.. nel caso a qualcuno fossero venuti dei dubbi, o vi avessero raccontato altro ;-)

0824_lima_huanuco

Uno dei momenti più duri, la fine della trasferta in bus da Lima a Huànuco, quando il mio stomaco si è ribellato ai 3000 metri (in altitudine) di tornanti. Foto di Giampiero Corelli.

Sono rientrata ieri notte, e ho passato la giornata di oggi a mettere in lavatrice il contenuto della mia valigia e a raccontare i momenti e le impressioni del viaggio in Perù all’ingegnere e, quando aveva la pazienza di seguirmi, a Guido.

Per una settimana ho viaggiato con un gruppo di cattolici ravennati, guidati dal loro arcivescovo, ritrovando – dopo quasi trent’anni che ne sto fuori – i temi e i riti della mia gioventù cattolica.

Dal punto di vista umano, è stata un’esperienza davvero ricca e intensa. Abbiamo visto da vicino (e annusato, e gustato, e toccato, e ascoltato) una regione poverissima, dove la gente vive in condizioni che oggi, nel nostro terzo millennio occidentale e iperconnesso, sono difficili da immaginare.

Ho scattato molte foto, quasi tutte alle persone che incontravo, persone che, con mio grande stupore, ci accoglievano con un’allegria e una spontaneità che non avrei mai immaginato di trovare. Per mia fortuna, non sono una persona schizzinosa, e l’intensa emozione del viaggio deve avermi fatto impennare le difese immunitarie, quindi sono rimasta intoccata sia dal mal d’altura, sia dal Montezuma. Il racconto del viaggio è sul sito www.padremorini.org, sito che conto, fra qualche settimana, di lasciare in gestione ai ragazzi che seguono dall’Italia don Stefano.

Dato che ero là per raccontare, e che, passato il capoluogo di distretto, Internet era praticamente inesistente, ho usato Twitter via SMS; dopo una giornata, i miei compagni di viaggio hanno iniziato a venire da me, felici come bambini, per raccontarmi che da casa i loro amici e parenti mi leggevano, ed è stato bellissimo; ho così “evangelizzato” ai social network un gruppo di persone che normalmente, per età e anche un po’ per estrazione culturale, fanno parte della schiera di quelli che “Internet è il male”, compreso l’arcivescovo che, con grande curiosità, mi ha fatto mille domande sul lavoro che stavo facendo.

Ne ho concluso che, come in ogni evangelizzazione, la buona novella non bisogna “dirla a parole”, ma bisogna “metterla in atto”, dimostrandone l’effettiva bontà.

Scrivere senza conversare è stato per me difficile: normalmente, leggo i commenti alle cose che scrivo e mi sento costantemente immersa nella conversazione con le persone a cui sono legata. Dalle Ande, invece, spedivo messaggi in bottiglia, gli unici feedback quelli che mi venivano riferiti dai miei compagni di viaggio; così, appena sono riuscita a riavere una connessione, mi sono subito collegata a FriendFeed, sperando di trovarci qualcuno nonostante in Italia fosse notte fonda. La comunicazione, o è interazione, o non funziona.

Riguardo al titolo di questo post, nei giorni scorsi ho inevitabilmente riflettuto sulle spiegazioni che ci costruiamo per “dare un senso a questa storia”. Passato il livello della soddisfazione dei bisogni di base – la sopravvivenza quotidiana, con cui sulle Ande ancora la maggior parte della gente fa i conti tutti i giorni – o ci sbattiamo senza senso, o ci creiamo valori che diano significato alle nostre giornate, al di là del trasmettere i nostri geni alla prole. La religione è senz’altro una soluzione funzionale: organizzata, solida, portabile (ne esistono versioni semplificate per i derelitti, e teologie avanzate per gli intellettuali), con vantaggi sociali e politici. Per chi non voglia adottarla, è comunque possibile darsi un senso e un’etica personale; nella mia, è rimasto qualcosa del motto scout “lasciamo il mondo un po’ migliore di come l’abbiamo trovato”, e c’è molta curiosità per tutto ciò che è umano, religione compresa.

chavin

La foto, sempre di Corelli, mi ritrae mentre ascolto don Stefano Tognetti, un prete vicentino che vive da 18 anni a Huàrez, sulle Ande Centrali peruviane

3 Responses to “questo resta un blog ateo e materialista”

  1. fabio Says:

    Ti ho *conosciuto* per sentito dire, tramite l’altro Guido. Leggere il tuo nome legato a questo viaggio in terra di missione mi ha incuriosito perche’ per un’atea e materialista penso sia stata una esperienza inconsueta ed interessante.
    … a me sarebbero venute tante domande … perche’ se gli islamici vengono qui con l’intento di convertire alla loro verita’ vanno osteggiati mentre i missionari cattolici che vanno nelle Ande a portare la propria verita’ vanno supportati? Ragionamento relativista, ma anch’io sono ateo e materialista ;-)

  2. alebegoli Says:

    Ciao Fabio,
    il mio interesse per questo viaggio è del tutto “umano e laico”. Non appartengo alla schiera di quelli che osteggiano le moschee in nome delle “radici cristiane”, e gli aspetti retrivi e conservatori delle religioni monoteiste mi preoccupano in ogni caso. Visti da vicino, i missionari e anche i volontari delle ONG sono una realtà molto più sfaccettata e controversa di come li descrive un certo mito, e come puoi immaginare tante domande sono venute anche a me. La realtà cattolica la conosco piuttosto bene, perché ho passato un’adolescenza da cattolica impegnata in un gruppo scout; conosco quindi i codici, i comportamenti, i riti e le scritture :-) Non sono andata in Perù per supportare un’opera di evangelizzazione cattolica, ma per fare un’esperienza di comunicazione “da lontano”, e conoscere un pezzo di mondo così remota.

  3. fabio Says:

    No, no, aspetta :-)
    Il viaggio con l’arcivescovo e missionari l’avrei fatto anch’io:. D’altra parte il mio relativismo sta in questo: sono ateo fin quando qualcuno o qualcosa mi convince del contrario. Magari sarebbe stata la volta buona ;-)
    Anche perche’ se interrogarsi su quanto ci circonda significa cercare, non e’ che vai a cercare nei luoghi che conosci gia’, vai in quelli che ti sono poco famigliari.
    Poi, sullo spirito missionario nei confronti dell’Italia o di altri popoli si puo’ ragionare: cio’ che mi lascia perplesso e’ il bisogno insopprimibile di alcune persone nel dovere dare voce alla loro verita’ portando ad equiparare il peccato con il reato.
    Secondo me, la vita e’ un’esperienza estrema: entusiasmante, elettrizzante, dolorosa, amorale. Non mi sento di dire che chi cerca e trova conforto nella religione e’ un debole (come qualcuno dice degli atei).
    ciao :-)


Leave a Reply