alebegoli

pensieri, letture, allegrie e sconforti di una che fa le cose con passione

Segnali di speranza dal Rapporto Censis 2011

Sto leggendo il 45° Rapporto CENSIS sulla società italiana (registrandovi sul sito www.censis.it potete scaricarlo gratuitamente), e vi trovo, finalmente, alcuni elementi di speranza.

Nell’introduzione si parla di “rivincita della razionalità sull’emozione“:

Dopo anni in cui l’io si è risolto nell’appartenere a questa o a quella fazione, a questo o a quel gruppo, si avvertono i segnali di un’inversione di rotta. Come se gli individui, delusi dall’investimento sull’appartenenza, si stessero riprendendo la delega, anzi si stessero riprendendo la propria testa, il proprio pensiero autonomo sulla realtà. Si profila un’evoluzione “prosociale” del primato tutto italiano della persona.

CENSIS rileva anche la “stanchezza verso le tante forme di erosione delle regole, di rottura del rispetto della e nella comunità tramite azioni furbesche“, e registra la disponibilità del 57,3% degli italiani a “sacrificare in tutto o in parte il proprio tornaconto personale per l’interesse generale del Paese ‒ anche se, di questi, quasi il 46% restringe la propria disponibilità ai soli casi eccezionali“.

Sembra cambiare, alla buon’ora!, l’atteggiamento nei confronti della politica:

“Gli eccessi del passato danno meno presa all’adesione per simpatia, per fascinazione, per carisma, per identificazione o per rivalsa. Si chiede una classe dirigente di specchiata onestà sia in pubblico sia in privato, si chiede che i leader siano illuminati da saggezza e consapevolezza, si chiede che siano preparati.”

Un paese affaticato, con una classe dirigente strutturalmente indebolita dalla sua composizione: “poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eclatante”; un paese che produce sempre meno, con un sistema scolastico che arranca e servizi che faticano non dico a raggiungere standard europei, ma anche a mantenere i livelli del passato.

Un paese che, dall’estero, non viene considerato affatto un buon posto dove venire a studiare o a fare business, ma continua a essere una destinazione di viaggio desiderata e idealizzata (se ne parlava anche a BTO2011, in particolare nel panel sul Country Brand Index), e possiede una grande ricchezza in termini di prodotti che sono “brand territoriali”.

E tuttavia un paese dove gli immigrati costituiscono una risorsa nuova e importante; le persone si riorganizzano in nuove reti di solidarietà e partecipazione; le reti di relazioni create dalla vicinanza, dall’associazionismo, dal volontariato, generano forme di aiuto e auto-aiuto; e le persone hanno voglia di ritrovarsi insieme, tanto che la partecipazione a eventi collettivi è in continuo aumento.

Non tutto è perduto per l’Italia?

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5 thoughts on “Segnali di speranza dal Rapporto Censis 2011

  1. BENE! Io da un bel pò che sostengo che sono stufo di essere definito di dx o di sx se esprimo una opinione. Lo stato purtroppo non ci da una mano dobbiamo rimboccarci le maniche e farlo da soli… ecco perchè si cerca di fare gruppo fisicamente o virtualmente via blog!

  2. Mi fa piacere leggere che sostanzialmente c’è più gente che usa la propria testa, ma non posso essere totalmente d’accordo con la citazione del rapporto. Quella che parla di appartenenza.

    Sembra che l’appartenenza sia negativa. Perché?

    L’appartenenza vissuta come un pappagallo è negativa, così come non è certo il massimo il contrario dell’appartenenza: non riconoscersi in nessun gruppo e non avere alcun aiuto.

    Penso che il blog/web/net mondo sia di fatto un gruppo con una fortissima esperienza di appartenenza, vissuta da molti di noi.

    L’appartenenza in sé non ti ruba la testa. Il problema è che c’è un sacco di gente che “appartiene” per non fare la fatica di pensare. No?

    Appartenendo ragionevolmente, cioè usando bene la ragione, penso si possano ottenere i risultati migliori. Quelli stupefacenti.

  3. Giuseppe, in un paese caratterizzato dal “familismo amorale” e da una situazione in cui, nelle selezioni, conta mille volte di più il “chi ti manda / a quale corrente appartieni” del “cosa sai fare e come lo fai”, io saluto con entusiasmo questa inversione di rotta.
    Il senso di appartenenza è sicuramente un fatto positivo, e ciascuno di noi ne ha bisogno e sente di “far parte” di reti e comunità: ma se lasciamo che ci chiuda gli orizzonti, è una zavorra.

  4. Ciao Ale,

    Sono daccordo con la tua riflessione, credo che i peggiori siano sempre gli italiani che si ostinino a pensare che siamo un popolo di caproni.

    Possiamo diventarlo (o continuare a esserlo) solo se continuiamo a ripetercelo!

    O forse bisogna rendere grazie a chi lo ha fatto finora?

    Ma… :)

  5. Monica Fabris on said:

    Alessandra mi sembra sinceramente un’analisi, quella del censis, molto discutibile e superficiale. Il senso di appartenenza non può essere liquidato in questo modo, e poi, cosa significa dopo anni di individualismo radicale? Il senso di appartenenza era proprio ciò che era venuto a mancare dagli anni ’80. Quello che cambia semmai é il sistema dell’aspirazionalità e l’egemonia del mondo dei consumi.

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