarsi, e minimizzare le proprie capacità; così faccio riemergere dall’oblio un po’ di dettagli utili, tipo che riesco a parlare coi programmatori perché per anni ho sbrogliato, con ottimi risultati, query e procedure.
Adesso impacchetto il mio buonsenso, e vado a venderlo, che oltretutto mi pare ce ne sia un gran bisogno in giro.